Erano piccoli set cinematografici, le canzoni di Lucio Dalla, racconti dove il particolare diventava universale, parlava a tutti. Quante volte abbiamo incontrato al bar, come a lui capitava, Anna e Marco, quante volte siamo passati vicino ai personaggi della “Sera dei miracoli” o abbiamo passeggiato per le strade di una città simile alla sua Bologna?  Il cantautore bolognese, del quale nel 2022 ricorrono i dieci anni dalla scomparsa – avvenuta a Montreux, in Svizzera, il 1° marzo 2012, la sera dopo un trionfale concerto – è il musicista che più di tutti è diventato in Italia patrimonio popolare, capace di interpretare l’identità nazionale partendo da un dettaglio, uno sguardo, un frammento di esistenza che sembra ci appartenga. Una storia umana e professionale, la sua, caratterizzata, come hanno sempre detto gli amici e i colleghi più stretti, dalla curiosità, dall’attraversamento di linguaggi differenti, mescolando l’alto e il basso, la musica colta e il pop.

Una avventura al centro della vasta mostra “Lucio Dalla. Anche se il tempo passa”, in corso al Museo Civico Archeologico di Bologna (nella foto) fino al 17 luglio, che ripercorre, grazie a prezioso e spesso inedito materiale iconografico, abiti di scena, foto, oggetti personali, locandine e tanto altro, una carriera iniziata quando, giovanissimo, dopo qualche esperienza teatrale da bambino, si avvicina alla musica spinto dall’amata mamma Jole e scopre uno strumento poco usuale come il clarinetto. Da lì, le prime esperienze nelle formazioni jazz giovanili che infiammavano i club di Bologna, che allora contendeva a Parigi il ruolo di capitale europea del suono afroamericano, e i concerti notturni nei localini sotterranei come il “Whisky a go go”, un piccolo spazio dove più tardi, alla fine degli anni ‘60, una notte passò anche Jimi Hendrix.

Qui, mentre si esibisce al fianco di un allora altrettanto sconosciuto Pupi Avati, lo scopre casualmente Gino Paoli, che invece è già molto famoso ed è capitato lì dopo un concerto in città. Rimane folgorato da questo ragazzino che non conosce l’inglese, ma lo usa lo stesso per una serie interminabile di improvvisazioni vocali. Il giorno dopo sono insieme a Roma nello studio di registrazione di una casa discografica. Il resto è una successione che sembrava infinita di canzoni entrate nella storia, di esperimenti, di scoperte, di valorizzazioni di talenti che lo porteranno all’incontro con il poeta Roberto Roversi, sul palco di Sanremo, ai vertici delle classifiche e poi nei tour internazionali, come quello, memorabile, in America insieme a Gianni Morandi.

Lucio di nuovo in tour La mostra, dopo Bologna, sarà in autunno a Roma all’Ara Pacis, poi nel 2023 a Milano e Napoli e dopo andrà all’estero. Si snoda attraverso oltre deci sezioni, ognuna approfondita attraverso un minuzioso lavoro di recupero di “memorabilia”, che accompagnano le grandi foto e scandiscono il tempo della sua esistenza, riportandoci all’epoca felice dell’infanzia, alla permanenza nell’amata Manfredonia, dove inizia a subire il forte fascino del sud dell’Italia: la Puglia, prima, la Sicilia dopo. Terre che avranno una profonda influenza sulle sue opere.

Lo vediamo in famiglia, con il padre, scomparso quando lui ha sette anni, con i compagni di giochi, già allora fortemente attratto dal mondo dello spettacolo, attore in piccole pièce teatrali e poi negli anni del jazz, quando in compagnia dei coetanei della Rheno Dixieland Band viene invitato nel 1960 al Festival Jazz di Cap d’Antibes, in Francia, dove il suo gruppo vince il premio come migliore nuova formazione internazionale. Dal jazz apprende la pratica, che lo accompagnerà sempre, dell’improvvisazione, del sentirsi a proprio agio su ogni palco e in ogni diversa situazione artistica, riuscendo a passare, con creativa disinvoltura, dalle ballate di successo al rapporto con i grandi protagonisti della cultura contemporanea, con i quali affronta sperimentazioni che, apparentemente, poco hanno a che fare con un cantante.

Basti pensare all’amicizia, frutto del suo incredibile interesse per l’arte, con Mimmo Paladino, pittore dagli infiniti interessi come lui, che lo vuole nel ruolo di Sancho Panza, nel film che dirige e presenta alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2006, “Quijote”, un’opera visionaria ispirata al Don Chisciotte, collaborazione che non ti saresti mai aspettato da un cantautore. Come profonda è l’amicizia con un altro protagonista del sapere italiano, il fotografo Luigi Ghirri, al quale chiede di documentare il tour americano del 1986; poi sono insieme in tante date in ogni angolo del globo, e nel 1988 arriva la copertina del disco insieme a Gianni Morandi. In quella occasione dice all’amico fotografo: «Al di là di motivi banali, come la professionalità, il modo di inquadrare il soggetto, delle tue fotografie quello che rimane, e che colpisce, è che diventano un prodotto fruibile. In questo senso mi sento vicino al tuo lavoro, perché anch’io sono vicino al pubblico che mi ascolta, come tu sei vicino al pubblico che guarda le fotografie».

Ed è in questa frase l’essenza della poetica di Lucio Dalla, il desiderio di essere un artista “popolare”, che non rinuncia alla complessità dell’elaborazione culturale del proprio linguaggio, ma lo immagina, sempre, patrimonio di tutti. Anche quando abbandona il suo ambito tradizionale, la canzone, per immergersi in quelli che Franco Battiato avrebbe definito mondi lontanissimi. Come la classica e il teatro.

Dal pop alla sinfonica È all’apice del successo quando, nel 1996, sceglie di mettersi in gioco, prima come voce recitante del Pierino e il Lupo di Prokofiev, che ambienta in una surreale Bologna degli anni ‘50, poi come direttore d’orchestra nella Sinfonia dei Giocattoli per arrivare, nel 2003, alla sua opera più complessa, “Tosca – Amore disperato”, nella quale rilegge il capolavoro di Puccini. È un trionfo, oltre 150 repliche e l’encomio del New York Times. Davvero un traguardo importante per un cantante, che affrontava con la stessa consapevolezza i grandi repertori lirici e il festival di Sanremo.

«Lucio Dalla – dice Mauro Malavasi, che ha prodotto molti suoi dischi – aveva sempre bisogno di confrontarsi con la novità, non riusciva a rimanere fermo e a ripetere sé stesso, perché, come diceva agli amici, non voleva annoiarsi». E ha continuato a dimostrarlo, esplorando tutte le arti. Attore per il cinema, anche qui, orgoglioso della sua partecipazione alle pellicole musicali con i divi degli anni ‘60 Rita Pavone e Tony Renis, e dopo diretto da registi del cinema d’autore  come i Fratelli Taviani, che lo vollero fotografo in crisi ne “I sovversivi” e Renato Castellani che lo sceglie per “Questi fantasmi”, al fianco di Sophia Loren e Vittorio Gassman.

Irrequieto e in continuo movimento sino alla fine. Era proprio all’inizio, l’1 marzo 2012, di un tour che avrebbe dovuto riportarlo in giro per l’Europa: i concerti, in posti prestigiosi come l’Olympia di Parigi, erano esauriti ovunque ed era particolarmente felice di essere, quella sera, a Montreux. Perché, spiegò al pubblico, in quello stesso luogo si erano esibiti i miti del jazz internazionale che lui adorava, e ai quali dedicò, fuori programma, un lungo assolo di clarinetto, che era anche un omaggio alle sue origini musicali. Prima, si era recato a lasciare un mazzo di fiori sulla statua di Freddie Mercury, altro artista che ammirava molto, proprio sul lago della cittadina svizzera.

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