“L’Italia ha dato prova in questo anno di grande resilienza da diversi punti di vista. Economica, dopo lo choc generato dalla pandemia; digitale, dal momento che individui e imprese sono stati in grado, in breve tempo, di spostare online la fruizione di molti beni e servizi; psicologica, da parte degli individui, come attestano i dati sul benessere e felicità del Bes Istat e il World Happiness Report che, sorprendentemente, sono in miglioramento nel 2020. Un avanzamento che riguarda anche il senso civico, di appartenenza a una comunità, ed alla partecipazione dei cittadini». Leonardo Becchetti, ordinario di Economia Politica all’Università Tor Vergata di Roma, da sempre si occupa di sostenibilità, etica, economia civile. È presidente del comitato scientifico di Next, associazione nazionale di promozione della nuova economia basata sul voto col portafoglio e lo scambio di buone pratiche, oltre che autore di studi e pubblicazioni sullo sviluppo sostenibile. 

Professore, il rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile (Bes) in Italia dice che nel 2020 la povertà assoluta è cresciuta ma le persone che dichiarano di essere molto soddisfatte della loro vita aumentano. Come si spiega, di fronte a redditi in calo, povertà e disoccupazione in aumento?In questi mesi è successo qualcosa di nuovo, la pandemia ci ha insegnato che siamo tutti collegati, interdipendenti: le nostre scelte, positive o negative, hanno effetti drammatici su chi ci circonda. Abbiamo imparato ad apprezzare ciò che abbiamo, a dare un senso alla nostra storia, scoprendo che le radici della soddisfazione, del senso delle nostre vite, non sono nella ricchezza ma affondano nella nostra capacità di essere generativi, di fare qualcosa che ha impatto sulla vita degli altri.
Anche la povertà è l’ultima parte di un fenomeno multidimensionale, che è anche relazionare, di formazione, di capitale. La cosa difficile oggi non è avere un pasto, è mettere insieme risorse come l’autostima, le competenze, le relazioni che ti fanno uscire dalla trappola dell’indigenza.

Questo senso di comunità sembrava più forte nel primo anno della pandemia: non le sembra che il clima sociale sia cambiato? Paradossalmente si è più impazienti e nervosi quando si intravede la luce in fondo al tunnel. In questo momento la stanchezza e l’insoddisfazione pesano di più e si traducono anche in manifestazioni visibili di disagio, ma tra pochi mesi avremo un numero tale di vaccinati da porre fine all’emergenza sanitaria e avviare una fase nuova, di trasformazione.

Siamo alla svolta verso un nuovo modello di economia sostenibile? Le politiche pubbliche sono fondamentali, ma sono efficaci se si attuano su un substrato che deve essere pronto, ricettivo e generativo, fondato sulla cittadinanza. Dipende da noi: dobbiamo passare da un atteggiamento passivo, di attesa di qualcuno che ci porti fuori dal guado, a un approccio attivo. La cittadinanza attiva, in forma individuale e organizzata, è uno strumento potentissimo. Oggi i cittadini gestiscono beni comuni, interagiscono con le istituzioni, sono protagoniste di coprogettazione e reti civiche, votano con il portafoglio. E’ indicativo quello che sta avvenendo in ambito finanziario: nei prossimi tre anni il 77% dei gestori fondi investirà tenendo conto del rischio di sostenibilità sociale e ambientale e dovrà dare conto con indicatori ambientali del progresso del proprio portafoglio titoli.

Il Cortile dei gentili, nel suo rapporto Pandemia e resilienza, dice che alla ripresa sostenibile servono “quattro mani”: il mercato, temperato da autorità illuminate, la cittadinanza attiva e le imprese. Che ruolo possono avere cooperazione e terzo settore? A maggior ragione nello scenario post pandemia l’impresa non deve fare solo profitti, ma guardare al proprio impatto sociale e ambientale. Le cooperative avranno un’importanza cruciale, perché da sempre  sono più sensibili a nuove istanze, come la legalità, l’ambiente, le disuguaglianze. Hanno per così dire una risonanza maggiore nella società e sono anche un luogo di formazione di capitale sociale e senso civico. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza punta molto su welfare, sanità, territorio, relazioni: il  terzo settore  è chiamato a sviluppare relazioni di cura e alimentare la generatività, coinvolgendo le fasce di popolazione e le generazioni che ne hanno più bisogno, a partire da giovani e anziani, che devono essere protagoniste e al tempo stesso beneficiarie degli interventi.

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