Il Papa scende in campo per l’Amazzonia e se non è il clima, o la guerra o le crescenti disuguaglianze, sono comunque gli squilibri demografici (saldo tra nati e morti) che stanno ridisegnando il mondo. Sono, non “saranno”. Non è un caso, infatti, se a Internazionale, il festival dell’omonima rivista, i giornalisti e gli invitati provenienti da 38 paesi di tutto il mondo coniugavano i verbi all’indicativo senza usare il condizionale: “Il mondo ‘è’ cambiato – era il leitmotiv che rimbalzava nei dibattiti a Ferrara – succederà questo e quest’altro. Bisogna voltare tutti pagina”.

Il festival quest’anno aveva come filo conduttore #FridaysForFuture, cioè le trasformazioni dell’ambiente e il movimento globale che ne è nato. Più di un brivido è corso lungo la schiena delle 80mila persone presenti alla tre giorni di incontri, ma anche una nuova consapevolezza, quella che si è formata una coscienza collettiva diffusa e trasversale che è, anch’essa, priva di condizionale. Un’onda lunga che ricorda, ad alcuni, i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, e che si è formata per chiedere ai potenti in primis di bruciare i tempi, prima che il pianeta ci bruci sotto i piedi.

La via è quella della sostenibilità e di una maggiore determinazione. Ci sono da sconfiggere enormi interessi economici e politici, ignoranza, fake news, un’informazione prona alla politica quando non pilotata o strumentalizzata, la «distanza crescente nelle persone tra percezione e realtà, che – ammonisce il professor Nando Pagnoncelli, il noto sondaggista, nell’approfondimento che proponiamo sul tema dei migranti – offre scorciatoie per ottenere il consenso».

Più spazio, per invertire una pericolosa tendenza, meritano le idee dei giovani, quelle impersonate dalla sedicenne Greta Thunberg, ovvero gli eredi di un mondo lanciato verso il breakdown, cioè il collasso ambientale – come scrivono gli inglesi del Guardian – e non solo ambientale. Un dato per tutti: negli ultimi 50 anni l’impatto economico dei disastri naturali collegati ai gas serra è cresciuto di 20 volte! (studio della Scuola Sant’Anna e della Pennsylvania State University). Ma questo è anche un mondo interlacciato e fervido di iniziative che si moltiplicano un po’ ovunque. Se una parola è tornata ad echeggiare con forza negli ultimi mesi, questa parola è “attivismo”. Dietro vi è una richiesta urgente di cambiamento che chiama tutti alle proprie responsabilità.

I travasi demografici Di questa idea è il professor Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile): “A quattro anni dalla firma, da parte dei 193 paesi delle Nazioni unite, dell’Agenda 2030 – scrive sul Rapporto 2019 pubblicato a ottobre –, sembra consolidarsi, in tutto il mondo, la consapevolezza della necessità di adottare un approccio integrato per affrontare le complesse questioni economiche, sociali, ambientali e istituzionali necessarie per realizzare la transizione verso un modello di sviluppo più sostenibile”.

Uno dei punti più interessanti del Rapporto dell’ASviS riguarda l’analisi dei flussi demografici che, per i meno distratti, si intreccia con quella dei flussi migratori e spiega almeno in parte le politiche per la famiglia che si susseguono in Europa. Gli ultimi studi dicono infatti che la popolazione del pianeta continua a crescere a ritmo sostenuto, come evidenzia il “World Population prospects 2019” dell’Onu. Galoppiamo spediti verso un pianeta affollato e complesso in cui i “travasi” di esseri umani, come nei vasi comunicanti, non solo appaiono inevitabili, ma fanno deflagrare le contraddizioni sociali e generano ricadute di tutti i generi, non essendo gestiti secondo criteri equi di accoglienza e distribuzione.

Stando all’ipotesi più attendibile, passeremo dai 7,7 miliardi di quest’anno ai 9,7 miliardi di persone nel 2050, per arrivare e a 10,9 miliardi nel 2100. Ma il punto è che tutto ciò accadrà secondo dinamiche molto diverse. Se l’Europa scenderà dagli attuali 748 milioni a 710, l’Africa quasi raddoppierà, da 1,3 a 2,3 miliardi. E più della metà dell’incremento demografico interesserà 9 paesi: nell’ordine, India (che entro il 2027 supererà la popolazione cinese, destinata a scendere a 1,40 miliardi), Nigeria, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Tanzania, Indonesia, Egitto e Stati Uniti.

Tra le componenti più significative delle dinamiche demografiche, l’Onu cita i flussi migratori, che tra il 2010 e il 2020 hanno visto 14 paesi del mondo ricevere più di un milione di migranti e altri 10 cederne oltre un milione. E dove si dirigeranno i migranti (al di là del fatto che scappino da guerre o che siano richiedenti asilo per altri motivi)? Tra i paesi destinati a ricevere un afflusso netto di persone per riequilibrare il saldo naturale, il report elenca nell’ordine Bielorussia, Estonia, Germania, Ungheria, Italia (che nel 2025 secondo Istat avrà 2,1 milioni di abitanti in meno di oggi), Giappone, Russia, Serbia e Ucraina.

Quasi superfluo è aggiungere, ma l’Onu comunque lo fa, che “molte tra le popolazioni che crescono più rapidamente si trovano nei paesi più poveri, dove l’aumento demografico comporta ulteriori sfide nello sforzo per sradicare la povertà (SDG, cioè Obiettivo di sviluppo n° 1), raggiungere una maggiore uguaglianza (Obiettivi 5 e 10), combattere la fame e la malnutrizione (2), rafforzare l’estensione e la qualità di servizi sanitari ed educativi (3 e 4)”.

A rischio naufragio La controprova che non siamo su un sentiero di sviluppo sostenibile, bensì un po’ tutti a rischio di naufragio, arriva dall’’ulteriore anticipo dell’Earth overshoot day, il giorno cioè in cui il mondo ha consumato tutte le risorse prodotte dal pianeta in un medesimo anno: nel 2019 è accaduto il 29 luglio, l’anno scorso il 1° agosto, nel 2000 era a metà settembre. Nel complesso, in dodici mesi vengono mediamente consumate le risorse di 1,7 pianeti, ma se tutti consumassero come gli statunitensi ci vorrebbero 5 pianeti, 3 se il mondo avesse lo stile di vita dei tedeschi, 2,7 se il modello fosse l’Italia.In un’ottica di riequilibrio, non soltanto demografico, e di necessario contenimento dei consumi, non è pensabile continuare all’infinito con questi ritmi.

Tutto si lega e si influenza. Lo testimonia un altro rapporto recente, dal titolo “Cambiamento climatico e territorio”, presentato dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), cioè dal comitato scientifico dell’Onu sul clima. L’Ipcc afferma che la “climate crisis” (“non è più corretto infatti parlare di “climate change”, che è ormai un eufemismo, vedi box) sta incidendo su fame e migrazioni. Il riscaldamento globale provoca la desertificazione di porzioni sempre maggiori di terra, soprattutto nelle regioni più povere, in particolare Africa, Medio Oriente, Asia e America latina. Siamo vicini al punto di non di ritorno. E la conseguenza quale sarà? «Un inevitabile aumento delle migrazioni – si legge nel rapporto –, all’interno degli stessi paesi e oltre le frontiere: i ‘migranti economici’ saranno sempre più, come anche ‘migranti climatici’, con il potenziale esacerbarsi di conflitti e tensioni di carattere sociale, culturale e politico». Ma con un rischio ancora più alto di sovra-rappresentazioni della realtà che vanno ad acuire i fenomeni.

Già oggi è così: gli italiani, rivela il sondaggio Ipsos, pensano che vi siano oltre 18 milioni di stranieri residenti nel loro paese (sono in realtà 5 milioni e 200mila); gli ungheresi, che hanno eretto un muro di filo spinato per questo, credono di avere in casa 5 milioni di stranieri quando invece i regolari sono 200mila. La questione del clima, insomma, è una miccia che già arde, e anche se vogliamo vederla in chiave protezionistica, e depurata da tutti gli eccessi, “dovrà essere affrontata sempre più come una minaccia alla sicurezza nazionale” (Pavel Kabat, scienziato a capo dell’Organizzazione meteorologica mondiale, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu).

Un simile quadro non deve terrorizzare, ma – invita a fare il professor Giovannini –«deve trasformarsi in disponibilità ad accettare cambiamenti negli stili di vita». Da qui le nuove iniziative, come “Saturdays for future” (vedi box) che si sommano alle tante già in corso, e una più decisa azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. «La quale – osserva Donato Speroni, giornalista e collaboratore dell’ASviS– è poco informata o spaventata da cambiamenti che potrebbero mettere in discussione l’attuale tenore di vita».

Uno dei terreni di scontro è la lotta alle fake news e alle tesi anti-scientifiche dei negazionisti della crisi climatica. A favore di una informzione corretta, che smantelli l’idea secondo cui la comunità scientifica sarebbe divisa sul tema, c’è persino una petizione online che invita a non dare spazio sui media a queste posizioni.

Una nuova coscienza collettiva tuttavia già c’è e spinge per un mondo più giusto e sostenibile. Una sponda la trova anche nella neonata Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, il cui programma per i prossimi cinque anni, dando centralità all’Agenda 2030, marca una chiara discontinuità rispetto alla Commissione Juncker. «Un salto quantico – lo definisce l’ASviS che si aspetta ora atti concreti – per fare dello sviluppo sostenibile l’architrave delle politiche europee e nazionali».

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