Sharing_economy.jpgOggi una persona che si sposta in un’altra città, può affittare una stanza o un appartamento privato su AirBnB facendo amicizia con i proprietari che gli suggeriscono le cose da fare; visitare i luoghi più suggestivi grazie a un local friend contattato tramite GuideMeRight e assaggiare le specialità tipiche prenotando una cena su Gnammo. Si può muovere, senza auto di proprietà, un po’ dappertutto con Uber, usandola nei vari spostamenti, mentre per arrivare dall’aeroporto all’appartamento ha approfittato di un passaggio via BlaBlaCar. Ma avrebbe potuto andare a lavorare in un coworking, scambiarsi vestiti che non gli vanno più o fare una corsa al parco in compagnia.

Cosa hanno in comune tutte le situazioni in cui si è trovata la nostra persona immaginaria?  La sharing economy o economia della condivisione.

Da fenomeno di nicchia, l’economia collaborativa sta già trasformando in profondità le nostre vite, con effetti potenzialmente rivoluzionari nei prossimi dieci anni, quando potrebbe fare da leva per interi Paesi che oggi sono in sofferenza a causa della crisi economica. Non a caso, l’economista visionario Jeremy Rifkin l’ha definita la terza rivoluzione industriale. Un fenomeno, dice Rifkin, con cui lo stesso capitalismo dovrà scendere a patti prima o poi. 

Del resto i primi studi, danno già risultati sorprendenti. Secondo un rapporto di Price Waterhouse Coupers commissionato dall’Ue, il valore degli scambi è già oggi nel Vecchio Continente pari a 28 miliardi di euro, con ricavi per le piattaforme pari a 3,6 miliardi.

“La nostra opinione – spiega Robert Vaughan, uno degli autori dello studio – è che la crescita dell’economia della condivisione è solo all’inizio. Si stima che entro il 2025 molti settori dell’economia della condivisione potranno rivaleggiare per dimensioni con gli omologhi tradizionali”.

“Tra dieci anni – si legge nel rapporto – i ricavi delle piattaforme che condividono beni e servizi potrebbero raggiungere i 375 miliardi di dollari su scala planetaria. Con l’Europa che avrà un ruolo significativo nella crescita dell’economia condivisa con i suoi 80 miliardi di ricavi e un volume di transazioni pari a 570 miliardi di euro”. Numeri da capogiro, a pensarci bene.

A trainare questa crescita impetuosa sarebbero in particolare cinque settori chiave, che potrebbero registrare un incremento annuo dei ricavi dieci volte superiore a quella dei settori tradizionali: i trasporti, gli alloggi in condivisione, i servizi per le famiglie, lo scambio di servizi professionali e la finanza collaborativa. Con effetti potenzialmente dirompenti.

“Nella finanza, ad esempio, le banche sarebbero costrette a rimettersi in discussione di fronte a masse di persone che si scambiano soldi alla pari come accade nel peer to peer lending”, commenta Luciano Canova, professore di Finanza e comportamenti economici presso l’Università di Pavia.

Datemi un martello Nata ufficialmente nel 2008, l’economia collaborativa trovò la sua prima consacrazione già due anni dopo, nel 2010. “Non ho bisogno di un trapano, ma di fare un buco nel muro“, scriveva la newyorkese Rachel Botsman, raccontando con il libro “Ciò che è mio è tuo: il consumo collaborativo sta cambiando il modo in cui viviamo”, come in piena crisi l’esplosione dei social media stava generando nuovi modelli di condivisione e di consumo consapevole. L’economia collaborativa non è un fenomeno del tutto nuovo. Lo scambio di beni con altri beni o l’affitto di appartamenti privati esistono già da tempo. Era la classica economia del dono, basata sulle reti amicali e familiari.

“Con la nascita delle piattaforme digitali, come AirBnB e Uber – rileva Canova – avviene il salto di qualità: aumenta il raggio d’azione delle transazioni, con il  superamento delle barriere geografiche, a favore di una rete globale di scambi, che sostituisce al concetto di proprietà quello di noleggio”.

La sociologa Ivana Pais, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano individua tre caratteristiche fondanti della sharing economy: «La condivisione, intesa come l’utilizzo comune di una risorsa; la relazione orizzontale tra persone ed organizzazioni, in cui i confini tra finanziatore, produttore e consumatore vengono meno; c’è, infine, sempre la presenza di una piattaforma tecnologica che organizza queste relazioni digitali, basate sulla fiducia e sulla reputazione digitale”.

È a partire dal 2013 che la macchina comincia a correre, quando il traffico sulle piattaforme raggiunge livelli sufficienti a creare economie di scala, fino a diventare in alcuni casi vera e propria industria.

Dal 2014 al 2015, in Europa le transazioni e i ricavi sono cresciuti rispettivamente del 97 per cento e del 77 per cento. Alcuni portali nel giro di pochi anni sono diventati dei colossi nei rispettivi settori di riferimento. Nel 2015, la piattaforma online AirBnB che mette in contatto chi ha uno spazio extra da affittare con chi cerca per brevi periodi un alloggio, con 190 Paesi coinvolti e 2 milioni di abitazioni in rete, è stata quotata 24 miliardi di euro, una valutazione addirittura superiore alla catena Marriot, che vanta circa 4mila hotel in tutto il mondo.

La californiana Uber, è arrivata ad essere valutata 41,2 miliardi di dollari e ora guarda ai mercati paralleli del trasporto merci. BlaBlaCar, leader nel settore del car-pooling (condivisione di auto private e di passaggi) ha ottenuto una valutazione di 1,6 miliardi di dollari, diventando uno strumento sempre più diffuso. Una crescita che appare inarrestabile e dagli esiti non scontati. E che pone anche alcuni interrogativi non banali su chi sarà davvero a godere dei profitti derivanti da queste nuove attività (se cioè produrranno una ricchezza diffusa o saranno a beneficio di pochi azionisti).

Sharing Italy Oltre che dalla demografia e dallo sviluppo delle reti digitali, in realtà molto dipenderà da una regolamentazione favorevole al settore, che potrebbe far pendere la bilancia dalla parte di un’ulteriore crescita dell’economia collaborativa, o al contrario verso un suo contenimento.
“Il caso più noto in Italia è Uber: i governi cercheranno di agevolare servizi come questo, oppure cederanno alle pressioni della lobby dei tassisti, mettendo il bastone tra le ruote a Uber?”, osserva Canova.

Lo studio curato da Canova, dopo aver indicato l’attuale peso dell’economia condivisa  (3,6 miliardi di euro pari allo 0,2 per cento del Pil), non a caso ipotizza più scenari. Il primo è basato sull’ipotesi che a decollare sia la popolazione di utenti della sharing economy, dagli attuali 6,4 milioni ai 16,5 milioni nel 2025, quando il settore peserà 19,4 miliardi di euro.

C’è quindi lo scenario più ottimista, definito di “digital disruption”, che ipotizza non solo l’incremento degli utenti della sharing economy (21,4 milioni nel 2025), ma anche un allargamento della popolazione di internauti in tutte le fasce, frutto potenziale degli investimenti sulle infrastrutture digitali. L’impatto dell’economia collaborativa risulterebbe pari a 25,2 miliardi di euro nel 2025.

Ma a questo punto è giusto forse sollevare un dubbio. E se si trattasse di una bolla? “La ricerca prova a rispondere anche a questa domanda e ipotizza, per il 2025, un valore di soli 4 miliardi di euro, dopo aver raggiunto un picco di 14 miliardi di euro nel 2019”, precisa Canova. 

L’Italia è tra i primi Paesi ad avere messo in cantiere un disegno di legge, ora in Parlamento, che dovrebbe disciplinare il comparto dal punto di vista fiscale, che si rivela particolarmente problematico. Secondo le stime raccolte dagli estensori della proposta, dall’emersione dei guadagni in nero nel settore, potrebbero già ora rientrare circa 150 milioni di euro di gettito in più per l’erario.

 

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*