Professore, da cinque anni fate ricerche in tutto il mondo sulla percezione dei fenomeni . Che cosa emerge? Le indagini, effettuate su circa 100 diversi indicatori, toccano quasi 40 paesi in cui opera Ipsos. Quello che emerge è che l’Italia si colloca al primo posto per distanza tra realtà e percezione, considerando i 14 paesi presenti fin dall’inizio in questa rilevazione. Gli italiani, ad esempio, pensano che gli stranieri siano il 31% dei residenti e invece sono il 9%, che gli over 65 rappresentino il 48% della popolazione e in realtà sono poco più del 22% , e così via. Attenzione, perché le percezioni possono essere diverse dalla realtà, ma sono loro a guidare le opinioni e i comportamenti delle persone.

Quali sono i motivi di questa forte distorsione della realtà? Sostanzialmente direi tre. Il primo motivo è che il livello di scolarità nel nostro paese è ancora molto basso: basti considerare il 19% appena dei laureati contro il 37% della media Ocse, siamo quart’ultimi in questa classifica. Non che i laureati siano onniscienti, ma hanno qualche strumento in più per leggere i fenomeni complessi. Il secondo motivo è che da noi prevalgono le emozioni sulla razionalità. Come dice uno psicologo sociale americano, quando siamo interpellati su un fenomeno che ci preoccupa siamo portati ad amplificare la portata dal fenomeno stesso e a creare un allarme sociale. Prendiamo la criminalità: due italiani su tre sono convinti che gli omicidi siano aumentati rispetto a venti anni fa, mentre si sono dimezzati. Il terzo aspetto che spiega la distorsione percettiva ha a che fare con la dieta mediatica, cioè a come ci informiamo. A fronte della televisione, che mantiene la sua granitica centralità, e all’importanza della radio, assistiamo al crollo della carta stampata, un medium che obbliga a dedicare tempo alla lettura e a riflettere mettendo le opinioni a confronto. Poi c’è l’esplosione di Internet che porta con sé alcuni problemi: da un lato le fake news, dall’altro il fatto che ci si confronta con persone che la pensano nel nostro stesso modo, in una logica confermativa. Alla luce di tutto questo ci troviamo in una posizione un po’ diversa da quella degli altri paesi.

A un’informazione diffusa non corrisponde una maggiore capacità di discernimento. A cosa si deve ciò?Il paradosso è proprio questo: siamo iper-stimolati dal punto di vista informativo ma meno consapevoli, meno capaci di discernimento perché la nostra è in gran parte un’informazione di primo livello, che si ferma cioè ai titoli. Bisognerebbe invece avere la capacità di dubitare ed essere mossi dall’idea di approfondire. Internet è uno strumento straordinario, intendiamoci, bellissimo, ma non ci si deve illudere di sapere tutto: quante persone si fanno le autodiagnosi oggi saltando il rapporto con il medico? Il sillogismo è: posso accedere a tutto il sapere, so tutto, dunque ho un’opinione su tutto. Il mio è un appello alla responsabilità non solo della politica e dei media, ma anche dei cittadini che dovrebbero essere tenuti a informarsi correttamente.

Tornando ai media, spingere sulle emozioni positive è la sua ricetta per chi deve raccontare le cose. Ce la può spiegare? Sono dell’idea che uno sguardo negativo sul nostro paese stia alla base di dati anche molto eclatanti, come il 15% che esprime un giudizio favorevole sull’economia, quando in Perù, che pure ha fondamentali economici assai diversi, è il 62%! Parlare bene del proprio paese non significa negare le difficoltà, che pure sono tante, dalla bassa crescita al tasso di disoccupazione giovanile elevato, alla povertà sia assoluta che relativa. Ci sono tuttavia anche tante cose che funzionano. Solo 1 italiano su 5 sa, ad esempio, che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa, e il primo per economia circolare, con un tasso di riciclo dei rifiuti doppio della media Ue: solo il 10% ne è al corrente e il 51% non ci crede. E il capitale sociale dell’Italia? Più di 6 milioni di persone che svolgono attività di volontariato, 340mila organizzazioni no profit…

Tutto ciò, si diceva una volta, però non fa notizia… Good news bad news. Io, però, penso che per uscire da questo clima così negativo ci sia bigogno di raccontare le positività di questo paese. Serve una sorta di “patriottismo dolce“, per dirla alla Carlo Azeglio Ciampi, che dovrebbe inorgoglirci e non dico scacciare le paure, ma attenuare la portata di quei sentimenti negativi che, in questo momento, sono prevalenti nel paese.

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