Se la storia è un pendolo, ci risiamo: è ripartita la corsa agli armamenti dopo anni di speranze nell’affermazione di una cultura se non della pace, almeno del disarmo.

Una nuova corsa globale che potremmo definire “rin-corsa”, sia perché c’è un effetto moltiplicatore delle spese belliche – indicatore nemmeno tanto mascherato della volontà di potenza e dei nuovi equilibri del mondo – ma anche perché chi ha dato un ulteriore colpo al pendolo ha un nome e cognome: Donald Trump.

Il discusso presidente della supercorazzata americana che vanta, da sola, una spesa militare superiore a quella degli 8 paesi che seguono messi insieme (e cioè Cina, Russia, Arabia Saudita, India, Francia, Gran Bretagna, Giappone e Germania) – producendo circa il 40% dei fatturati dell’economia di guerra del pianeta – sta rincorrendo il sogno di una posizione dominante che altri, Cina in testa, stanno sfilando agli States. E non ha perso tempo a sfoderare i muscoli per ribadire la supremazia militare del suo paese.

In un clima di grande tensione per i ripetuti attacchi terroristici, e con la Corea del Nord di Kim Jong-un che lo rintuzza, Trump ha chiesto al suo Congresso un ulteriore aumento di 54 miliardi di dollari che andrà ad incidere sulle spese legate alla diplomazia e agli affari esteri. E alla Nato ha chiesto di alzare il livello di spesa al 2% del Pil nazionale.

Dall’altra parte la Cina, i cui arsenali bellici pesano un terzo di quelli americani, ha risposto dichiarando di voler incrementare il proprio budget militare del 7% nel 2017 e anche Putin ha annunciato l’aumento delle spese militari. La Russia – che ha puntato i suoi missili su Berlino e rilanciato la teoria della deterrenza nucleare (che porterebbe di nuovo all’impiego delle testate nucleari a medio raggio sull’Europa, interrotto dal Trattato del 1987 che pose fine alla Guerra Fredda) – spende oggi 69 miliardi di dollari l’anno per la difesa, ma resta assai lontana dai 600 miliardi degli Usa che staccano tutti anche nella classifica della spesa pro-capite.

Per fabbricare armi pesanti si sono spesi complessivamente nel mondo, nel 2016, 1,68 trilioni di dollari, circa il 2,3% del Prodotto interno lordo del pianeta. Resta da vedere se carri armati, aerei, navi, missili e droni hanno innalzato davvero il livello di difesa dei popoli o li hanno soltanto impoveriti sottraendo immense risorse ad altre “battaglie”, come quelle per ridurre le crescenti diseguglianze nel pianeta o centrare gli obiettivi di sviluppo del Millennio. Oppure, come molti pensano, le armi sono servite a far girare il volano di un’economia stanca che non può fare a meno dei bombardamenti per tornare a crescere.

La guerra nel carrello della spesa Negli ultimi mesi gli osservatori specializzati registrano una impennata come non la si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. Ma sono cinque anni, in realtà, che la corsa al riarmo si è rimessa in moto, tra nazionalismi vecchi e nuovi e sottili equilibri internazionali in via di ridefinizione. L’ultimo rapporto dell’istituto filopacifista Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) quantifica nell’8,4% la dimensione della crescita globale della macchina bellica.

Ma chi vende e chi compra? Le industrie di Usa e Russia vanno a pieni giri. Da sole queste due superpotenze raggiungono il 56% delle esportazioni di armi e hanno dunque forti interessi ad incrementare il livello della spesa; se poi vi aggiungiamo Cina, Francia e Germania si arriva a coprire il 74% della produzione pesante di armi.

L’Italia, com’è noto, ha un’industria bellica di prim’ordine. È all’ottavo posto nella classifica delle vendite con una percentuale tendenzialmente in crescita del 2,7% (era il 2,4% un quinquennio fa). Sono 112 le aziende del comparto della difesa, 50 mila i lavoratori impiegati per un fatturato annuo che ammonta a 15,3 miliardi. Se la mettiamo in termini di rapporto col Pil, qui si apre un balletto di cifre per nulla irrilevante perché va a condizionare la politica e gli impegni futuri di spesa.

La Nato, infatti, ci bacchetta perché destineremmo alla difesa solo l’1,11% del Pil e gli Usa come detto vorrebbero un 2%. Ma per l’Osservatorio Milex sulle spese militari (realizzato nell’ambito delle attività della Rete Italiana per il Disarmo), in realtà spenderemmo già di più, cioè l’1,4% (23,3 miliardi di euro), che è la media dei paesi Nato esclusi gli Usa.

Conflitti più violenti e senza regole A un aumento delle spese sono contrari in molti e per varie ragioni, non soltanto per scelte di campo pacifiste o per ragioni umanitarie come quelle portate avanti da Medici senza frontiere che segnala (vedi intervista) un imbarbarimento – se il termine può passare – degli attacchi vissuti dai teatri di guerra. Attacchi con effetti tutt’altro che “collaterali”.«Le guerre esistono da sempre, per ragioni molteplici e complesse», osserva Annalaura Anselmi, direttore raccolta fondi di Msf. «Purtroppo negli ultimi anni quel che vediamo è che sono sempre più violente e senza regole, e sempre di più sono i civili a farne tragicamente le spese: uomini, donne, bambini vengono colpiti durante la vita di ogni giorno, mentre vanno a scuola o al mercato, mentre cercano cure in ospedale».

Il Movimento Consumatori osserva che «un aumento delle spese comporterebbe un’ulteriore inaccettabile disparità fra la spesa destinata ad armamenti e quella che l’Italia dedica a ricerca e innovazione». E non aiuterebbe a costruire una vera e forte difesa comune europea, di cui si sente forte la mancanza. Le risposte della Ue per ora sono state l’approvazione, in giugno, del sostegno all’industria militare con fondi pubblici: 90 i milioni di euro stanziati in 3 anni come parte di un più ampio piano d’azione a favore dell’industria degli armamenti. I membri della Rete europea Enaat, di cui fa parte anche la Rete per il Disarmo italiana (che comprende dalle Acli all’Arci, da Libera alla Fiom Cgil, ecc.), esprimono preoccupazione e fanno notare che «una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per se stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. E finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura».

C’è poi un discorso di opportunità relativo alla “qualità” del riarmo. Quello tradizionale, costosissimo, fatto di cacciabombardieri e superbombe pare inadeguato ai tempi se non viene potenziata la “cyberwar” e non si danno risorse e affinano i mezzi dell’intelligence. La sicurezza cibernetica è diventata una priorità al punto tale che la Nato ha riconosciuto il cyberspazio come quinto elemento della conflittualità – dopo aria, mare, terra e spazio – mentre nel mondo già si produce molto pericoloso “software dual use” (a doppio uso, civile e militare) che sfugge ai controlli. Sui “buchi” dell’intelligence, poi, evidenziati dagli attacchi terroristici, e sui conflitti con il potere politico nell’America di Trump, è il caso di soprassedere visto che è materia calda in continua evoluzione.

È rimasto da capire, infine, quali paesi passano con più frequenza alla cassa con il carrello pieno di armi. A mettersi in fila sono India, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Algeria che insieme totalizzano il 34% degli acquisti. Seguono Asia e Oceania posizionati sul 43%, il Medio Oriente è attestato sul 29% mentre l’Europa è nelle retrovie con l’11%. Al venticinquesimo posto troviamo l’Italia che compra armi dagli Usa (tra gli acquisti più costosi ricordiamo i famosi cacciabombardieri F35 al centro di molte polemiche), Germania e Israele.

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