CORLEONE.jpgSi può partire da alcune cifre. Nel solo 2015 sono stati destinati, cioè in qualche modo restituiti all’uso pubblico 3.842 beni confiscati alle mafie, e altri 707 si sono aggiunti in questi primi mesi del 2016. I dati dell’apposita Agenzia statale (Anbsc), costituita nel 2010 per la gestione dei beni confiscati confermano l’accelerazione che c’è stata nei percorsi che consentono di reimmettere in un circuito virtuoso gli ingenti patrimoni dei malavitosi e di chi li fiancheggia.

Se lo sguardo si allarga all’insieme degli immobili che risultano in gestione definitiva, cioè a disposizione dello Stato, degli enti pubblici o gestiti da cooperative sociali, associazioni, parrocchie o altro, si arriva a quota 8.780 (di cui 6.288 con confisca definitiva). Se invece si guarda alle aziende, quelle in gestione sono 1.206 (di cui 897 con  confisca definitiva). Insomma sono cifre che parlano da sole, a testimonianza di un’esperienza straordinaria, in un quadro che si completa tenendo conto che, in tantissimi casi i beni confiscati hanno creato coesione sociale e lavoro, un lavoro che riguarda migliaia di persone, tra dipendenti e volontari, e che a sua volta produce benefici e servizi per le comunità allargando quindi in modo notevole la platea di chi trae sostegno da quest’insieme di percorsi.

Parliamo di beni confiscati perché sono passati 20 anni da quando, nel marzo del 1996, entrò in vigore la legge 109, che dava concreto avvio al percorso di riutilizzo sociale di questi beni, un risultato cui si arrivò anche grazie alla costituzione di una associazione come Libera e alla sua mobilitazione che fu in grado di raccogliere 1 milione di firme. “Già dal 1992 – come spiega il direttore dell’Anbsc, il prefetto Enzo Postiglione -, lo Stato, con la legge Rognoni-La Torre, aveva deciso di aggredire i patrimoni dei clan e di combattere le mafie sul piano economico. Una scelta che si è rivelata una leva fondamentale, perché i mafiosi potevano mettere in conto di finire qualche anno in carcere, ma non potevano accettare di vedersi sottrarre i soldi, i beni e le imprese attraverso cui passavano e passano i loro traffici, anche se magari affidati a qualche prestanome. La motivazione di queste normative affonda le sue radici nei drammatici anni delle stragi di mafia, degli omicidi che volevano colpire proprio chi di queste scelte di contrasto era stato animatore e protagonista, da Pio La Torre al generale Dalla Chiesa e sino ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E oggi mi fa piacere poter dire che l’Unione europea e diversi altri paesi guardano alla nostra esperienza come a un riferimento fondamentale. Siamo stati i primi al mondo a mettere in campo una strategia di contrasto alla criminalità partendo dalla confisca dei beni”.

Ovviamente quando si parla di questi beni occorre aver presente che la loro gestione si affianca a inchieste e iter giudiziari complessi, per cui dal primo sequestro alla confisca definitiva passano tra i 5 e i 10 anni. “Quando il bene finisce nella nostra disponibilità – spiega Postiglione -, se ad esempio è una casa, noi scriviamo all’Agenzia del demanio, oppure a Regioni e Comuni per capire quale possa essere la destinazione. E se la destinazione di quella che era la villa di un boss è diventare una caserma dei Carabinieri o la sede di uffici giudiziari, come avvenuto in alcuni casi, è chiara la valenza anche simbolica di quanto possiamo fare. Ma la varietà di beni che dobbiamo gestire è molto ampia, si va da terreni e imprese ad automobili e macchinari, a quadri o addirittura animali. Si figuri che abbiamo avuto in gestione una tigre e dei pitoni…”.

Un arcipelago di esperienze Ma le complessità e le difficoltà di gestione (su cui torneremo) non possono cancellare le tante esperienze positive. Se per alcune, come le cooperative associate nel consorzio Libera Terra Mediterraneo (di cui parliamo in una scheda a parte), ci sono dati evidenti, fatturati, posti di lavoro, prodotti apprezzati e venduti nei negozi Coop, che spiegano benissimo cosa è nato dai beni confiscati, ci sono tante altre realtà, altrettanto significative di cui magari meno si parla, ma non per questo meno importanti. Per questo Libera, col suo progetto BeneItalia, ha cercato di censire l’arcipelago che opera nella gestione di questi beni. Ne è venuta fuori una mappa fatta da 507 soggetti che sono sparpagliati in tutta Italia (110 in Sicilia, 77 in Campania, 75 in Calabria ma anche 121 in Lombardia, 40 in Lazio e 22 in Piemonte). Si tratta di 284 associazioni, 131 cooperative sociali, 22 parrocchie o enti ecclesiastici, 20 fondazioni, 13 enti pubblici, 10 consorzi di cooperative. Dunque c’è di tutto, con una ricchezza che le cifre non possono più di tanto spiegare. Ma è anche bene ricordare, per certificare l’odio con cui le mafie hanno guardato a questo movimento, le tante rappresaglie contro chi gestiva questi beni: incendi, macchinari distrutti, saccheggi, proprio per spaventare e cercare di ricacciare indietro chi voleva cambiare e affermare la legalità.

Cosa fare per rilanciare In questo panorama, fatto dell’impegno e della fatica di tante persone, l’esigenza di fare comunque un ulteriore passo avanti è evidente. “La nostra Agenzia – spiega ancora il Prefetto Postiglione – ha bisogno di più risorse e di competenze specifiche e qualificate. Siamo nati con una dotazione di 30 persone, siamo cresciuti o ora abbiamo mediamente un centinaio di persone in servizio. Però io ritengo che un organico adeguato debba essere almeno di 300 unità. Noi abbiamo bisogno di avvocati, di tecnici, di informatici. Dobbiamo essere presenti nelle diverse regioni. Oggi per tutto il nord Italia l’unico riferimento è la sede di Milano con le poche persone che ci lavorano. E sulla diffusione delle mafie al nord le cronache parlano chiaro”.

Dunque l’Agenzia ha bisogno di rinforzi, ma nei progetti di legge di cui si sta discutendo in parlamento e di cui Libera e tante altre voci sollecitano l’approvazione, ci sono anche altri aspetti, come lo snellimento delle procedure, il passaggio dell’Agenzia stessa alle dipendenze della presidenza del Consiglio, i controlli sui soggetti cui viene affidata la gestione (perché c’è anche questo versante da monitorare), la nomina degli amministratori giudiziari. Qui non possiamo più di tanto entrare in dettagli tecnici e giuridici: quel che è certo è che di un’azione di rilancio c’è forte bisogno, anche perché se sono veri i dati sui beni confiscati restituiti alla collettività, è d’altro canto evidente che ogni anno migliaia di nuovi beni entrano nell’elenco, segno di una sfida che è tutto fuorché vinta. E dunque ha bisogno di sostegno e attenzione da parte tutti. 

nella foto: il casale di Corleone appartenuto a Totò Riina e ora divenuto agriturismo (www.benisequestraticonfiscati.it)

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