La parola all'omeopata
"Noi curiamo la persona, non i suoi organi"

“Non ci sono studi che suffraghino la validità dell’omeopatia? Ci sono eccome. Basta conoscerli” parola di Andrea Valeri, responsabile dipartimento ricerca scientifica della Società Italiana di Medicina Omeopatica (Simo). “Uno studio olandese del 2011, ad esempio, prova che i pazienti dei medici di famiglia che utilizzano le medicine complementari, fra cui l’omepatia,  costano alla sanità pubblica fino al 30% in meno. Un minore costo dovuto a minore utilizzo di farmaci e a ridotti ricoveri ospedalieri. Se questi non sono risultati…”
Dottor Valeri, non si parla più di medicine alternative o non convenzionali ma piuttosto di integrative. Perché?
In questo periodo storico assistiamo a una progressiva integrazione nel sistema sanitario e universitario delle medicine cosiddette non convenzionali. Dunque parlare di “non convenzionali” non corrisponde più alla realtà, perché di volta in volta si cerca di dare al paziente il trattamento di cui ha bisogno a seconda delle circostanze. La salute è un processo, e per il benessere del paziente dobbiamo attivare la massima collaborazione possibile con la medicina convenzionale e capire cosa c’è nel suo passato del paziente, anche a livello di farmaci. L’unica alternatività che riconosciamo è quella alla malattia. Del resto sono gli stessi pazienti che fanno integrazione tra le varie medicine.
Lei parla di integrazione. Eppure in molti vi accusano piuttosto di essere integralisti e di proporre ai pazienti l’interruzione delle cure convenzionali…
Questo non è vero.  È una delle prime cose che diciamo ai nostri studenti: non sognatevi di interrompere i farmaci convenzionali indispensabili. La terapia omeopatica si affianca a quella convenzionale, non la sostituisce.  Quello che invece accade, come dimostrato da diversi studi internazionali, è che un paziente, curato anche omeopaticamente, nel tempo riduce i farmaci convenzionali parallelamente al suo miglioramento clinico,  come si fa in ogni accurato processo terapeutico. Ad esempio: se curo la mia insonnia con un sonnifero e grazie a una cura omeopatica riprendo a dormire, prima riduco e, se sto bene,  poi interrompo il sonnifero, o no?  
Perché un numero crescente di persone si rivolge all’omeopatia?
I motivi sono molti e sono stati evidenziati da diversi studi. Il primo e più significativo è che risponde a un’esigenza del paziente che è quella di essere trattato nella sua integrità psicofisica e non solo relativamente a singoli organi e apparati. In secondo luogo, c’è la richiesta di trattamenti individualizzati. Poi ci si rivolge all’omeopatia per il passa parola: alle persone che si rivolgono a noi sono state riferite numerose esperienze di miglioramento da parte di pazienti soprattutto cronici. Poi c'è anche il notevole margine di  sicurezza che assicura la terapia omeopatica classica rispetto a quella convenzionale. E infine l’omeopatia può offrire un buon rapporto costi-benefici. Rispetto a quello che dà costa relativamente poco. Pensiamo solo alla durata della visita omeopatica che dura in media da mezz’ora a più di un’ora con la totale presa in carico del paziente. Lo stesso non si può dire di una visita specialistica convenzionale.
I vostri detrattori sostengono che non esistono studi che provino l’efficacia dei farmaci omeopatici, cosa che sarebbe necessaria nel caso fossero rimborsati dal sistema sanitario nazionale…
Intanto non tutti i medicinali convenzionali sono stati sottoposti ai procedimenti autorizzativi attuali. Ci sono principi attivi assolutamente indispensabili di cui è stata provata l'azione clinica prima che le procedure autorizzative attuali venissero implementate come standard e che sono adottate solo per i nuovi farmaci. Ma i medicinali omeopatici sono utilizzati da circa 200 anni. E ci sono moltissimi studi – fatti su persone sane – che ne descrivono azione ed efficacia. Ci chiedono le prove dell’efficacia clinica? Applicare automaticamente alla medicina omeopatica un modello di studio che è stato elaborato per misurare un effetto specifico, farmacologico, e non sistemico su tutto il paziente, è una forma di colonialismo culturale. Faccio un esempio: se ho un paziente col colesterolo un po' alto, io, invece di somministrare statine, prescrivo una terapia d'insieme: cambio della dieta, attività fisica, controllo dei fattori di stress.  E dopo un paio di mesi il colesterolo del paziente cala. Il farmacologo potrebbe sostenere di non avere alcuna prova che a migliorare la situazione del paziente sia stata la terapia. Potrebbe anche essere stata la suggestione provocata dal medico. Quello che voglio dire è che per il trattamento omepatico il risultato finale dipende da un insieme di fattori che non è possibile separare e misurare singolarmente. Cosa che è invece è più semplice fare per i farmaci convenzionali. Ci vorrebbero due modalità di valutazione diverse: quella specifica, usata per i farmaci, e quello per sistemica, d'insieme, usata per l’omeopatia, con test che da una parte valutino i risultati sul problema principale, il livello di colesterolo – per continuare col nostro esempio – e dall’altra anche il livello psichico e la qualità di vita del paziente…

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