Si definisce “sociolinguista precaria a tempo indeterminato, traduttrice, grammamante e branditrice di vocabolari”. Insegna all’Università di Firenze ed è autrice di libri tra cui “Potere alle parole. Perché usarle meglio”. Lei è Vera Gheno (nella foto), ed è la persona giusta per capirne di più della lingua di Dante, l’invenzione da cui è cominciato tutto.

Perché Dante è importante, dal punto di vista della lingua? Viene considerato a ragione uno dei padri della lingua italiana – il principale, insieme a Petrarca e a Boccaccio – perché con la Commedia fa un’operazione di importanza capitale: decide di scrivere in italiano. Il che è principalmente un’operazione di esplorazione linguistica. Sì, certo, il Sommo viene citato dai grammarnazi – quelli che avversano il cambiamento, per intenderci, quelli che “Dante si rivolterebbe nella tomba” – come punta massima a cui è arrivato l’italiano, ma chi ne parla in questo modo dà dimostrazione di non conoscerlo, perché Dante non si limita a scrivere in italiano, ma lo sperimenta. Prendiamo ad esempio l’espressione “pape Satàn aleppe”, inventata di sana pianta. Ancora oggi gli esegeti cercano di capire cosa volesse dire! Insomma, era uno spirito libero, uno sperimentatore. La Commedia dal punto di vista della lingua è variegata, piena di neologismi, di latinismi, di provenzalismi, anche di espressioni che oggi abbiamo perso. È una specie di tesoretto.

Ma la lingua di Dante è ancora contemporanea? Sì, talmente è importante Dante che la nostra lingua ancora ne è intrisa, ovvero lui è vivo nel nostro parlato quotidiano: citiamo pezzi della Commedia senza sapere che sono pezzi della Commedia. Quando diciamo “il bel paese”, ad esempio; “cosa fatta capo ha”; oppure “bella persona”; “non mi tange”. E a ulteriore testimonianza della popolarità di Dante abbiamo alterato il verso dantesco “non ragioniam di lor ma guarda e passa”. Noi diciamo correntemente “non ti curar di lor ma guarda e passa”. E questa è proprio la cartina al tornasole di quanto Dante sia rilevante. Cioè, non lo citiamo per farci belli. Lo citiamo come fosse un proverbio popolare.

Cosa risponderebbe a chi dice che la lingua dantesca è difficile? Penso che noi italiani leggiamo ancora oggi Dante con poco sforzo. L’inizio della Commedia è molto chiaro e non dimostra per nulla la sua età. Ma com’è possibile che Dante sia ancora comprensibile? In altre culture, con altre lingue non succede. Per un inglese, ad esempio, Chaucer o Shakespeare sono molto difficili. Il segreto è che per lunghissimi secoli l’italiano non è stata la lingua parlata dagli italiani che sono diventati italofoni, tecnicamente, ieri l’altro, cioè intorno agli anni ‘60 del ‘900. Prima dell’unità d’Italia parlavano i loro dialetti. Poi ci sono stati 100 anni di scuola, di leva militare… Ma è con la televisione che c’è stato un salto di qualità. Il fatto che dai tempi di Dante e fino al 1960 l’italiano lo parlassero letteralmente quattro gatti, cioè fondamentalmente i toscani, ha fatto sì che fino al 1960 l’italiano sia stato come un cappotto messo via in naftalina e non è cambiato. Così possiamo leggere i classici del ‘300, certo con un minimo sforzo, ma con facilità.

Qual è l’occasione che dobbiamo cogliere con questo settecentenario? Partiamo dalla considerazione che il problema di Dante è lo stesso di Manzoni: quello di essere un libro scolastico. Questo ce lo rende indigesto e antipatico. L’occasione del Settecentenario potrebbe essere quella di rileggersi la Commedia, fuori dal contesto scolastico, apprezzando anche quanto fosse birichino, Dante, perché usa parolacce, inventa… Divertendosi ad esempio con tutti i suoi verbi in ‘arsi’: come immillarsi, diventare mille; induarsi, diventare due; intuarsi, diventare te; infuturarsi, protendersi verso il futuro. Dante, tolta la costrizione scolastica, è un testo fichissimo, certo non è facilissimo, ma se si esce dal contesto “devo capire tutto perché m’interrogano”, diventerà caleidoscopico! E soprattutto è un modo molto intelligente per migliorare le proprie competenze linguistiche.

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