In un paese che appare preoccupato e sfiduciato e che non percepisce certo una situazione generale in miglioramento sui diversi fronti che toccano la vita quotidiana delle famiglie, sono proprio l’ambiente e l’inquinamento le principali preoccupazioni per l’impatto sulla qualità della vita. I temi ambientali (con un indice di 8,54 in una scala da 1 a 10) superano le questioni legate a economia e occupazione (8,41), quelle dell’ordine pubblico e della criminalità (8,36), l’immigrazione (8,24) e la tenuta sei servizi sociali e del sistema di welfare (8,25).

E proprio la preoccupazione per i problemi ambientali ha portato un 68,1% a modificare i propri comportamenti di vita quotidiani. Segno, dunque, di una preoccupazione che parte da una dimensione generale ma poi si incrocia con la vita di tutti i giorni delle persone.

Sono questi alcuni degli aspetti salienti di un’indagine esclusiva, realizzata dalla società Metrica Ricerche per la nostra rivista, volta proprio a monitorare l’opinione degli italiani sulle tematiche ambientali che, dal riscaldamento climatico all’inquinamento, dal problema plastica nei mari alla raccolta dei rifiuti, sono sempre più spesso al centro delle cronache quotidiane.

Si diceva che l’ambiente è la prima preoccupazione in termini assoluti, con una valutazione sostanzialmente omogena tra le diverse fasce di età e zone del paese. Ed è sempre l’ambiente il tema su cui, rispetto a 2-3 anni fa, gli intervistati percepiscono in maniera più massiccia (67,9%) un peggioramento. Sia chiaro, il peggioramento, a dimostrazione di un clima-paese orientato al pessimismo, si registra su quasi tutti i fronti (60% situazione economica, 57,7% ordine pubblico, 53,3% immigrazione).

I comportamenti cambiano ma… Come già accennato, alla preoccupazione generale fa seguito anche una modifica dei comportamenti quotidiani. Il 68,1% degli intervistati dice, infatti, che qualcosa è cambiato nelle cose di tutti i giorni, proprio per l’attenzione in più dedicata all’ecologia.

«Si tratta sicuramente di un fatto di grande rilievo – spiega il direttore di ricerca di Metrica, Marco Simoncini – che indica almeno l’avvio di un percorso virtuoso. Percorso che però è ancora ben lungi dall’essere concluso e che ha invece bisogno di essere sostenuto e rinforzato. Se infatti si va a vedere quali sono i gesti quotidiani che sono stati modificati, si scopre che a prevalere è la maggiore attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti (66,7%), che è comunque diventata anche un obbligo ormai in tutti i comuni».

A seguire, tra i gesti concreti, viene l’adozione di precauzioni per ridurre il consumo di acqua (45,4%). Più lontano (21,3%) c’è l’acquisto di apparecchiature a ridotto consumo energetico, seguito (18,6%) dall’acquisto di prodotti con minore imballo o fatti con materiali riciclati. Ancor più lontani (13,8%) l’andare di più in bici, usare meno l’auto (12,8%), comprare un auto non inquinante (10%) e, da ultimo, prendere di più i mezzi pubblici (9,3%).

Dunque sono percentuali che indicano come sul piano della concretezza ci sia ampio margine di miglioramento e di estensione delle buone pratiche. Per ora, quello che esce dall’indagine è che gli “ambientalisti praticanti” sono una minoranza consistente e significativa, tuttavia ancora lontana dal diventare maggioranza. Sicuramente, come vedremo anche da altri dati messi in luce dalla nostra indagine, pesano ancora problemi economici e l’attenzione al costo di ciò che si acquista.

Informati, ma non troppo Altro aspetto che conferma come sul piano di una crescita di una cultura ambientale matura e consapevole, nel nostro paese, ci sia ancora strada da compiere, è quello dei livelli di conoscenza sulla materia. Alla domanda se ritiene di avere un’adeguata informazione sulle tematiche ambientali, il 54,8% risponde di sì, contro un 45,2% di no. Dunque sostanzialmente il campione è spaccato a metà, anche qui senza che tra giovani e anziani ci siano differenze significative. Se anche di ambiente si parla molto, per tanti le idee non sono ancora chiare. In una visione più ottimistica si può senz’altro vedere il bicchiere mezzo pieno, ma… ne resta da riempiere ancora un po’.

Se il quesito si sposta poi al giudizio sui media, le cose vanno appena un po’ meglio: infatti, un 60,3% dice di ricevere mediamente dagli organi di informazione notizie attendibili contro un 39,7% che risponde di no. Molto interessante è vedere quali sono gli organi di informazione ritenuti più affidabili. Tra questi trionfa ancora la Tv col 67,3%, distanziando abbondantemente il Web e i siti internet, secondi col 39,1%, A seguire vengono i giornali col 28,5%, i social network col 24%, le associazioni ambientaliste col 19,3% e le radio con l’11%.

Se anche qualche differenza tra le fasce di età sussiste (tra gli over 60 la Tv sale fino al 78%), è bene sottolineare che la Tv vince anche tra gli under 30 col 58,9%, superando anche in questa fascia di età il Web, che arriva al 50,2%. Da notare che rispetto ai dilaganti social network (Facebook, Twitter, Instagram & c.), anche se frequentatissimi, evidentemente, dopo tutte le polemiche sulle fake news e altro, c’è un atteggiamento prudente e non ci si fida più di tanto di quel che appare sulle varie bacheche.

Situazione grave, ma che fare?  Tornando a un giudizio d’insieme sullo stato dell’ambiente in Italia e nel mondo, l’opinione degli intervistati risulta netta. La situazione mondiale è molto grave per un 50,4% e problematica per un 36,4%. Del tutto simile il giudizio sull’Italia, dove a ritenere molto grave la situazione è un 48,5% delle persone più un 41,9% che la definisce problematica. Rispetto a 10 anni fa, il numero di chi considera la situazione molto grave è più che raddoppiato.

Se invece si chiede se oggi nella politica italiana ci sia una giusta attenzione e considerazione per i problemi ambientali, il 73,5% degli intervistati ritiene ci sia una sottovalutazione (mentre a livello mondiale il giudizio è meno negativo, 61,9%).

Su quale sia la prima emergenza da affrontare, probabilmente in sintonia con le cronache degli ultimi mesi, è l’inquinamento dell’acqua e la plastica nei mari a prevalere (35,5%), seguita dal riscaldamento climatico (23,8%)e dallo smaltimento e riciclo dei rifiuti (14,5%). Poco più indietro la distruzione delle foreste con il 12,9%.

Quando invece si parla del che fare e di quali azioni intraprendere, stante una situazione percepita come così grave, le cose si complicano un po’. Le leve su cui agire sono sicuramente diverse e a tutte occorre fare riferimento. Ad esempio davanti all’interrogativo se preferire un atteggiamento di maggiore impegno nelle aziende, nelle scelte politiche dei governi o nel comportamento dei singoli, gli intervistati spingono di più verso le aziende (8,66), rispetto al governo (8,28) e ai singoli (8,17).

Estremamente significativo è quanto emerge dalle risposte alla domanda su come la politica dovrebbe muoversi riguardo alle politiche ambientali. A dire che occorrerebbe comunque ispirarsi a un criterio di cautela e precauzione (quindi con politiche più rigorose) è un 42,4%, contro un 16,4% che dice non bisogna bloccare l’economia. Spicca però un 41,2% di italiani che sceglie un non saprei, percentuale del tutto simile a quanti (nelle domande precedenti) si erano definiti non adeguatamente informati. Sono persone che dunque sembrano non sapere ben che cosa chiedere alla politica e ai partiti, forse anche frastornati da vicende italiane (citiamo per tutte l’Ilva di Taranto) che si trascinano da anni senza una soluzione, tra rinvii e promesse non mantenute.

Provvedimenti utili. O fastidiosi? Del resto, come dimostra il giudizio sui provvedimenti di limitazione del traffico, che ormai da anni accompagnano la vita di tante città italiane, anche il passaggio dalla teoria (l’aria è inquinata) alla realtà (le auto vanno fermate) si conferma complicato. A giudicare questi provvedimenti come utili ed efficaci è infatti appena un 15,6%, mentre per un 15,4% hanno solo una funzione educativa. Per un 20,5% sarebbero utili, ma se abbinati a un potenziamento del trasporto pubblico. C’è poi un nucleo, sostanzialmente critico, che arriva quasi al 50%, composto da un 34,2% che li giudica un palliativo inutile, cui si somma un 14,35 che ritiene impensabile bloccare il traffico nonostante l’inquinamento.

Del resto, in coerenza con questo scenario d’insieme che le risposte al questionario tracciano, alla domanda su eventuali provvedimenti che dovessero imporre una modifica del nostro stile di vita per tutelare l’ambiente, un 38% li saluta positivamente anche perché farebbero scoprire modi di vita diversi, un 48,9% li riterrebbe un fastidio necessario e un 13,1% li boccia perché peggiorerebbero la qualità della vita.

Siamo dunque ancora ben lontani dall’essere un paese in cui la visione delle politiche ambientali come possibile leva di sviluppo complessivo che migliora la qualità della vita e produce occupazione si è affermata. Anche per colpa di una politica disattenta e spesso latitante, a prevalere, quando va bene, è l’idea che si tratta di un “fastidio necessario”.

Che l’ambientalismo made in Italy abbia ampi margini per crescere lo conferma anche un altro dato. Solo il 17,2% degli intervistati ha partecipato negli ultimi due anni a campagne o iniziative per l’ambiente (anche se tra gli under 30 siamo al 23,4%). Se pensiamo al mare di iniziative e attività che si svolgono e vengono annunciate, sarebbe lecito attendersi una percentuale maggiore.

Cosa cambia quando vado a fare la spesa Guardando nello specifico ai comportamenti di acquisto, un 62,8% di intervistati dice di averli modificati proprio in funzione dell’attenzione all’ambiente, con percentuali fortunatamente più alte nelle fasce di età più giovani. Cosa si è fatto in concreto? Un 63,9% ha scelto prodotti con caratteristiche specifiche (biologici, senza Ogm, senza olio di palma, ecc.), un 50,5% prodotti con un imballo ridotto, un 18,2% cerca prodotti con materiali riciclati e un 15,8% invece rifiuta i prodotti di alcune multinazionali.

Molto significativo è, infine, capire che relazione c’è tra il tema del prezzo di ciò che si acquista e la tutela dell’ambiente. In che misura si è, infatti, disponibili a spendere qualcosa di più per avere prodotti che abbiano un minore impatto sull’ecosistema? A dire che acquisterebbe a prescindere dal prezzo è un 13,5% del nostro campione, più un 5,4% che fissa invece in un 20% in più il limite massimo di disponibilità. Ma i due gruppi più consistenti sono un 40,4% che acquisterebbe solo entro un margine di aumento del 10% e un 40,5% (tra gli over 60% siamo al 55%) che acquisterebbe solo se il prezzo non aumenta. Come già ricordato in precedenza, questo dato conferma come le ferite della lunga crisi economica siano ancora ben presenti nel corpo sociale del nostro paese e dunque le famiglie pongano ancora una forte attenzione al far quadrare i conti a fine mese. E dunque se anche l’ambiente preoccupa, le soluzioni devono essere compatibili con il portafoglio di ciascuno.

 

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