Naviga in solitaria tutto l’anno, non però il 10 ottobre, quando era alla Barcolana di Trieste da capitano e un po’ pirata. Al timone di un equipaggio di velisti mai visto prima alla regata più grande del mondo, con duemila imbarcazioni iscritte. Tra queste anche il 17 metri della Coop – al suo debutto alla manifestazione – con a bordo cassiere, salumieri, addetti alla vendita: dieci dipendenti che come lui, Ambrogio Beccaria – il primo italiano a vincere, nel 2019, la celebre Mini Transat, percorrendo in solitario 4 mila miglia nautiche su un barchino di 6 metri e mezzo, giunto primo per 4 volte in questa gara individuale di bravura e resistenza nell’Oceano –, condividono la passione per la vela e per un mare più pulito, senza plastiche e microplastiche.

Beccaria, 30 anni, navigatore già nel team di Soldini, ha accettato di essere testimonial della campagna Coop “Un mare di idee per le nostre acque”, in tandem con l’esploratore e divulgatore ambientale Alex Bellini. E in tale veste, dopo aver posato in mare due dei tanti Seabin, i cestini mangiarifiuti, nei porti di Sistiana e Sanremo, ha risposto «io ci starei» quando è stata ventilata quasi per gioco l’ipotesi di guidare un equipaggio a marchio Coop. Una “ciurma” scelta tra chi coltiva l’hobby di regatare, a cui mancava appunto lo skipper. “Sarebbe una prima volta anche per me”, deve aver pensato Ambrogio, amante di sfide grandi e piccole.

E così, professionista da quattro anni e pluripremiato della vela, si è lanciato in questa nuova e picaresca avventura: un po’ forse anche per divertimento, un po’ per sostenere la battaglia per l’ambiente in nome della quale Coop si è presentata a Trieste. 

Coop è impegnata nella tutela dei mari e di chi li abita e da tempo porta avanti la propria politica rivolta alla lotta alla plastica: dalla riduzione degli imballaggi alla promozione delle buone pratiche finalizzate al riciclo e al riuso, fino a certificare il proprio pescato come sostenibile e antibiotic free.

A Beccaria, radici a Milano e domicilio in Bretagna, «dove c’è sempre vento e un grande fermento di architetti e barche innovative», chiediamo: come ha visto cambiare lo stato di salute dei mari che solca da quando aveva 14 anni? Rispondere è complicato, perché magari non ci si accorge a vista d’occhio dei cambiamenti, ma come spesso accade i problemi sono più sottili, più subdoli. Frequento fin da piccolo il mare e anche adesso è sempre bello, non direi una discarica. Questo, attenzione, non deve far allentare di un minimo la sensibilità ambientale. Interessandomi a questi temi mi sono reso conto che il mare subisce in modo diretto le attività che facciamo a terra. Il fatto è che, per fare un esempio, di plastica dispersa ce n’è tantissima, ma non si vede nei viaggi o perché è concentrata nei porti, o perché affonda: sarebbe scioccante se invece di navigare mi muovessi, come i palombari, sui fondali…

Non si è mai imbattuto nelle isole formate da concentrazioni di plastica? Mi ricordo di quando, a sedici anni, leggevo, di ritorno dalle vacanze, di queste isole di plastica. Nella mia ingenuità immaginavo qualcosa di simile alla Sardegna. Non è così, ovviamente, ma il problema resta enorme, così come enorme è la concentrazione di microplastiche. Più che di isole, dovremmo parlare di quella zuppa di microplastiche e di microfibre che è diventato il Mediterraneo: un’immagine se si vuole meno forte, ma più veritiera.

Iniziative come quella di Coop per ripulire i mari quali effetti producono, secondo lei? Credo che abbiano un grande valore culturale, specie verso i più giovani che sono più predisposti a recepire il messaggio. La plastica in mare non è facilmente recuperabile, sui fondali poi è praticamente impossibile dati gli alti costi di intervento. Dopodiché, la cosa più grave sarebbe continuare a gettarla: occorre invertire la tendenza. Nessuno pensa che ripuliremo il mare mettendo cestini galleggianti che raccolgono 1 o 2 chili di detriti al giorno. La loro semplice presenza, tuttavia, aiuta tanta gente che vive nei porti, e che è la principale responsabile dell’inquinamento visibile, a stare più attenta.

Cosa c’è alla base dei cattivi comportamenti? Differenze per età o per classi sociali? No, il problema dal mio punto di vista è trasversale. Forse resto un ingenuo, ma penso che la stragrande maggioranza dei rifiuti finisca in mare per sbaglio. Ogni cosa che facciamo ha un involucro, un imballaggio che, se cade in acqua, non viene recuperato rimandendo lì per centinaia di anni. Oltre ai Seabin, ci sono barche che rastrellano i rifiuti nei porti turistici, ma sono rare e, come dicevo, raccolgono solo la spazzatura di superficie. Se finisce sotto, o nelle acque internazionali, in cui com’è noto la responsabilità non è di nessuno, se ne accorgono solo i pescatori tirando su le reti o i biologi marini nei loro studi.

Una curiosità: lei, che è ingegnere nautico, ora ha in programma di navigare su imbarcazioni più grandi, di 12 metri, e per rotte più lunghe. Cosa la spinge a stare lontano da tutti? Non amo la solitudine, se è questo che intende. Quello che mi spinge a fare queste cose è lo spirito di competizione, la voglia di imparare sempre nuove tecnologie. Sono affascinato dalla navigazione, che è un’arte antica e in continua evoluzione, legata alla meteorologia che, nel frattempo, sta anch’essa cambiando. Sono rapito dall’energia, dal vento, da tutto ciò che è grande e invisibile.

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