“Io e la mia musica tra la gente”

 

Intervista a Luciano Ligabue: il cantante si racconta a Consumatori

 

Sta passando una bella fase personale, per questo il titolo del suo ultimo album, “vuol proprio dire che certi «mostri» non mi fanno più male”. È felice quando le sue canzoni entrano nella vita della gente perchè la sua è musica popolare. Odia parole come giovani o generazione, cioè il tentativo di definire con “due o tre aggettivi” una moltitudine di persone, mentre invece il suo lavoro è proprio sulla differenza. Si rende conto che per un ragazzo di oggi sia dura vivere passioni forti, perchè ha davanti a sè modelli sempre più difficili da raggiungere.

Parole e idee di Luciano Ligabue da Correggio: scrittore, regista ma, soprattutto, uno dei volti più noti del rock italiano. Un musicista capace di continuare a riempire, in una ormai ventennale carriera, stadi a palasport. Ligabue ha accettato di raccontarsi per “Consumatori” in occasione dell’uscita del suo ultimo disco “Arrivederci mostro!”, già finito in vetta alle classifiche di vendita (segno che l’intesa, mai garantita come spiega lui, col pubblico, è scattata anche questa volta).

Quello che vi proponiamo è il racconto di una chiacchierata a ruota libera tra Luciano e Claudio Toso, direttore soci e consumatori di Coop Consumatori Nordest, la cooperativa che opera dove Luciano abita. Una chiacchierata che spazia tra la musica, il rapporto con il pubblico e la rappresentazione del mondo giovanile.

 

A Correggio, nella tua città, ci sono i ragazzi della scuola Einaudi che partecipano a un progetto di volontariato nell’ospedale finanziato da Coop, seguendo nella fase post operatoria i ragazzi che hanno fatto degli incidenti subendo gravi traumi e aiutandoli a tornare a vivere. È solo uno dei tanti volti di un pianeta complicato, quello dei giovani, dipinto spesso sui media con stereotipi, in modo caricaturale. Spesso si dice che ci sono grandi difficoltà ad avere un rapporto diretto con i giovani. Dal tuo punto di vista, per quello che tu rappresenti per i giovani, che impressione hai?

Guarda, il mio punto di vista è che io da anni odio parole come “giovani”, “pubblico”, “generazione”. Sono “parolacce” con cui si cerca di definire con due o tre aggettivi la sensibilità diversa di due o tre milioni, o miliardi, di persone. Io lavoro sulla differenza, sull’attenzione per la differenza, cioè sul riuscire a fare i conti col fatto che ognuno di noi ha un proprio vissuto, e quindi una visione del mondo unica e irripetibile che proviene da quello che è, da come è fatto, da quello che ha prodotto nel suo percorso fino a lì, dall’educazione, dalle amicizie, dalla scuola, dai traumi che ha subito, dalle malattie che ha avuto, eccetera. Quando sento dire “i giovani mancano di sensibilità sociale”, ad esempio, mi arrabbio perchè è una frase che per forza è detta da qualcuno che ha la presunzione di conoscere tutti i giovani e anche l’incapacità di leggere invece le loro esigenze.

 

Per molte persone della nostra generazione la politica è stato un grande fattore di aggregazione, che portava i ragazzi a creare movimenti rivolti al cambiamento. Pensi che per i ragazzi di oggi sia più difficile trovare la stessa volontà e lo stesso impegno? Non ti pare che l’aggregazione si crei spesso esclusivamente su cose futili, come la moda?

Probabilmente, in questo momento chi è giovane non può contare sullo slancio che ho avuto ad esempio io quando ero giovane, uno slancio che aveva a che fare con una speranza dettata soprattutto dalla possibilità politica di cambiare il mondo in meglio.

Capisco che nel 2010 sia molto più difficile per un giovane pensare che la politica sia un fattore di cambiamento, e quindi se si comincia a togliere questo tipo di incanalamento di energie e di speranze, e se in qualche modo la religione fatica a rappresentarti, il quadro diventa più frammentario e il modo di credere di ogni giovane diventa necessariamente un’esplorazione personale. Ho anche l’impressione che il processo di accettazione del resto del mondo per un ragazzo sia più difficile, perchè ha di fronte modelli sempre più difficili da raggiungere. Questo è un problema che sento: mi pare che per molti si sia alzato il senso di inadeguatezza, e questo crea disagio, un senso di disorientamento per il quale diventa poi difficile per un giovane prendere le misure per relazionarsi col resto del mondo.

 

Quindi bisognerebbe creare l’occasione del cambiamento, dando loro “l’asticella giusta”, modelli più validi da seguire nel mondo politico, sociale, culturale?

Guarda, in generale io vedo molta disillusione nei confronti delle figure politiche attuali, e ho l’impressione che fosse molto più facile credere a Berlinguer o Moro che non ai politici di oggi. Di conseguenza, la politica diventa qualcosa cui difficilmente i giovani si interessano, e lì nasce un piccolo dramma, perchè comunque l’unico modo che ha un Paese di cambiare è ovviamente la politica. Ci vorrebbero forze nuove, e una nuova pulizia mentale ed etica rispetto a un modo di procedere politico che è evidentemente stanco e appesantito. Stiamo sempre parlando in termini generali, comunque, perchè ci sono ragazzi che sono appassionati, che fanno le loro liste civiche, che fanno il loro lavoro all’interno delle segreterie di partito. Spesso le iniziative positive, legate magari al volontariato, non riescono a trovare la visibilità che meriterebbero.

 

Hai detto che non ami parlare dei giovani in termini generali, ma immagino che spesso ti vengano fatte domande in proposito, e questo è probabilmente dovuto al rapporto speciale che riesci a instaurare con loro.

Sono venti anni che mi chiedono come faccio io da un palco ad avere la sensibilità per capire la vita di decine di migliaia di persone, ma la realtà è che lo scambio che ho con il mio pubblico è per forza di cose sbilanciato, perchè si basa su quello che faccio io e quindi non è che io senta quello che mi stanno dicendo loro, purtroppo. A volte provo a interpretarlo nel modo in cui vivono le mie canzoni però diventa, appunto, interpretazione, e in definitiva è sbagliato voler fare un quadro d’insieme quando di mezzo ci sono così tante sensibilità, vite, percorsi.

 

In ogni caso, attraverso le tue canzoni, crei un collegamento speciale e “personale” con ognuno di loro, no?

Le canzoni hanno un potere meraviglioso, che io rispetto tantissimo e che diventa in parte la grande risorsa e in parte la grande condanna di questo mestiere, del fatto che comunque le canzoni fanno come vogliono loro. Nessuno può dire “adesso mi metto lì e scrivo un grande successo”, non funziona così. Ci sono fortunatamente delle antenne speciali che ha il mondo rispetto a chi ha la presunzione di dire “giratevi, che vi devo dire qualcosa”, ma non è detto che ciò che hai da dire interessi a qualcuno, si capisce solo dopo. Questo fatto è meraviglioso, perchè non è progettabile, ma al tempo stesso drammatico, perchè questo resta sempre un mestiere aleatorio, in cui nessuno può garantirti niente per il tuo futuro.

Io credo nella musica popolare, fatta per la gente. La canzone porta avanti la tradizione del melodramma, di cui è una riduzione. Penso che al di là di quello che tu vuoi dire, al di là della qualità che ci metti dentro, dev’essere fischiettabile da qualsiasi ceto sociale. Per me la canzone ha senso se la fischietta il muratore, l’avvocato mentre fa la doccia: quello è il mio obiettivo. Come dicevo prima è un obiettivo che non puoi progettare: io non so cosa ha in testa il muratore, o l’avvocato, e non posso saperlo, ma sono felice quando quello che canto entra nelle loro vite.

 

Ti senti a tuo agio nelle interviste, quando ti trovi a dover spiegare quello che fai?

Per me, col mio mestiere dovrei già parlare abbondantemente di me e del mio punto di vista sul mondo. Ma non è così che funziona, per cui è da anni che faccio i conti con questa cosa, e so che dovrò spiegare quello che ho scritto, perchè è necessario. Ad esempio, mi faceva piacere che il titolo del nuovo disco non fosse frainteso. Non volevo insomma che arrivasse una sensazione di angoscia, perchè è un titolo che può anche inquietare, ma che arrivasse invece una sensazione di sollievo. Questo è un titolo che mi è arrivato alla fine del disco, che vuole riassumere il fatto che sto passando una bella fase personale, in cui sono meno tormentato da certe situazioni, che insomma certi “mostri” non mi fanno più tanto male.

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