uova_truffa.jpgChissà se quando leggerete questo articolo si starà ancora parlando della carne di cavallo finita “a sua insaputa” dentro a tortellini, lasagne e polpette o se, tra insalate con tracce di veleno topicida (spedite dall’Italia in Germania), uova biologiche false (caso scoppiato in Germania) a occupare le pagine dei giornali ci sarà qualcos’altro. Quel che certo è che la scala di tipologie in questo campo è ampia e va dalla semplice omissione di informazioni e scarsa trasparenza verso il consumatore (senza per questo aver magari infranto alcuna legge), a contraffazioni, truffe e frodi vere e proprie. Siano alimenti, capi d’abbigliamento o altri prodotti la cosa non cambia di molto. Il confine è a volte molto più sottile di quanto sembri. Nel citato caso della carne di cavallo usata al posto della più costosa carne bovina, al momento in cui scriviamo sono coinvolti venti paesi, con circa 200 diversi prodotti sequestrati. Una frode bella e buona, anche se al momento pare senza rischi evidenti per la salute.
Resta il fatto che, ripercorrendo all’indietro la catena degli eventi, l’idea che ci sia chi prende i cavalli da corsa (magari sin lì nutriti con anabolizzanti per farli andar più forte), e poi li manda al macello mescolandoli agli altri, destinati all’alimentazione umana, rimanda a organizzazioni criminali e clandestine che, a maggior ragione in tempi di crisi come questi, approfittano di ogni spazio loro offerto per fare affari a scapito dei produttori onesti, dei diritti dei consumatori, della qualità dei prodotti e in alcuni casi creando anche problemi di salute pubblica.
Sì perché nel tornare a parlare di questi temi, come già tante volte fatto su questa rivista, è bene ribadire un punto fondamentale. E che cioè tutto questo grande fenomeno delle truffe e delle contraffazioni nel campo del commercio produce un fatturato (solo in Italia) vicino ai 10 miliardi di euro, sottraendo ingenti entrate per il fisco e producendo un danno occupazionale (per le aziende sane) che alcune ricerche hanno quantificato in 130 mila posti di lavoro. 

Il peso della criminalità
E, ovviamente, di tutti questi soldi una gran parte finisce nei forzieri di organizzazioni criminali come le “nostrane” mafia, camorra e ‘ndrangheta, già più volte però trovate in partnership con la mafia cinese o di altri paesi proprio in questo settore. Legami dimostrati da indagini condotte in più d’una città.
Dunque questo è lo scenario che sta dietro alle notizie che spesso ci troviamo davanti nelle pagine di cronaca. Per non dimenticare che, ad ogni nuovo scandalo, per colpa di chi bara, c’è un calo di consumi che penalizza l’intero comparto e le aziende sane, si parli di mozzarelle o polli non cambia.
Focalizzandosi sul dato dei prodotti alimentari, nel 2011 in Italia sono stati sequestrati 24 milioni di chilogrammi di merci contraffatte e sofisticate, per un valore di 840 milioni di euro. Dentro ci troviamo mozzarelle prodotte con latte vaccino, olio deodorato e colorato, pesce congelato e spacciato per fresco, conserve con pomodori provenienti dall’estero e spacciate per italiane, vino privo di ogni certificazione. Ma ci sono anche Tir sbarcati ad Ancona carichi di tonnellate di pasta prodotta all’estero, ma con la scritta Made in Italy sulle confezioni.
Secondo la fotografia contenuta nel rapporto “Italia a tavola”, che Legambiente e Movimento difesa del cittadino producono ogni anno, il nostro è un paese nel quale comunque la capacità di contrastare questi fenomeni è buona. La rete di strumenti che va dai nuclei specializzati dei Carabinieri all’Agenzia delle dogane, dalla Guardia di Finanza all’ispettorato del Ministero della salute ad altre sigle ancora, funziona egregiamente. Siamo quelli che fanno più segnalazioni all’apposito Sistema di allerta presente a livello europeo: e più denunce, vuol dire proprio più controlli. 

Controlli che funzionano
“I dati del nostro rapporto – spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – evidenziano il grande lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dagli enti preposti, per scoprire le frodi e i rischi che minacciano le nostre tavole, la salute e tutto il sistema di produzione agroalimentare di qualità che ci rende famosi nel mondo. Eppure una maggiore sicurezza potrebbe essere ottenuta attraverso l’applicazione di norme più severe sull’etichettatura e sulla tracciabilità dei prodotti alimentari e soprattutto inserendo tempi certi per i procedimenti giudiziari che riguardano le frodi alimentari: effettuare le analisi in tempi rapidi, infatti, permetterebbe di controllare efficacemente la filiera e di risalire alla fase del danno prima che i prodotti adulterati vengano diffusi”.
Per il consumatore, già alle prese con il problema di far quadrare i conti in tempi di crisi, il continuo ripetersi di allarmi e frodi è un bello stress aggiuntivo. Le notizie sul fatto che l’Italia abbia controlli efficienti sicuramente aiutano a tranquillizzare. In più è consigliabile affidarsi a catene e marchi conosciuti (come ovviamente Coop, di cui parliamo più in dettaglio in queste pagine), imparando a leggere sempre le etichette e ricordando che inseguire i prezzi bassi deve avere un limite proprio nel non rinunciare a qualità e sicurezza.

Ue, etichette e tracciabilità
Il recente caso della carne di cavallo ha però riproposto in primo piano il tema delle norme sulla tracciabilità e su quanto deve essere indicato in etichetta. A novembre 2011 è stato pubblicato il nuovo regolamento dell’Unione europea proprio sulla trasparenza delle etichette. Un regolamento che introduce obblighi molto più precisi di prima sugli allergeni come sulla provenienza di tutte le carni (cosa in Italia già prevista per il bovino e l’avicolo). Ma, oltre al fatto che l’entrata in vigore di questo regolamento è un percorso a tappe articolato su più anni, il punto delicato è sui singoli ingredienti (carni in particolare) per le quali non vanno inserite indicazioni di tracciabilità. La materia è complessa, ma come spiega il segretario di Adiconsum, Pietro Giordano “la normativa europea non prevede la tracciabilità di tutti i prodotti, specie degli alimenti composti”. Sì, perché al di là dei dettagli, c’è una visione, molto radicata a Bruxelles, che vede in una puntuale indicazione delle filiere, un ostacolo al libero mercato.
L’Italia su questo è particolarmente sensibile avendo un numero di produzioni di qualità altissimo (sono 1.094 quelle che hanno certificazioni europee Dop, Igp e Stg). Dunque più è trasparente e conoscibile la provenienza dei prodotti e delle materie, tanto più è tutelata la loro qualità. 

Occhio alle imitazioni
Un ulteriore problema per i produttori nostrani è che sempre più spesso devono fronteggiare un fenomeno, noto come “Italian sounding”, nome vagamente esotico, ma dietro a cui si cela il fatto che vengano sfornate decine di imitazioni di prodotti italiani. Basta usare colori, simboli, nomi ed etichette che richiamano, spesso in maniera molto diretta, il nostro buon cibo e l’italianità e il gioco è fatto. Uno pensa di comprare del Parmigiano Reggiano solo per il fatto che il nome è simile e costa molto meno dell’originale.
Sia chiaro, queste contraffazioni o imitazioni che dir si voglia, avvengono spesso nel rispetto delle norme; o meglio, avvengono grazie alla mancanza di norme in grado di tutelare i prodotti originali. Secondo i dati di Federalimentare questo fenomeno di contraffazione, vale ogni anno 6 miliardi di euro, pari al 25% del nostro export complessivo in questo campo. E qui i principali falsificatori non sono i “soliti” cinesi, ma stanno in paesi insospettabili come Usa, Australia, paesi nord europei e del sud America.
Dunque, assieme ai controlli si spera sempre più puntuali, delle forze dell’ordine e delle altre autorità competenti e sperando in norme europee sempre più trasparenti, quel che resta fondamentale è il comportamento di ogni consumatore, l’abitudine a leggere le etichette, a controllare la presenza delle certificazioni Dop o Igp (che molti prodotti italiani hanno a differenza delle loro imitazioni) e a diffidare di prezzi troppo bassi.

Dario Guidi

12/04/2013

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