Pandemia, e-commerce, consegne a domicilio. Sono i fattori che negli ultimi anni hanno innescato una crescita costante dei rifiuti da imballaggio: «È una tendenza ineluttabile dovuta all’avvento di canali di distribuzione che richiedono più packaging per unità di prodotto – spiega Fabio Iraldo, docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, consulente industriale sui temi dell’economia circolare, oltre che autore di diversi libri in proposito -. L’e-commerce e l’home delivery aumentano i volumi degi imballaggi, che vengono poi conferiti. Di per sé non è una bella notizia per l’ambiente, ma implica comunque l’aspetto positivo di un corrispondente aumento della disponibilità di materia prima “seconda” sui mercati del recupero» .

Professore, in che modo stanno cambiando le confezioni dei prodotti che acquistiamo? Assistiamo a tre tendenze chiare da parte delle aziende di produzione degli imballaggi, che hanno investito in questa direzione. Primo, la dematerializzazione: si tende a ottimizzare il peso e il volume del materiale a parità di funzione, anche attraverso l’impiego di nuove soluzioni e tecnologie (ad esempio i nanomateriali). Si alleggerisce l’imballaggio e si eliminano strati non necessari che prima venivano sovrapposti per ragioni estetiche e promozionali, più che funzionali. Pensiamo ai tubetti di dentifricio o di maionese, che ora non hanno più una scatola di cartone che li contiene. In questo modo molti prodotti oggi si vendono con un quantitativo minimo di imballaggio. Un’altra tendenza è produrre confezioni con materiali innovativi in grado di garantire le stesse performance. Le plastiche riciclate non sono più un tabù anche in settori come l’alimentare e la cosmesi. Mentre le bioplastiche, che possono essere degradabili e compostabili, nei casi più avanzati si smaltiscono addirittura nell’umido. Terza tendenza, meno sviluppata, è il cosiddetto ecodesign o design for recycling: si progetta una confezione più facilmente riciclabile. Ancora oggi molti packaging sono composti da diversi materiali, o se di plastica sono multipolimerici, cioè di polimeri diversi che rendono molto difficile il riciclo da parte della piattaforma che li trasforma in granuli. La raccolta della plastica avviene per filiere che sono per singolo polimero: il pet, il polipropilene… Servirebbero packaging tutti di uno stesso polimero o con parti omogenee facilmente smontabili, in modo che l’intero oggetto sia riciclabile. Ci sono poi i materiali multilayer, con strati diversi, come il cartone per bevande: il processo di riciclo richiede moltissima energia e calore per separare le varie componenti.

Sul banco degli imputati, come materiale poco ecologico, c’è proprio la plastica? Carta, plastica o vetro non sono necessariamente, di per sé, più o meno ecologici: l’impronta ambientale è l’unico criterio che ci può consentire di scegliere tra diverse opzioni in modo scientifico e attendibile. Il Life Cycle Assessment (LCA), l’analisi del ciclo di vita, dà spesso risultati controintuitivi. Le bioplastiche, ad esempio, possono avere un minore impatto. Ma se la materia prima di cui sono fatte non deriva da scarti agricoli e viene coltivata apposta per questo, l’impatto ambientale dovuto a acqua, fertilizzanti e energia utilizzati per produrle sarà elevatissimo. Dunque, la plastica non va demonizzata, ma ne vanno impediti gli usi impropri. È resistente, durevole e, in confronto al vetro, molto più leggera: per trasportare lo stesso decilitro di profumo posso usare pochi grammi di plastica o decine di grammi di vetro, che ha un impatto molto superiore sui trasporti. Altro discorso è se il vetro viene invece spostato e poi raccolto e riciclato in un’area geografica ridotta.

Purtroppo però i consumatori non hanno a disposizione un modo semplice per valutare l’impatto ambientale delle diverse confezioni… Non ancora, ma qualcosa c’è già: il ministero dell’Ambiente ha messo a punto lo schema “Made Green in Italy” ed elaborato parametri per alcuni prodotti a cui le aziende possono aderire su base volontaria.  Stiamo lavorando anche a progetto sperimentale con GS1 Italy e Conai per mettere a punto una app che, a partire dal codice a barre, sia in grado di rendere visibile l’impronta ambientale. Siamo sulla strada giusta, ora tocca alle aziende fare la propria parte.

Redazione

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