La parola al farmacologo
“I rimedi omeopatici? Non contengono nulla”

Parole definitive quelle di Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (una fondazione no profit, per la ricerca, la formazione e l'informazione sulle scienze biomediche): “L’omeopatia non contiene nulla ed è difficile sostenerne l’efficacia”.

Eppure, professore, ci sono strutture pubbliche – come in Toscana – che utilizzano le medicine complementari.
Come la medicina “tout court”, la medicina alternativa (o complementare, o integrata) deve dimostrare che i trattamenti che adotta sono basati su un rapporto favorevole tra benefici e rischi; e, a parità di benefici e rischi, deve essere scelto l’intervento più vantaggioso dal punto di vista economico. Ciò è tanto più vincolante per il servizio sanitario nazionale che utilizza le tasse dei cittadini e la cui sostenibilità nel tempo è messa a dura prova dal crescere della spesa.

I fautori dell’omeopatia e delle medicine complementari sostengono che i procedimenti con cui si valicano i farmaci tradizionali non possono valere per le specialità omeopatiche o fitoterapiche…
E perché? Oggi disponiamo di metodi che permettono con relativa facilità l’isolamento dei principi attivi, se esistono. Questi principi attivi devono seguire le regole e le procedure che valgono per l’approvazione di qualsiasi farmaco. Sarebbe auspicabile che per l’utilizzo di interventi terapeutici, si applicasse sempre lo stesso principio: adeguate ricerche pre-cliniche e cliniche, che ne documentino efficacia e sicurezza e una formale approvazione da parte di un’autorità regolatoria.

E per quanto riguarda la fitoterapia?
Gli estratti d’erbe contengono centinaia di prodotti, cioè sostanze chimiche, che non sono ben definite e che possono essere tossiche. Inoltre queste sostanze non sono sempre uguali nei vari lotti di un prodotto, perché la composizione delle piante varia in qualità e quantità. È curioso che si preferisca utilizzare un prodotto di cui si conosce molto poco, anziché utilizzare un farmaco contenente un principio attivo di cui si conosce la formula, le impurezze, gli effetti benefici e quelli tossici. Diversamente da quanto accade per i farmaci, per gli estratti d’erbe, sia che si vendano in farmacia, parafarmacia o erboristeria, non esistono praticamente controlli, perché non vengono approvati dall’autorità regolatoria e raramente sono sottoposti a test sperimentali e clinici. Allo stesso modo, per questi prodotti non è prevista la farmacovigilanza, un’attività che raccoglie in modo sistematico gli effetti collaterali per continuare a stabilire se il rapporto benefici-rischi sia positivo. Questa attività viene svolta per i farmaci ma non per gli estratti di erbe. Usare estratti di erbe può infine essere dannoso non solo per la loro tossicità, ma soprattutto perché si possono omettere cure che hanno avuto invece dimostrazioni di efficacia.

Eppure tanti pazienti si rivolgono alle terapie non convenzionali…
È ora che si prendano decisioni più severe in termini di controllo per evitare che tanti cittadini o ammalati spendano risorse economiche per acquistare prodotti per cui non esiste nessuna garanzia salvo quella, interessata, delle ditte produttrici.

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