frodi-alimentari-controlli.jpgFa gola l’Expo a oltre 11 milioni di persone che hanno programmato di visitarla. E fa gola più in generale il cibo, che oltre ad essere al centro delle attenzioni planetarie in quanto diritto negato o per gli sprechi e gli abusi che se ne fanno, è un piatto sempre più ghiotto per la criminalità organizzata.

L’allarme sulle cosiddette “agromafie” lo lancia il 3° rapporto, fresco di quest’anno, sui crimini agroalimentari nato dalla collaborazione tra Eurispes, Coldiretti e il suo Osservatorio dedicato a questi temi.  Di sicuro se ne parlerà a Milano perché è un fenomeno in crescita (del 10% in un anno, per un fatturato che nel 2014 è stato di 15,4 miliardi di euro contro i precedenti 14 miliardi) e s’intreccia con la difesa del “food made in Italy”, ovvero dell’autenticità e della qualità alimentare. Sul tappeto ci sono almeno due temi caldi: le misure di contrasto (da adeguare agli stratagemmi sempre “un passo avanti” del crimine) e le riforme legislative.

L’obiettivo è di tenere testa ai “corsari delle frodi“, che nei mari del mercato globalizzato – su cui s’innestano tra opportunità e rischi i negoziati di libero scambio Ttip con gli States, che proprio nel cibo hanno l’anello debole – scorrazzano indisturbati, aiutati da Internet.

La Coldiretti a commento del recente sequestro a Palermo di carne adulterata con solfiti e nitrati parla di “un incremento record del 277% del valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffatte o falsificate“. L’agroalimentare nel suo complesso è un settore emergente e particolarmente remunerativo. Non ha dubbi Gian Carlo Caselli, l’ex procuratore antimafia di Palermo e Torino che adesso si occupa proprio di agromafie. “È un settore che ha dimostrato in questi anni non solo di poter resistere alla crisi, ma di poter crescere e rafforzarsi divenendo, di conseguenza, ancor più appetibile sul piano dell’investimento”.

La novità sta proprio nel passaggio dal cosiddetto “italian laundering” (ovvero il riciclaggio del denaro sporco attraverso la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi pregistiosi, il condizionamento del mercato con forme illegali) al “money dirting“, nel quale non sono i capitali sporchi ad affluire nell’economia sana, ma i capitali puliti ad indirizzarsi verso l’economia sporca ora che sono crollati gli steccati della legalità che tenevano separati i due mondi. Almeno un miliardo e mezzo di euro, 120 milioni di euro al mese, 4 milioni al giorno: è l’ipotesi “sottostimata” di questo travaso di denaro fuori controllo.

Dall’usura al web Dietro c’è sempre il fortissimo appeal esercitato da “made in Italy“. A rimorchio della crisi e di annate produttive particolarmente storte come quella del 2014, gli agrocriminali si insinuano con attività illecite che spaziano dall’usura alla falsificazione e allo sfruttamento illegale dei nostri marchi.

Quanto al peso del web cui si accennava, basta riflettere sui dati 2014 forniti dal Ministero delle politiche agricole: dati che trovano riscontro nel rapporto Eurispes che colloca l’agroalimentare al secondo posto, con una quota del 12%, nelle vendite su Internet. A chi spetta il primato negativo delle contraffazioni? Ai formaggi Dop (con i “cheese kit” per rifare in tempi record i prodotti caseari italiani con polveri, termometri e colini), seguiti da creme spalmabili come la “Nugtella”, dai salumi e dai “Wine kit”, i preparati solubili in polvere con l’etichetta dei più noti vini italiani che in alcuni paesi del Nord, come l’Irlanda, sono del tutto legali.

Ebbene, per capire la remuneratività elevatissima dei traffici online bisogna pensare che contro i 110 mila controlli per oltre 60 milioni di euro di prodotti sequestrati “a terra” dai quattro organismi ministeriali (Ispettorato repressione frodi, Corpo forestale dello Stato, Nucleo anticontraffazione dei Carabinieri e Capitanerie di porto-Guardia di Finanza), si registrano “appena” 160 interventi “on air”, cioè nel web, che però hanno un controvalore quasi equivalente pari a oltre 50 milioni di euro. I flussi stroncati erano prevalentemente di commercio illegale nella Ue di “finti” prodotti italiani.

Dell’Italia solo il “sound” Lo chiamano “italian sounding”, è un bel nome musicale per intendere una delle forme più subdole in cui si esprime l’illegalità coniugata al cibo. Parliamo di quello che l’Ufficio italiano brevetti e marchi, direzione generale Lotta alla contraffazione, definisce un “utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia, per promozionare e commercializzare prodotti” che con il Balpaese non c’azzeccano proprio. Il Parmigiano che diventa Parmisan in Spagna, Parmesao in Brasile o Regianito in Argentina è forse il caso più famoso. Ma anche il “San Daniele” più il nome locale usato per il prosciutto o gli spaghetti “alla bolognese” di cui sono pieni i menu di tutto il mondo.

La falsificazione e imitazione dei prodotti italiani è opera di aziende straniere, ma spesso anche italiane delocalizzate all’estero. E i crimini agroalimentari di cui parliamo sono controversi, difficili da contrastare. Nemmeno oggi  si possono classificare come frodi commerciali in senso stretto, osservano Caselli e il presidente di Eurispes Gian Maria Fara. Ma fanno danni ingentissimi, e in crescita. A livello mondiale, il giro d’affari dell'”italian sounding” che era stimato in 54 miliardi di euro (dati Ufficio brevetti e marchi), ora ha superato i 60 miliardi di euro (Eurispes-Coldiretti), quasi il doppio rispetto all’export agroalimentare nazionale.

Se pensiamo che il nostro patrimonio enogastronomico è tra i primi fattori di richiamo per il turismo internazionale – a prescindere da un evento come Expo – capiamo facilmente l’impatto negativo dei “falsi” sul sistema Italia: 50.000 aziende agricole hanno dovuto chiudere con  tanti posti di lavoro inceneriti.

Cosa abbiamo noi in più La difesa dei marchi e del prodotto italiano è dunque una priorità, assieme ad altri fattori quali la tracciabilità, l’etichettatura e i controlli igienico-sanitari che coprono da soli un terzo circa degli interventi repressivi delle autorità. Noi italiani abbiamo tutto l’interesse ad essere garantiti, perché abbiamo qualcosa come 271 prodotti dop/igp e 415 vini doc/docg, a voler sorvolare sulle quasi 5.000 specialità regionali e sul fatto che, purtroppo, si aprono falle da tutte le parti: molti marchi famosi vengono venduti all’estero e a noi restano solo i “simulacri”; gli stessi ingredienti di tanto “italian food” sono di incerta o dubbia provenienza e sfuggono anch’essi al “pedigree” di ciò che mangiamo e a cui siamo estremamente sensibili.

Ma se da una parte il “falso made in Italy” è un crimine sottovalutato e difficile da perseguire – nonostante la protezione giuridica riservata dalla Ue ai vari marchi Dop, Igp ecc. – dall’altra si può rovesciare la domanda e chiedersi: è giustificabile tanta premura? Cos’abbiamo noi, in più degli altri, per rivendicare con orgoglio l’origine dei nostri prodotti?

Il caso dell’olio extravergine di oliva è emblematico, trattandosi di uno dei prodotti trasformati più frodati di sempre. In più siamo nell'”annus horribilis” dell’olio a causa del clima dello scorso anno e della mosca olearia che hanno ridotto fortemente la produzione. Le illegalità riguardano,  principalmente, l’origine geografica e la commercializzazione di miscele non autorizzate e con additivi. Sulla qualità in senso stretto, beh su quella ci sarebbe quanto meno da discutere. Ogni paese o regione, infatti, ha il suo olio di punta e varie miscele di media o bassa qualità. I professori in materia giurano che ci sono oli spagnoli ma anche tunisini di eccellenza, che nulla hanno da invidiare alle bottiglie più rinomate in commercio: il clima mediterraneo in fondo è lo stesso…

A deporre a favore dell’olio italiano ci sono altri fattori che danno una diversa consistenza al concetto di “qualità“. Si va dalle caratteristiche dei terreni alla catena della distribuzione e dei controlli, passando per l’attenzione che ci mette il produttore nell’evitare trattamenti non ammessi e limitare l’uso di pesticidi. L’Italia vanta il maggior numero di produttori biologici nella Ue con appena lo 0,6% di sforamento dei residui chimici ammessi contro l’1,4% del totale comunitario e il 5,7% dei prodotti extracomunitari (elaborazione Coldiretti su dati Efsa). A maggiore garanzia la legislazione europea è più rigida delle altre sia sul fronte degli antiparassitari, sia nella lotta ai contaminanti. Lotta che ha portato, ad esempio, al bando degli ftalati nei pvc di cui oggi non vi è traccia nei contenitori usati per il trasporto dell’olio in Italia.

“Poi c’è la parte dei controlli – spiega Martino Barbanera, responsabile del laboratorio analisi di Coop Italia – e delle analisi innovative. Nelle frodi più eclatanti infatti (olio contraffatto, vino adulterato, anabolizzanti nelle carni), dove la chimica ha un ruolo molto forte e chi froda nove volte su dieci sa come eludere i limiti di legge, una cosa è certa: più la materia si fa complessa più è importante l’integrazione di vari metodi analitici anche non convenzionali. Se parliamo di distinguere con certezza una specie, allora il dna è la scelta migliore. Ma se parliamo dell’origine geografica di un prodotto, serve la sinergia tra diversi approcci analitici unita alla tracciabilità e ai controlli di filiera a fare la differenza”.

C’è tutto questo e molto altro nel concetto di qualità del “made in Italy” agroalimentare. “L’origine italiana – riassume Barbanera – non è solo un discorso di caratteristiche organolettiche dei prodotti, ma anche e soprattutto la garanzia data da un intero sistema di produzione”.

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