Non era difficile immaginarlo, ma ora c’è anche una ricerca a metterlo nero su bianco: un po’ della immensa quantità di plastica che produciamo (300 milioni di tonnellate annue, di cui una decina di milioni finiscono in mare…) ce la beviamo pure.

Nell’acqua del bicchiere ci sono microplastiche invisibili ai nostri occhi. Ovvero microscopici frammenti più piccoli di un paio di millimetri – in gran parte prodotti delle micro-fibre sintetiche con le quali ci vestiamo e dello sbriciolamento dei materiali plastici più grossi – che sgorgano dai rubinetti e non solo di una parte, ma di tutto il pianeta. Si potrebbe dire in maniera “democratica”, cioè senza distinzioni tra Nord e Sud del mondo né sulla base delle fasce di reddito, con effetti per la salute umana non ancora ben noti e sui quali sta indagando, tra gli altri, l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Anche in questo caso non è difficile immaginare che la plastica disciolta nell’acqua non ci renderà più resistenti, anzi.

La ricerca, va subito detto, è stata condotta da Orb Media, una organizzazione non profit di Washington che ha lavorato con le università di New York e del Minnesota, e poi condivisa con Il Guardian. Ha fatto molto clamore ma non è ultimativa e alcuni, come Luca Lucentini, direttore reparto qualità dell’acqua dell’Istituto superiore della sanità, avanzano dubbi sul metodo di rilevamento e sulla quantità dei campioni esaminati, «troppo esigua per essere pregnante sul piano scientifico». 

“Invisibles: the plastic inside us” – questo il titolo – è però la prima indagine internazionale ad evidenziare la contaminazione dell’acqua potabile da parte di microplastiche, che sono per definizione comprese tra il mezzo centimetro e gli 0,1 micrometri, cioè circa 100 volte più piccole di un capello umano. Finora gli studi si erano incentrati sull’impatto di questi derivati del petrolio sulla biodiversità marina e sulla trasmissione lungo la catena alimentare fino all’uomo. Per Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, sapere che beviamo fibre di plastica non è creare allarmismi ma «una notizia che dovrebbe scuoterci».

Un ecosistema “impolverato” I 159 campioni idrici esaminati, provenienti da 14 diversi paesi del globo, erano da mezzo litro. L’83% mediamente è risultato contaminato con punte più alte negli Stati Uniti (94%) seguiti da Libano e India, e il tasso più basso in Europa (72% dei casi). Persino l’acqua dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, ironia della sorte, o del Campidoglio, a New York, non sono risultati immuni da microfibre. La distribuzione risulta abbastanza uniforme sulla rete idrica del globo il che fa pensare all’aria come al principale veicolo di propagazione delle “polveri” di polimeri, che una volte abbattute al suolo s’infiltrano nelle falde acquifere. Non a caso né le sorgenti naturali di Beirut né i pozzi di approvvigionamento dell’Indonesia sono risultati al riparo dal problema. Idem per l’acqua minerale in bottiglia, o almeno per quella testata negli Usa con esito positivo ai controlli.

Un paio d’anni fa da una ricerca francese sono arrivate le prime conferme all’ipotesi che sia l’aria ad essere contaminata dalle microplastiche che vengono, dunque, probabilmente bevute ma anche respirate da tutti noi. Il condizionale è d’obbligo poiché gli studi sono recenti e in fase di sviluppo, ma la logica appare stringente.

Tra i punti ancora da chiarire, quello delle dimensioni delle polveri chimiche che finora sono identificabili fino al micrometro (millesimo di millimetro). «Ma è possibile che ve ne siano di molto più piccole – spiega Anne Marie Mahon, del Galway-Mayo Institute of Technology irlandese – di quelle conosciute, in grado di penetrare nelle cellule e di conseguenza negli organi con effetti molto preoccupanti».

Si parla in questi casi di nanoparticelle, fino a 80mila volte più sottili di un capello, originate da una ulteriore degradazione delle microplastiche. Della loro presenza in tutto ciò che assumiamo non abbiamo dati certi. Ma come per l’inquinamento urbano, sappiamo che tali “nubi invisibili” trasportano agenti patogeni e sostanze chimiche, oltre a contenerle, che poi rilasciano negli organismi viventi o che vanno ad annidarsi in prodotti alimentari come, birra, miele o sale da cucina, dove sono stati individuati da altri studi questa volta tedeschi.

Elevate concentrazioni si misurano soprattutto nei pesci. Ma a quale livello di rischio ci si espone consumando prodotti ittici? Sul sito dell’Efsa Peter Hollman, professore associato di nutrizione e salute presso l’Università di Wageningen, nei Paesi Bassi, osserva che «poiché le microplastiche sono presenti per lo più nello stomaco e nell’intestino, che di solito vengono eliminati, i consumatori non ne risultano esposti. Tuttavia, nel caso dei crostacei e dei molluschi bivalvi, come le ostriche e le cozze, il tratto digestivo viene consumato, per cui si ha una certa esposizione».

Tra la “via lattea” e il mare Resta da capire da dove provengono le particelle ritrovate nell’acqua e come ridurre la plastica (vedi box). Che ovviamente non va demonizzata essendo presente in quasi tutte le attività umane, dai salvagenti agli strumenti biomedicali ai telefonini e ai computer, ma va messa al centro di scelte virtuose. Come quella che fece Coop nel 2009 non vendendo più sacchetti alle casse se non riutilizzabili, in anticipo sulla normativa del 2011.

I maggiori indizi, tuttavia, per la rapida diffusione dei piccoli granuli portano alle fibre sintetiche dei vestiti “stretch”, ai tessuti pile e acrilici e ai tappeti sottoposti a lavaggio. Attraverso gli scarichi delle lavatrici e delle asciugatrici si metterebbe in circolo una sorta di colorata “via lattea” delle microplastiche. Un dato per tutti ce lo fornisce l’univesità di Plymouth, secondo la quale gli indumenti sintetici rilasciano fino a 700mila fibre a lavaggio, di cui gli impianti di depurazione degli Stati Uniti riescono ad intercettarne poco più della metà.

Altro settore sotto accusa è la cosmetica. Per la messa al bando della microplastiche in detergenti, dentifrici, creme solari e da viso (nelle etichette gli acromimi sono Pe, Pp, Pet, Pmma più il nyoln) c’è una proposta di legge già licenziata alla Camera un anno fa per la cui approvazione un cartello ambientalista ha lanciato l’appello #FaidaFiltro. I microgranuli finiscono poi dai lavandini nei fiumi  che li trasportano a valle. E qui il discorso si allarga alle “zuppe galleggianti“, ampiamente censite in mari e oceani, dove si trova un po’ di tutto: buste, flaconi, bottiglie, abiti fino appunto alle microsfere. Sono stati calcolati più di 5 trilioni di pezzi di plastica che vagano per gli oceani, raggruppabili in cinque vortici di spazzatura. Il più grande è il “Great Pacific Garbage Patch”, tra le Hawaii e la California. 

Ma limitandoci alle microplastiche, è il Mediterraneo il vero grande malato. «Per la prima volta abbiamo individuato i polimeri che costituiscono la microplastica galleggiante in mare e la loro distribuzione», spiegava poco tempo fa Stefano Aliani dell’Ismar-Cnr. La più alta concentrazione si trova nel Mediterraneo occidentale, con l’arcipelago toscano in maglia nera. «Solo nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica – continua Aliani – è stata rilevata la presenza di circa 10 chilogrammi di microplastiche per chilometro quadrato, contro i circa 2 chilogrammi presenti al largo delle coste occidentali della Sardegna e della Sicilia e lungo il tratto nord della costa pugliese». Se nel vortice subtropicale del Pacifico, nel 1999, sono stati stimati circa 335.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, in un mare chiuso come il Mediterraneo la media è di circa 1,25 milioni di minuscoli pezzettini scambiati per uova dai pesci. Quasi 4 volte tanto».

Redazione

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