L’ultimo congresso della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) aveva già fatto scoppiare il caso: si è ufficialmente anziani dai 75 anni in su! Il perché ce lo facciamo spiegare direttamente dal presidente della Sigg, il professore  Raffaele Antonelli Incalzi che, confermando la buona notizia, precisa che a spostarsi in avanti è stata piuttosto la soglia di disabilità, ovvero la maggiore probabilità di dover fare i conti con una qualche forma di disabilità, anche leggera. «In genere in passato questa soglia cominciava prima, anche intorno ai 65 anni. Affermando che si diventa anziani dopo i 75 anni, abbiamo semplicemente voluto far capire che c’è stato un miglioramento netto rispetto alle criticità che possono sopraggiungere con l’avanzare dell’età».

Cosa fare per guadagnare anni più sani e senza limitazioni?  Anzitutto bisogna partire da giovani con attività fisica e mentale regolare, e continuare ad esercitare corpo e cervello sempre. Forse non ci sarebbe più bisogno di dirlo, ma ripetiamolo: no al fumo. E poi occorre contrastare l’obesità. Anche se a una certa età un certo grado di sovrappeso risulta essere protettivo.

E i sentimenti, professore?  Bisogna stare un po’ attenti all’età della pensione per molti può essere un momento di crisi, di perdita di senso, specie se si è passata tutta la vita vivendo per il lavoro. Fondamentale è crearsi degli interessi anche oltre la propria attività lavorativa. E poi avere una rete affettiva ampia, insomma, avere tanti amici, cosa che migliora il tono dell’umore, ci costringe a uscire, a interagire…

Quale attività fisica preferire, specie dopo i 75 anni?  Anzitutto passeggiare a passo svelto per diversi chilometri, ogni giorno. Il nuoto e in genere tutte le attività in acqua sono consigliate, perché migliorano l’elasticità delle articolazioni, e sono molto tollerate anche in caso di sovrappeso. Ottimo anche il tai chi, che aiuta l’equilibrio e la concentrazione. Anche senza la dimensione meditativa e psicologica che fa parte della pratica dei popoli orientali, e che la rende ancora più efficace, è comunque un’ottima disciplina.

E per quanto riguarda l’alimentazione? Anzitutto bisogna cercare di non ridurre la varietà dei cibi, anche perché a una certa età si riduce la sazietà specifica (ovvero  la sensazione di sazietà a cui arriviamo in relazione ad un alimento appena mangiato, ma che non percepiamo necessariamente per altri alimenti che non sono ancora stati mangiati, ndr). Poi è importantissimo continuare a bere perché anche da anziani si riduce la percezione  della sete. Sono necessari almeno due litri al giorno. Oltre alla varietà bisogna fare attenzione anche alla freschezza dei cibi. E ancora: gli anziani tendono spesso a concentrare l’alimentazione praticamente in un solo pasto principale. Non va bene, meglio mangiare spesso e poco. E poi, dopo i pasti, evitare di appisolarsi in poltrona o anche andare a fare il pisolino: meglio una passeggiata o fare piccoli lavori casalinghi. Così abbassiamo l’indice glicemico e favoriamo il transito intestinale.

Da un punto di vista degli esami da fare per tenere sotto controllo le patologie più frequenti, cosa consiglia? Senz’altro consiglierei il vaccino antiinfluenzale, quello anti herpes zoster e quello pneumococcico. Come esami anche sangue e urine completi, ma certamente sarà il medico curante a definire la personalizzazione di esami e strategie di prevenzione cure in base ai profili di rischio dell’individuo e alla sua storia.

Professore, come dovrebbe cambiare la sanità in vista dell’invecchiamento della popolazione? Prima di tutto sarebbe necessario connettere i vari ambiti di cura, e valutare il paziente nel suo insieme, anche quello sociale, perché i fattori sociali sono estremamente decisivi per la malattia. Occorrerà investire sui servizi territoriali anche rispetto ai servizi domiciliari, cosa che non potrà che avere un effetto positivo su tutta la sanità anche relativamente alla congestione dei pronto soccorso, ad esempio. Ma tutto questo  non potrà prescindere dalla necessità di avere più contratti di specializzazione in geriatria e gerontologia. Oggi sono 165 all’anno, contro 400 in pediatria. Servono specialisti dedicati.

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