Sono milioni nel mondo. Bambine, ragazze e donne vittime di uomini brutali. Viene definita violenza di genere perché «quest’espressione racchiude i tanti tipi di violenza contro le donne che, a livello globale, sono offese nei loro diritti umani enormemente più degli uomini», spiega Silvia Fornari, docente di sociologia all’Università di Perugia. Maltrattamenti fisici e sessuali, angherie, prepotenze, coercizioni psicologiche ed economiche, più sottili ma ugualmente distruttive, che possono riguardare qualunque donna. «La violenza contro le donne è trasversale, colpisce senza distinzione di età, provenienza geografica, livello di istruzione o status sociale», sottolinea la sociologa. Per ricordare queste cose il 25 novembre le Nazioni unite hanno istituito la giornata mondiale contro la violenza alle donne.

Pensiero dominante Violenze drammaticamente “democratiche” che hanno lo stesso denominatore: la donna considerata soggetto inferiore. «Maltrattamenti domestici, aggressioni sessuali, discriminazioni economiche: l’elemento su cui si basano queste prevaricazioni è sempre lo stereotipo che considera il genere maschile dominante» rileva Antonella Faieta, avvocato penalista e vicepresidente dell’associazione Telefono Rosa (www.telefonorosa.it). Un preconcetto che insiste e resiste anche in Italia.

«Il patriarcato è ancora pienamente presente nella nostra cultura – rimarca Fornari – e impedisce di smantellare alla radice l’idea della donna come soggetto secondo all’uomo». Un’impostazione spesso evidente nelle relazioni più intime in cui sono proprio gli uomini più vicini alle donne a trasformarsi nei loro più feroci carnefici. Padri, fratelli, compagni o ex partner: è tra le mura di casa e in famiglia che si consuma la stragrande maggioranza delle violenze. Una situazione che è venuta ancora più alla luce negli 87 giorni di confinamento forzato per l’emergenza sanitaria: tra marzo e giugno di quest’anno l’Istat ha rilevato oltre 5mila chiamate al numero antiviolenza e antistalking 1522, registrando un incremento del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019. Telefonate in aumento anche per la maggiore consapevolezza acquisita dalle vittime che sanno come e a chi rivolgersi per chiedere aiuto grazie alle tante campagne di sensibilizzazione. «È importantissimo spiegare come si possano chiedere informazioni in assoluto anonimato– aggiunge Faieta –, senza dover sporgere nessuna denuncia e soprattutto senza essere colpevolizzate».

Segnali in codice Secondo un’indagine Istat 1 donna italiana su 3, tra i 16 e i 70 anni, ha vissuto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: una vera piaga sociale alla quale, negli ultimi anni, anche la politica ha cercato di trovare soluzioni efficaci. Lo scorso anno il Parlamento ha approvato la legge nota come Codice Rosso che prevede una corsia preferenziale per le denunce e le indagini riguardanti casi di violenza contro donne o minori; nel 2018 è stata approvata la legge che riconosce tutele processuali ed economiche ai figli non autosufficienti di madri uccise da partner o ex partner. 

«Dal punto di vista giudiziario – le fa eco l’avvocato Faieta – i processi si sono velocizzati e le vittima di violenza riescono a vedere i loro aguzzini sul banco degli imputati in tempi ragionevoli». Se pene più severe e una giustizia più rapida per questi reati rappresentano senza dubbio una tutela importante per le vittime, tuttavia sono ancora molti gli strumenti da mettere a punto per aiutare le donne violate a venire allo scoperto. «Inasprire le pene non può essere l’unica risposta del legislatore – precisa la deputata -. È importante rafforzare le norme a tutela delle donne che denunciano e assumere provvedimenti che aiutino le associazioni impegnate in questo delicatissimo ambito».

Presa di coscienza Un quadro normativo efficace è anche quello che prevede una formazione specifica per chi deve accogliere, accompagnare e sostenere le donne vittime di violenza. «Servono maggiori risorse per la formazione degli operatori pubblici, sanitari, forze dell’ordine, psicologi, magistrati, insegnanti – spiega Stefania Ascari, deputato del M5S e componente della Commissione giustizia-. La lotta alla violenza di genere passa inesorabilmente per una guerra che si potrà vincere solo collegando meglio e coordinando tutti gli sforzi dei vari attori, istituzionali e non solo».

Ebbene, la formazione. La ritiene essenziale anche la vicepresidente del Telefono Rosa. «Se nell’immediato è indispensabile incrementare i posti nelle case rifugio per le donne in situazione di pericolo – dice Faieta -, nel lungo periodo è essenziale puntare sull’ampliamento delle competenze di chi, sia nel penale che nel civile, ha il compito di individuare un caso di violenza di genere, senza correre il rischio di derubricarlo a semplice conflitto». Elementi decisivi per sradicare un problema che è principalmente culturale e che va affrontato a partire dai più piccoli. La scuola in questo senso diventa il luogo ideale – e irrinunciabile – per sviluppare una coscienza sociale diffusa che protegga tutte le donne. «Dal nido all’università», insiste Fornari, che racconta come nell’ateneo di Perugia entrerà presto in funzione non solo lo sportello antiviolenza a disposizione di tutta la popolazione universitaria, studenti e non, ma anche la consigliera di fiducia, figura terza che valuterà i casi di molestia sul luogo di lavoro. Passi significativi verso una nuova sensibilità della società che, ancora troppo spesso, punta il dito accusatore contro le vittime.

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