“La pandemia ha acuito tutte le patologie psichiatriche, comprese quelle alimentari, che sono una forma di depressione moderna” spiega Laura Dalla Ragione, direttrice della Rete Disturbi Alimentari della Usl1 dell’Umbri, cui fanno capo 4 strutture che ospitano circa 300 persone, tra  gli 11 e i 50 anni di età, nell’arco di un anno. “Perciò non vi è da stupirsi – continua la dottoressa, che è referente per il ministero della Salute su queste tematiche – che nei primi sei mesi dei 2020 i casi di anoressia e bulimia siano aumentati del 30%”, tra insorgenze e ricadute. L’età di esordio della malattia è mediamente intorno ai 14 anni, ma si sta abbassando e diventa trasversale: tra i 12 e i 17 anni i maschi sono saliti al 20% del totale. Ma guarire si può? “Nell’anoressia – rassicura – la percentuale di successo è dell’80%, rivolgendosi ai centri specializzati che si trovano mappati sul  sito del  ministero della Salute www.disturbialimentarionline.it. Un’altra possibilità è chiamare il numero verde nazionale 800.180969 e chiedere informazioni sul centro più vicino”.

Dottoressa, tra anoressia e bulimia qual è il disturbo maggiormente in crescita? E’ la bulimia che tra l’altro è la patologia prevalente delle due negli ultimi dieci anni. Non si tratta, come alcuni credono, del contrario dell’anoressia. Le ragazze bulimiche generalmente sono magrissime. Se pensiamo agli aumenti di peso al tempo del Covid, dobbiamo fare riferimento, tra i dca, cioè tra i disturbi del comportamento alimentare, al disturbo da alimentazione incontrollata. Per bulimia nervosa, invece, intendiamo grandi abbuffate e il cibo che poi viene vomitato anche più volte al giorno con l’aiuto di lassativi, diuretici e iperattività fisica che fungono da metodo di compensazione.

Chi ha sofferto di più tra i giovani durante la pandemia? Sicuramente è stato un forte trauma soprattutto per i giovanissimi. I bambini hanno sofferto maggiormente perché privati dalla socialità, degli abbracci, del contatto fisico, dei giochi. Bambini, preadolescenti e anziani, ovvero le categorie più fragili, hanno accusato i maggiori contraccolpi. Quanto agli adolescenti veri e propri, dispongono di maggiori strumenti cognitivi e culturali per reagire a una situazione che è comunque difficile, in cui sono stati deprivati delle relazioni principali con i coetanei, gli amici, i compagni di scuola. A cui aggiungerei la dimensione claustrofobica dell’essere costretti a casa in famiglia e del respirare un’aria di angoscia collettiva che sicuramente hanno inciso sull’aumento enorme dei disturbi di cui noi ci occupiamo.

C’è qualche elemento che viene sottovalutato e che ha favorito la diffusione dei disturbi alimentari durante questi mesi di clausura? Un elemento favorente è dato senz’altro dall’aumento dell’uso dei social e della rete. I ragazzi che già frequentavano per molte ore l’ecosistema digitale hanno avuto a disposizione  solo quello e, purtroppo, vi si trovano moltissimi modelli e contenuti diseducativi: influencer che su Instagram , TikTok o altri social inneggiano alla magrezza, siti gestiti da pazienti di dieci anni o poco più che danno consigli per dimagrire ed eludere la sorveglianza dei genitori. Si era cercato, a dire il vero, tramite una proposta di legge bipartisan, di bloccare questi siti attraverso la polizia postale, ma non si è arrivati all’approvazione in Parlamento e tutti oggi possono vedere ragazzine di 13 anni sottoposte ad alimentazione artificiale che ballano brandendo l’asta del sondino naso gastrico: per chi è anoressico, purtroppo, non dimentichiamo che è una vittoria andare in ospedale.

La famiglia che ruolo può svolgere per attutire i traumi accentuati dalla crisi? La famiglia può esercitare un ruolo molto importante nel tenere vivi i temi della speranza e della socialità. Occorre evitare che i ragazzi si richiudano nella propria stanza, sforzarsi di mantenere in piedi rituali come il mangiare insieme, creando una parvenza di normalità. Chi vive da solo, certamente, ha più difficoltà, ma il gruppo familiare è già più avvantaggiato nel trovare soluzioni.

Siamo dentro un nuovo periodo di restrizioni. Cosa possono fare i ragazzi in casa per non chiudersi troppo e tenersi in contatto con i pari età? Qualche suggerimento pratico. E’ importante sentirsi spesso con gli amici. Non tanto telefonarsi, meglio le videochiamate che favoriscono il riconoscimento emotivo. Videochiamatevi, guardatevi, parlatevi o chattatevi e magari inventatevi dei giochi o delle attività da fare insieme. Ma non sottovaluterei nemmeno l’importanza della lettura. Darsi, ad esempio, l’obiettivo di leggere almeno un libro alla settimana la considero una buona idea. In questo momento le persone hanno più difficoltà a leggere, perché si stanno abituando a usare il computer, mentre per i ragazzi, soprattutto, è fondamentale non trascurare questa attività anche se hanno il grande serbatoio della rete, con le sue seduzioni, sempre aperto.

E per migliorare il proprio rapporto col cibo? Rispetto al cibo cogliamo tutti l’occasione per fare attenzione a cosa mangiamo, scegliamo alimenti sani e non troppo processati, ricorrendo il meno possibile a cibi precotti e preconfezionati. In questa fase, avendo ridotto l’attività fisica, è fondamentale tenere sotto controllo l’introito calorico oltre alla qualità degli alimenti.

Per concludere, una domanda un po’  più filosofica: il coronavirus, secondo lei, può essere una lezione di vita peri noi e per i nostri figli? Per gli uomini in generale è sicuramente una grande lezione di vita, ci ha fatto capire l’importanza di  tantissime cose che davamo per scontate: la bellezza di stare insieme e mangiare in compagnia, per esempio; ci ha spinti a fare più di una riflessione sulle cose che davvero contano, sui nostri stili di vita, sui modelli di sviluppo o su come trattiamo l’ambiente. Per i nostri figli può essere una lezione altrettanto grande, ma dipende molto dal filtro familiare.

In che senso? Non è la stessa cosa avere un genitore schiacciato dal peso dell’angoscia o uno che aiuta il bambino a interpretare quanto sta succedendo, alimentando la speranza di uscirne presto. E qui mi viene in mente il “principio speranza” del filosofo Ernst Bloch. Vede, i bambini e l’uomo come specie biologica sono programmati per sopravvivere a guerre o a eventi catastrofici, c’è una sola cosa che non sopportano:  l’insignificanza, cioè non riuscire a dare un significato alle cose che capitano. Non è l’evento in sé, ma come lo si elabora a fare la differenza. E’ riempire di significato un’ esperienza incomprensibile che salva l’uomo.

Difficile dare un significato alla pandemia in corso. Quelli di noi che cantavano alle finestre durante il primo lockdown in fondo cercavano di dare un senso e di trovare una luce di speranza. Poteva andare meglio? La risposta è sì, ma la speranza non è un’ipoteca sul futuro, è vedere il mondo in movimento, che cosa succederà domani non si può mai saperlo. E lo stesso possiamo dire oggi col vaccino. Si corrono dei rischi? Sì, ma il vaccino ci sta aiutando tutti a pensare che questa situazione si modificherà e in meglio, ci dà la speranza. Non è poco, mi creda.

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