Mentre bagni e locali tornano a brulicare come ai bei tempi, e si respira più liberamente, sugli arenili, dopo due anni di mascherine e green pass, anche il mare, ci si chiede, ritrova un po’ di ossigeno? Quest’estate sulle spiagge è di nuovo possibile ballare e giocare in gruppo e altri temi spinosi, come le concessioni agli stabilimenti balneari, sono stati rimandati a data da destinarsi, ma le acque come stanno? Dipende. La loro qualità è eccellente in Puglia, seguita da Toscana e Sardegna, ha decretato una recente ricerca del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Ai vertici anche Liguria e Campania, premiate con molte Bandiere blu. Eppure, la salute del mare, oggi, è molto più di una bandiera e di una classifica di balneabilità. È tante cose, non più rinviabili.

Visto da sopra o da sotto, è un ambiente stupendo ma delicato e fragile, sempre più determinante per il futuro nostro e per l’equilibrio della Terra. È una risorsa preziosa di biodiversità minacciata da sovrasfruttamento e inquinamento (riceve gli scarichi non depurati del 25% della popolazione italiana), e allo stesso tempo un “hot spot”, cioè un punto caldo per capire quanto tempo abbiamo per cambiare rotta sui cambiamenti climatici. È all’origine dalla vita, come tutti sanno (a proposito, l’8 giugno è la Giornata mondiale degli oceani), e però un ricettore involontario di microplastiche in pericoloso aumento: nei prossimi 30 anni cresceranno di quattro volte, nei mari italiani, secondo uno studio dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Già oggi si trovano in un pesce su due e ne causano, tra le altre cose, l’accecamento. Fino a minacciare, ingerite con il cibo, la nostra stessa salute.

Il mare, ancora, è importante per il sequestro naturale di carbonio, nonché una piattaforma di produzione di energia pulita, dunque un nostro alleato nel processo di decarbonizzazione: è di un mese fa l’inaugurazione, a Taranto, del primo parco eolico off-shore del Mediterraneo. Sotto sotto, però, è un continente buio e ancora in gran parte da esplorare. Non conosciamo, infatti, tutti gli organismi viventi che lo popolano e degli stessi fondali marini solo il 20% è mappato. «Entro il 2030 miriamo al 100%» promette Francesca Santoro, membro della Commissione oceanografica Unesco.

Strategia del mare Il 2030 è la data entro la quale l’Europa – che nel 2020 ha adottato la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino –, si è posta l’obiettivo di proteggere almeno il 30 per cento dei mari del Vecchio continente. E la mappatura dei fondali, molti dei quali impoveriti o degradati, è un importante passo reso possibile, per il nostro Paese, dallo stanziamento di 400 milioni di euro nel Pnrr. Robot marini e tecnologie avanzate scandaglieranno profondità fino a 1.200 metri, fornendo dati digitalizzati utili al salvataggio degli ecosistemi.

Già per il 2026, il ministero per la Transizione Ecologica (Mite), con l’Ispra, punta a monitorare il fondo degli 8 mila chilometri costieri italiani, più un altro mix di misure finalizzate a riportare questi “polmoni” sottomarini alla loro funzione vitale: dal reimpianto delle praterie di posidonie, al ripristino delle foreste di gorgonie, alle ostriche nell’Alto Adriatico, alle nuove aree marine (sono una trentina attualmente) che consentano la rigenerazione di habitat compromessi dall’innalzamento della temperatura e dai comportamenti dell’uomo.

Sempre in tema di recupero dei fondali marini, «la rimozione delle reti fantasma ‒ testimonia l’ammiraglio Aurelio Caligiore, capo delle forze ambientali della Guardia costiera ‒ è una delle operazioni più difficili e rilevanti da fare. Tronconi di reti perse o abbandonate nuocciono gravemente alle specie ittiche e agli ecosistemi». Marevivo, associazione ambientalista, ha issato a bordo 4 chilometri di reti e attrezzature da pesca solo nell’ultimo periodo. Operazioni però impossibili a grandi profondità, nonché controverse perché rischiano di danneggiare la vegetazione che si è ricreata intorno.

Nella “strategia del mare”, grande malato, sono compresi una serie di altri tasselli. Sebbene manchi ‒ denuncia il pool di esperti riuniti in occasione della Giornata nazionale del mare ‒, una cabina di regia unica, si lavora in ordine sparso, ma si lavora. Ad esempio, per creare i “porti verdi“. Uno studio condotto da Enel X e Legambiente traccia per la prima volta la direzione per accelerare la decarbonizzazione del settore marittimo e rendere, per l’appunto, più ecologici gli scali.

Sei le azioni a cui dare la priorità: cold ironing (l’energia elettrica fornita a una nave all’ormeggio a motori spenti), digitalizzazione, efficientamento energetico, integrazione tra porti e rete ferroviaria, progressiva elettrificazione dei consumi con fonti rinnovabili, adeguamento degli scali e della flotta navale. Molto c’è da fare, a partire dalla decarbonizzazione del traffico marino: il bacino del Mediterraneo è super congestionato e non ci sono limiti ai combustibili ‒ come osservano molti ‒ a differenza del Mar Baltico e del mare del Nord, per esempio, dove gli scarichi vengono controllati.

Pescatori spazzini Gli stessi pescatori diventeranno presto raccoglitori a tutti gli effetti dei rifiuti. Lo prevede la legge “Salvamare”, approvata in via definitiva a maggio. E con loro anche i subacquei potranno attivarsi contro l’inquinamento da plastica senza incorrere in sanzioni. Finora, infatti, erano imputabili di “trasporto illegale di rifiuti” e perciò ributtavano in mare gli oggetti trattenuti nelle reti. La nuova legge equipara i materiali recuperati agli Rsu, i rifiuti solidi urbani, facilitandone così il conferimento e smaltimento a terra.

Il Wwf, tra i principali promotori, ricorda che fino a mezzo milione di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono nel Mediterraneo ogni anno, dove possono persistere per decenni o addirittura secoli. Meno invisibili, ma più insidiose, sono le microplastiche che hanno raggiunto la concentrazione record di tutti i tempi nei fondali del “mare nostrum”: 1,9 milioni di frammenti per metro quadro. Il 90 per cento dei danni provocati alle specie marine è dovuto proprio alle plastiche, che, dunque, vanno selezionate e differenziate.

Meglio sarebbe, ovviamente, che non arrivassero al mare. Un’intera flotta antinquinamento dal dicembre 2020 pattuglia le nostre coste e filtra le foci dei principali fiumi, per impedire lo sbocco a valle di rifiuti di tutti i tipi. È della società Castalia, che opera per conto del Mite. Considerata una eccellenza italiana, è composta da 9 unità d’altura e 23 costiere, 19 delle quali adibite alla raccolta del “marine-litter” (i rifiuti marini galleggianti), che poi viene sbarcato in 8 depositi a terra per lo stoccaggio. Tra i servizi, il contenimento e recupero degli idrocarburi dispersi. Il bilancio dei primi 14 mesi parla di 40 miglia nautiche al giorno di percorrenza media, circa 36 mila ore di navigazione per 6,4 tonnellate di rifiuti plastici recuperati. «Le materie derivate dal petrolio ‒ riferisce Francesco Calzolari, che si occupa del coordinamento in mare ‒ costituiscono l’85% dei rifiuti ritrovati lungo le nostre coste». Il loro ripescaggio è prezioso, ma ha un prezzo non da poco anche in termini ambientali.

Per chi ha la curiosità di vedere la tipologia di tappi, flaconi, palloni e bambole raccolti, c’è un museo virtuale, www.archeoplastica.it, che pubblica parte degli oltre 500 antichi rifiuti spiaggiati. L’idea, che sarebbe piaciuta a Andy Warhol, è di Enzo Suma, guida naturalistica.

1 Commento

  1. Dai lontanissimi anni ’80, le coscienze, fra cui la Mia, si ponevano la difficile questione dello smaltimento dei rifiuti plastici. Io non posso contemplare che tutto il sistema si conceda ancora altri ritardi. Mi spiace, ma sottovalutare questo problema é da vigliacchi buffoni, pieni di menefreghismo.. Luca P.

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