Blister_Alimentazione.jpg“Io vedo un rischio molto forte nell’atteggiamento che si sta diffondendo nei confronti del cibo. Ed è quello di un approccio ideologico e manicheo, che cancella le tradizioni e medicalizza il cibo. Pensi che per il Natale appena trascorso, su una rivista prestigiosa come Time, è apparso un decalogo firmato da due note giornaliste che sostanzialmente invita a rinunciare ad ogni tradizione natalizia: niente spaghetti, niente brodi, abolite le carni e neppure vanno bene purée, patate al forno o spinaci al burro. Via l’olio. E ovviamente non si parli di dolci, croccanti, torroni, frutta secca e men che meno del panettone, considerato una bomba calorica».

Parola di Marino Niola, docente all’Università Orsola Benincasa di Napoli e antropologo che al rapporto tra uomo e cibo ha dedicato importanti studi (un suo libro uscito nel 2015 si intitola proprio Homo dieteticus e descrive le tribù alimentari cui più o meno consapevolmente apparteniamo). Dunque il suo è un punto di vista che non nasconde le preoccupazioni e cerca di mettere in guardia rispetto a eccessi sempre più presenti nel rapporto con ciò che mangiamo.

«Si sta affermando in molti l’idea del cibo come un farmaco e della cucina come una fabbrica di malattie – prosegue Niola –. Se l’attenzione alla salute è una cosa sacrosanta e necessaria, bisogna avere un approccio equilibrato e non ideologico. Tra l’altro, specie un paese che ha una tradizione alimentare ricca e di grande qualità come l’Italia, rischiamo di danneggiare un patrimonio di storia e cultura per sostituirlo con cibi cui si attribuiscono virtù salutari a volte neppure dimostrate».

Per Niola deve restare centrale l’idea che il cibo è scambio, socialità, relazione fra persone, cultura e non solo una dimensione della vita che può essere affrontata sulla base di un sorta di ricettario medico o di divieti, come il decalogo natalizio apparso su Time invece rischia di fare.

Un altro rischio Niola lo vede nella corsa senza freni verso i cibi “senza” (privi di glutine, di lattosio, di grassi, dell’olio di palma ecc.), che stanno vivendo un notevole boom di vendite, sempre strettamente legato alla ricerca di benessere da parte dei consumatori.

«Viviamo in una società in cui, evidentemente, per larga parte della popolazione, il problema non è più la fame ma l’abbondanza, come i dati sulla diffusione dell’obesità dimostrano – aggiunge Niola –. E dunque c’è un senso di colpa che ci accompagna. Da qui nasce una sorta di bisogno di rassicurazione che cerchiamo rispetto ai nostri comportamenti per cui sempre più spesso compriamo ciò che non c’è. Cioè scegliamo un prodotto non per quello che ha dentro, ma per quello che è stato tolto. Dunque l’industria ci vende l’assenza di qualcosa. E quest’assenza diventa un valore economico aggiunto».

Paradossi del mondo di oggi, con cui ormai conviviamo senza farci più tanto caso. E se gli si chiede se dietro alla scoperta salutista di tanti cibi più o meno esotici, non stia una positiva idea di contaminazione, figlia di un mondo sempre più globalizzato, Niola risponde mettendo anche qui in guardia dagli eccessi: «La contaminazione e la voglia di scoprire tradizioni diverse e lontane pesa sicuramente nelle attuali scelte di consumo. È una dimensione che c’è sempre stata nel rapporto col cibo, proprio perché il cibo, come ho già detto, è scambio e socialità. Ma quando questi alimenti esotici diventano superfoods e sono quasi considerati come dei salvavita, allora mi preoccupo. Perché al cibo salvavita si contrappone inevitabilmente l’idea del cibo killer, quello che dobbiamo espellere dai nostri menu, a prescindere. E qui rispunta l’aspetto ideologico da cui siamo partiti che è il vero pericolo che oggi va evitato e combattuto».

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