Giovani_lavoro.jpgDopo tanti anni si è invertito il trend e Mauro Lusetti, presidente nazionale di Legacoop, ci tiene a sottolinearlo “con la matita blu”. Nell’indice che misura la fiducia degli italiani nelle imprese, le cooperative incassano un +7% sul 2015 contro una flessione del 2% delle imprese private (dati Swg). Il confronto è ora 50% contro 41% a favore delle coop. “Non è un gioco: non è per nulla facile invertire il dato sulla fiducia in Italia”, chiosa il direttore scientifico dell’istituto triestino, Enzo Risso, con in mano il suo sondaggio realizzato a settembre.

L’utilità delle cooperative – spiegano i due alla prima Biennale dell’economia cooperativa, tenutasi a inizi ottobre a Bologna, per i 130 anni della Lega delle cooperative e mutue, nata a Milano nel 1886 – viene ora percepita da 7 italiani su 10. Il 69% le ritiene importanti per lo sviluppo del paese e per il 63% rappresentano un modello di economia giusta, contribuendo (per il 47% degli intervistati) a mitigare il disagio sociale crescente. Voti alti, dunque, che acquistano un significato ancora maggiore dal momento che arrivano dopo i grandi e piccoli scandali da cui il movimento ha tratto l’occasione per fare pulizia al proprio interno e avviare il rinnovamento. Per Lusetti signifcano “il recupero di quella relazione con la comunità che è un valore non scritto a bilancio, ma molto importante per noi cooperatori”.

La nuova economia comunitaria. Numeri e segni “più” a parte, quello che è più interessante sottolineare è una loro lettura in proiezione attuale e futura. L’opinione pubblica pare, infatti, invocare per il dopo-crisi modelli di sviluppo diversi, improntati a una nuova economia più equa, comunitaria, cooperativa e della condivisione (chiamata per comodità Nec, acronimo di Nuova economia comunitaria). E le coop tornano in alto nel gradimento.

È un segnale incoraggiante di predisposizione al cambiamento in un quadro economico che l’Istat, per bocca del professor Roberto Monducci, definisce “di stabilità con elevate potenzialità”: con luci come la tendenza all’aumento dell’occupazione nel secondo semestre 2016, e ombre come “una eredità più generale che ci lascia la crisi, di marcata polarizzazione tra imprese vincenti e perdenti“. Insomma, stiamo entrando in un’epoca nuova in cui c’è un aumentato bisogno di bilanciamento del mercato, un “mestiere” che la cooperazione sa fare meglio di altri.

Si può aggiungere a tutto ciò che, per una volta, l’immagine percepita e riflessa dai sondaggi coincide con due elementi sostanziali. Trova cioè un puntello nei risultati economici, che confermano, come vedremo, la “resilienza” della cooperazione, cioè la sua capacità di far fronte alla crisi superiore ad altre forme d’impresa; e un secondo punto di ancoraggio nel cambiamento del clima sociale nel paese, più aperto rispetto solo a sei mesi fa. L’88% degli italiani avverte oggi il bisogno di voltare pagina ma con meno rabbia e disgusto, in calo, rimpiazzate da attesa e speranza, in aumento. Rallenta la voglia di buttare tutto all’aria. Il 64%, comunque, tira le proprie conclusioni bocciando l’attuale sistema economico. Alla domanda infatti “cosa ne pensa”, risponde che “andrebbe ripensato completamente”.

L’impatto complessivo sull’Italia Partiamo dai dati economici, che ci restituiscono il peso e la specificità della cooperazione nel nostro paese. L’impatto complessivo, che tiene conto cioè della produzione diretta, indiretta e dell’indotto, comprese le società controllate – calcolato per la prima volta in questi termini dal professor Carlo Borzaga, economista dell’Università di Trento – si aggira tra l’8 e il 14%: questo a seconda che consideriamo l’economia nel suo insieme o il settore privato, se guardiamo al valore aggiunto prodotto (30,8 milioni di euro nel 2014) o l’occupazione (il 12% generato da cooperative e consorzi, con un significativo +6,1% di lavoratori equivalenti “full time” negli anni critici 2008-2014).

“Se per assurdo cancellassimo dal mercato le cooperative e le loro controllate – spiega Borzaga, che presiede l’Euricse, l’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale – bruceremmo l’8,8% dell’economia italiana. Questi dati mi fanno concludere che la presenza cooperativa è una delle caratteristiche peculiari della nostra economia, come lo sono i distretti industriali e la rete delle piccole e medie imprese. Nessun altro paese ha un sistema di coop così ampio e capillare come quello italiano“. Dall’agroalimentare ai servizi alle imprese, dalle coop sociali alla distribuzione commerciale, il quadro delle eccellenze è presto tracciato.

L’altro aspetto interessante che emerge dallo studio è che tutte le forme di cooperazione sono state “decisamente anticicliche, quasi acicliche”. Non solo le coop di lavoro, come tradizionalmente si crede, ma anche quelle di consumo che hanno assorbito gli aumenti dei prezzi difendendo i redditi delle famiglie. Anticicliche significa che nonostante la crisi hanno saputo aumentare i fatturati e mantenere o accrescere i livelli occupazionali, pagando lo sforzo con un taglio drastico degli utili (solo nel 2015 si è assistito a un recupero sensibile della redditività).

Al contrario, le spa hanno mostrato un calo degli utili nel 2008, e poi una ripresa nei bilanci dovuta agli interventi di sostegno o di salvataggio messi in campo dallo Stato. In sostanza hanno scaricato i costi della crisi su tutti noi, cosa che la cooperazione non ha fatto. Versando inoltre (le spa) molto meno nella casse dell’erario: sempre seguendo i calcoli di Euricse, un gettito inferiore di circa 16 miliardi e mezzo di euro nel periodo 2007-2013, contro i 5 miliardi e 600 in più versati dalle cooperative e i 6 miliardi e 700 in più delle srl, sempre durante la fase recessiva dell’economia. Anche per questo, probabilmente, oltre un terzo degli italiani (il 37%) auspica una crescita delle coop, piuttosto che delle imprese di capitale (28%).

Verso un futuro 4.0 Tra emergenze da affrontare (Mafia capitale, cooperative spurie, crisi in alcuni settori importanti come le costruzioni) e un lavoro di riposizionamento “che deve portarci – dice Lusetti – dentro i processi di cambiamento, per far esprimere all’economia collaborativa le sue potenzialità e favorire un modello di sviluppo armonico”, Legacoop si è spesa molto in questi ultimi anni. Non da ultimo lavorando all’unificazione delle tre centrali (le altre due sono Confcooperative e Agci) per dare vita all’Alleanza delle cooperative italiane. 

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