"Libertà e democrazia sono le chiavi"

Intervista a Federico Rampini: "Cresce il peso ecnomico della Cina, ma l'egemonia culturale è ancora dell'Occidente. Guai a chiudersi. Italia ed Europa siano pronte a raccogliere la sfida"

Nella sua vicenda di giornalista e scrittore ha vissuto e raccontato come pochi, con passione e lucidità, un mondo che cambia. Prima da San Francisco, finestra di una America che guarda più che mai a Oriente, poi in Cina (e in India), negli anni del grande balzo di questi giganti asiatici sulla scena mondiale. Ora di nuovo a New York per raccontare il rapporto tra l’America di Obama e il mondo. Lui è Federico Rampini che, dal suo ufficio nel cuore di Manhattan, ci propone il suo punto di vista sul mondo attuale, come lo ha raccontato nel suo ultimo e affascinante libro ("Occidente estremo", edito da Mondadori).

Rampini, cosa rappresenta quanto sta succedendo tra Africa del Nord e Medio oriente? Qualcuno aveva parlato di "fine della storia", invece è proprio come se la storia si fosse rimessa in cammino, in modo inatteso e imprevisto, almeno per noi occidentali…
Sicuramente le rivoluzioni che stanno avvenendo sulla sponda a sud del Mediterraneo sono un fatto di straordinaria rilevanza. È il segno di società dove milioni di persone, in particolare i giovani, chiedono lavoro, salari dignitosi e riforme democratiche, questo senza che la dimensione religiosa abbia avuto un ruolo significativo. È un mutamento che si inserisce in uno scenario mondiale già in piena evoluzione, segnato dal progressivo indebolimento degli Stati Uniti e dalla crescita in particolare della Cina che è uscita ancor più rafforzata dalla recessione che ha colpito l’Occidente. Quello degli Stati Uniti è un declino economico ed anche psicologico. Anche se va ribadito che il modello politico e culturale americano ha una straordinaria vitalità. Anche per questo, quando i giovani arabi scendono in piazza, sia chiaro non guardano alla Cina, ma guardano all’Occidente. E questo è un dato che ci dà grandi responsabilità ma anche che ci indica potenzialità e possibilità.

L’Occidente e in particolare l’Europa vivono da ormai tre anni dentro a una crisi economica che è lungi dal concludersi. Ma per la maggior parte del mondo lo scenario è completamente diverso. Dalla Cina all’India, dal Brasile al Vietnam il problema è come governare una fase di crescita e sviluppo. E noi non sembra che siamo consapevoli di tutto ciò…
L’Occidente, anche nella scelta del linguaggio che continuiamo a utilizzare, riferito a una crisi e una recessione globali, ha dato prova delle sue difficoltà e dei suoi limiti, che sono politici e culturali. Si rivela la nostra propensione a considerarci sempre e comunque l’ombelico del mondo. Ma né in Cina né in India c’è mai stata ombra di recessione. Il Brasile è uscito rapidamente da una fase di difficoltà. Più di metà dell’umanità non ha conosciuto la crisi. Parliamo di miliardi di persone. Il che non vuol dire che non ci siano problemi, che il tema della povertà e delle diseguaglianze non sia ancora drammatico. Ma noi, è come se non volessimo rassegnarci a prendere atto di questo sconvolgimento epocale.

Dieci anni fa venne coniato l’acronimo dei Bric (Brasile, Cina, India e Russia) per definire un blocco di nuovi paesi emergenti. Ora si sono aggiunti i Next 11, che vanno dall’Indonesia al Messico. Come sta cambiando la geopolitica mondiale?
Già seguire l’evoluzione di queste terminologie ci spiega molto di quanto è accaduto e sta accadendo. Prima c’è stata la grande scoperta di Cina e India, cioè due miliardi e 600 milioni di persone. Poi sono arrivati i Bric, adesso il club si allarga ancora. Sono paesi asiatici ma anche del sud America, dove vivono centinaia di milioni di persone, dove la traiettoria di crescita è comunque evidente. Sono da poco stato in Brasile e sono rimasto impressionato per le diverse somiglianze col dinamismo dei paesi asiatici. Sono società giovani, con voglia di fare e convinte di potercela fare.

Come hanno reagito gli Usa a questi nuovi scenari e alla grande crisi?
Gli Usa, nei primi mesi della presidenza Obama, hanno mobilitato un grande intervento pubblico, un new deal di stampo rooseveltiano davvero importante. Si sono fatti investimenti sulle energie rinnovabili, si è varata una grande riforma sanitaria, si è operato un coraggioso tentativo di salvataggio dell’industria automobilistica. Si sono messe in campo grandi risorse, anche se ora, con la vittoria della destra repubblicana nelle elezioni di metà mandato si è aperta una fase diversa e più problematica.

E l’Europa invece come ha reagito?
L’Europa si è mossa con maggior lentezza, con più prudenza e paura, senza avere il coraggio di sperimentare strategie nuove. Ha pesato il tema del debito pubblico, il condizionamento degli anelli deboli, come la Grecia. Insomma è stata un’Europa molto concentrata su se stessa.

Ma tornando alla sfida che viene dalla Cina e dagli altri paesi emergenti, che differenze ci sono tra Usa ed Europa?
L’America ha la fortuna di avere una classe dirigente, almeno in parte, molto più lucida e dinamica. Non c’è discorso di Obama che non contenga un riferimento alla Cina, al sorpasso annunciato di questa economia su quella Usa. E questa viene presentata come una sfida da far tremare i polsi, ma anche come una opportunità che va colta. L’Europa su questo versante ha ritardi culturali enormi, per non parlare dell’Italia, che è un paese patologicamente ripiegato a parlare di sé stesso. Eppure l’Europa avrebbe qualcosa di importante da dire a questo mondo in così veloce evoluzione, in particolare sulle sue esperienze più avanzate di stato sociale. Si tratta di un modello che può diventare un riferimento anche per altri paesi.

Negli scenari e nelle previsioni che siamo abituati ad ascoltare quasi tutto ruota intorno a stime sul Pil o sulla crescita economica. Il caso recente delle rivoluzioni nei paesi nord africani ha invece rimesso al centro la domanda di democrazia come fattore chiave dell’agenda politica. Sostenere regimi dittatoriali che garantiscono gli interessi occidentali non è più una strada praticabile…
Il paradosso della rivolta dei giovani arabi è che ci impone di riscoprire e rivalutare la nostra democrazia. Noi occidentali ce ne stavamo quasi dimenticando e invece ecco che c’è chi ci impone di ripartire da lì. La crisi economica, per diversi aspetti aveva rafforzato e reso più appetibile sul piano mondiale il modello del capitalismo paternalista e autoritario della Cina, come se lo scambio tra stabilità economica e democrazia fosse tollerabile. Invece dai giovani egiziani e tunisini è arrivato un elettroshock salutare. Un no deciso ai modelli autoritari e alle dittature. E quindi anche noi dobbiamo riconsiderare la nostra democrazia, per renderla ancor più vitale e dinamica. Ma anche assumendoci la responsabilità di difendere e sostenere chi vuole la democrazia. Anche perché l’influenza economica cinese nel nord Africa è cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Quindi se Europa e Usa non vanno a sostenere, soprattutto economicamente, chi sta chiedendo riforme democratiche e lavoro, sappia che la Cina è lì pronta a investire e sostituirsi all’occidente. Questo in Africa del nord come in ogni angolo di mondo. La prima nave carica di petrolio che i ribelli libici hanno fatto partire dal porto di Bengasi era diretta in Cina. Ripeto, quello che la Cina non ha è l’egemonia culturale. I giovani che oggi scendono in piazza guardano alla democrazia occidentale. Ma se non sapremo intervenire con azioni conseguenti, allora le cose potrebbero andare diversamente.

Anche una realtà come la Cina potrebbe, prima o poi, andare in crisi per il crescere di una domanda di democratizzazione proveniente dal suo interno?
Alle notizie delle rivolte nei paesi arabi la dirigenza del partito comunista cinese ha reagito con una chiusura totale, inasprendo controlli, censure e filtri alle notizie. Questo vuol dire che anche loro, di fronte a queste ondate, si sentono vulnerabili e meno sicuri di sé stessi.
 



Dario Guidi

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