Ragazzo_cuffiette_musica.jpgC’erano una volta i dischi in vinile, poi vennero i Cd. La nostra musica, quella dei cantanti o dei gruppi preferiti abitava lì, in oggetti fisici che si correva a comprare appena usciva il nuovo album. Ora siamo nell’era del  download e dello streaming. Questi due termini sono sicuramente tra le parole inglesi di uso maggiormente comune nella nostra lingua negli ultimi anni. Due espressioni che spiegano come la fruizione (ma anche la produzione) della musica sia radicalmente cambiata, rendendo i suoni un oggetto ‘liquido’ che può fare a meno, per essere ascoltato di aver prima acquistato il disco o il Cd citati all’inizio.

La velocità del cambiamento è stata impressionante. Pochi anni e il mondo digitale ha sfornato una nuova serie di offerte che hanno combinato l’uso di strumenti di connessione alla rete sempre più flessibili e portatili (lo smartphone su tutti) a programmi e siti con servizi specializzati, in gran parte basati sulle immense risorse di memoria della rete e del cloud. E ovviamente, specie tra i più giovani, la rivoluzione si è diffusa come la cosa più naturale. Dunque, se certo che c’è chi ancora preferisce avere in mano il Cd o chi colleziona e non rinuncia ai “vecchi” vinili (insieme queste due voci rappresentano ancora il 62% del fatturato complessivo del mercato italiano) il futuro, o meglio il presente, va in tutt’altra direzione.

E se, sino a poco tempo fa il download era sinonimo della pratica  di scaricare, spesso illegalmente, dalla rete i nostri brani preferiti, intasando, le memorie dei  computer con materiali che spesso si accumulavano senza avere il tempo di ascoltarli, lo streaming ha del tutto rivoluzionato il nostro approccio alla musica. Che può essere, in qualsiasi momento ascoltata con una dignitosa qualità di riproduzione  semplicemente collegandosi alla rete. E in molti casi anche  in modalità offline. Nel rispetto della legge e con poca spesa.

Si  tratta  della trasformazione  profonda avvenuta con la diffusione internazionale dei servizi che permettono di ascoltare canzoni da un repertorio praticamente infinito, senza depositarle sul computer, con diverse modalità, da quella gratuita (che comunque è sempre molto ampia) con inserimenti pubblicitari  a quelle che prevedono un abbonamento.

I due servizi che si contendono la parte più grande del mercato sono Spotify e Deezer, arrivano uno dalla Svezia (fu lanciato da una start up nel 2008) l’altro dalla Francia e in sostanza svolgono la stessa funzione, mettendo a disposizione degli utenti (sia gratuitamente che a pagamento) un catalogo di decine di milioni di brani acquisiti attraverso accordi con le case discografiche, sia le multinazionali che le indipendenti.
Non si tratta, però delle uniche possibilità di scelta per il consumatore.

Per ascoltare buona musica, gratuitamente e in legalità, ci sono molti altri siti, che, spesso anche artisti di grande rilievo ‘usano’ per presentare in anteprima ai propri fan nuove produzioni e remix realizzati appositamente con, nel caso dei dj, anche lunghe selezioni di brani mixati.

È il caso di Soundcloud, nato a Stoccolma e sviluppato a Berlino intorno al 2007, pensato originariamente come piattaforma sulla quale i nuovi musicisti potevano caricare le proprie canzoni per farsi conoscere senza passare attraverso le case discografiche (sul modello della pionieristica azienda Myspace), ma in breve è diventato un servizio di streaming capace di entrare in competizione con gli altri servizi più grandi. Grazie al fatto di essere utilizzata da superstar internazionali come i Radiohead.

Alcune realtà, molto celebri all’estero, non sono ancora sbarcate  in Italia, ma sicuramente la conquista del mercato del nostro paese fa parte dei lori piani.

Come Pandora, che pur essendo diffusa per adesso solo in Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda è arrivata alla consistente cifra di circa 82 milioni(!) di utenti. Si tratta, in realtà, non di una semplice offerta di streaming, ma, piuttosto, di una vera radio online che ogni iscritto può modulare secondo i propri gusti, creando un palinsesto personale, e scegliendo da un catalogo vastissimo. Anche in questo caso, le versioni sono due, una gratuita, con pubblicità, e una senza annunci che costa 5 euro.

Un mercato, quello dello streaming,  che ha suscitato l’attenzione, naturalmente, anche dei colossi del web.

Come Google, che ha lanciato Playmusic, disponibile da tre anni anche in Italia. Si tratta di un negozio di musica on line (concorrente di ITunes, per intendersi), ma che prevede anche una versione ‘Unlimited’, che attraverso il pagamento di un abbonamento mensile, permette di ascoltare tutta la musica che c’è nel catalogo. Oltre 30 milioni di brani.

O Skype, i cui creatori hanno messo on line Rdio, più di 32 milioni di brani e una doppia tariffa, se si sceglie di ascoltare la musica solo dal pc o anche dal telefono. Prevista  una versione gratuita con la pubblicità.

Mentre Tim, come faranno sempre di più in futuro, le grandi compagnie telefoniche, abbina alle classiche funzioni di telefonia, anche lo streaming di brani musicali, con una piccola cifra mensile, e senza che l’ascolto gravi sul traffico dati del cliente.

Poi ci sono le iniziative specifiche, più piccole, ma dalle grandi ambizioni, come la recente Tidal, una società svedese acquistata  da un gruppo di celebrità della musica, tra cui Jay-Z (che è l’azionista di maggioranza), Beyoncé, Madonna, Kanye West, Rihanna e Daft Punk, che rifiuta il modello gratuito di Deezer e Spotify (che assicura agli artisti guadagni davvero minimi, fatto che ha causato alcuni abbandoni o rifiuti di rendere le proprie opere disponibili).

Tidal promette, per differenziarsi dagli altri, e per giustificare il costo richiesto agli utenti, un’alta qualità della riproduzione, simile a quella di un cd, (ma su questo fronte si è anche attrezzato Deezer con un abbonamento  particolare e un accordo con una azienda specializzata), e la possibilità di avere molte esclusive, che gli artisti che ne detengono la proprietà offrirebbero ai propri clienti.

Per adesso il panorama della proposta è ancora molto ristretto, ma Tidal conta molto, oltre che sui tanti cultori dell hi-fi che hanno a casa ottimi sistemi di diffusione del suono, sulla capacità di attrattiva esercitata dai nomi che l’hanno lanciata, in aperta polemica con le cifre davvero irrisorie che lo streaming tradizionale  garantisce ai musicisti. Grande promozione,  una sezione redazionale molto ben curata, appuntamenti  in stile hollywoodiano, ma ancora le tante attese “esclusive” sono poche per giustificare un investimento mensile così consistente. Tutte scelte che saranno condizionate dall’ingresso su questo mercato di Apple (previsto per l’estate, se andranno a buon fine le trattative in corso con diverse etichette discografiche che dovrebbero garantire all’azienda americana brani e artisti concessi, anche in questo caso, in esclusiva), con il sistema Beats.

L’obiettivo è fissato a  75 milioni di utenti  che l’azienda californiana vorrebbe convertire a un sistema di abbonamenti sempre a pagamento, per porre fine alle polemiche di molti artisti che criticano i bassissimi margini di guadagno che lo streaming riserva loro. Alcuni, come la popstar americana Taylor Swift, hanno nel frattempo  chiesto alla loro etichetta di ritirare i propri brani da Spotify. E siamo solo all’inizio…

(di Pierfrancesco Pacoda)

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