Come nella peggior tradizione del nostro paese, l’arrivo dell’estate ha riproposto agli onori della cronaca drammatici episodi legati allo sfruttamento dei lavoratori, in gran parte immigrati stranieri, impegnati in lavori agricoli come la raccolta dei pomodori. L’omicidio di Soumaila Sacko, sindacalista 29enne del Mali, ucciso a colpi di fucile in provincia di Vibo Valentia è stato l’ennesima conferma che, nonostante l’impegno i controlli e le azioni messe in campo da tanti soggetti (Coop in testa come vedremo sotto) il caporalato, i ghetti dove vivono migliaia di persone in condizioni spesso drammatiche sono un fenomeno ancora presente e davvero difficile da sconfiggere.

E proprio a scoprire le buone pratiche e costruire strumenti e progetti in grado di contrastare e sconfiggere il lavoro nero in agricoltura ha dedicato un importante studio il Milan center for food law and policy. Punto di partenza di questo studio è stato quello di tentare una ricognizione a livello europeo sul fenomeno.

Perché la prima scoperta che emerge è che, pur con differenze anche consistenti, di sfruttamento e lavoro nero ce n’è dappertutto. Anche in luoghi e paesi dove molti non lo immaginano. Tanto per citare un esempio in Olanda, paese dove il lavoro illegale in agricoltura è presente con una quota stimata intorno al 13,7% (contro una media dei paesi dell’Unione europea del 25%), si scopre che nelle fasi di picco stagionale come quello della raccolta dei tulipani, la percentuale di lavoro illegale arriva al 40% (in larga parte si tratta di lavoratori che arrivano dalla Polonia).

Anche in Olanda con i tulipani Il 40% è davvero tanto nell’insospettabile Olanda. Basti dire che, secondo le stime, non semplici da mettere insieme, realizzate qualche anno fa dall’Effat (la Federazione europea dei sindacati dei settori alimentare, agricoltura e turismo), nella classifica del lavoro irregolare in agricoltura in testa, con una quota del 60%, c’è un paese come il Portogallo, seguito dalla Bulgaria col 50%, dalla Romania col 40%. Per l’Italia la stima è che tra il 30 e il 50% del lavoro agricolo sia illegale (l’Eurispes ha calcolato un 32% nel 2014), in Spagna si viaggia tra il 20 e il 30%, in Polonia si sta sopra il 25% e in Grecia sopra il 20%. In paesi come Germania, Austria e Francia le stime sono sotto al 10%.

Ma è importante dire che (secondo i dati Eurostat del 2013), dei 10 milioni e 838 mila aziende agricole presenti in Europa, il 71% sta in appena 5 paesi: 3 milioni e 600 mila in Romania, 1 milione e 400 mila in Polonia, poco più di 1 milione in Italia, 965 mila in Spagna e 709 mila in Grecia. E dei 22 milioni e 200 addetti del settore il 91% sono lavoratori familiari, segno di un settore in molti paesi ancora poco evoluto, di aziende piccole e di frammentazione.

Resta il fatto che, parlando di caporalato e lavoro nero, siamo di fronte a una problematica enorme, diffusa e complessa da affrontare. E che produce situazioni di crisi e tensione sociale che non sono certo una prerogativa solo italiana. Forse non li abbiamo mai sentiti nominare, ma El Ejido in Andalusia, Manolada in Grecia, Bouches du Rhone in Francia sono luoghi dove sono esplosi conflitti alimentati dalla condizione di sfruttamento di migliaia di lavoratori impegnati nella raccolta, a seconda dei casi, di pomodori, fragole, uva e altro.

Buone pratiche cercasi «Il punto di fondo – spiega Livia Pomodoro,  presidente del Milan center for food law and policy – è che negli ultimi anni hanno pesato una serie di dinamiche economiche e sociali, a partire dal fatto che il prezzo dei prodotti agricoli è diminuito. Poi hanno inciso le scelte di fondo della Politica agricola europea e infine la crisi economica partita nel 2008. Tutto ha spinto verso una flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, unita alla crescente disponibilità di manodopera in cerca di occupazione. Così ora ci troviamo davanti a un fenomeno che va contrastato con forza, ma per farlo bisogna prima di tutto conoscerlo e definirlo. Poi costruire strumenti ad hoc e conoscere le buone pratiche che già esistono, diverse delle quali sono qui in Italia. Proprio qui sta il senso del nostro lavoro: mettere in circolo idee e conoscenze per aiutare il contrasto dell’illegalità in agricoltura».

Uno degli aspetti che emerge dall’indagine di cui parliamo è che dei 28 paesi UE, solo due e cioè Italia e Regno Unito, hanno approvato una legislazione specifica sul caporalato (“gangmasters” in inglese) nel settore agricolo, mentre gli altri paesi devono rifarsi a normative più generali. E ovviamente quando si devono contrastare situazioni in cui sono presenti anche organizzazioni criminali e mafiose (in Italia ma non solo), avere strumenti adeguati e una normativa comune è fondamentale.

Il ruolo dei consumatori «L’altra parte importante del nostro lavoro – spiega Marco Pedol che ha coordinato il progetto di ricerca del Milan center – è stato quello di andare a scovare le buone pratiche e gli interventi positivi che sono stati messi in campo. Ognuno di questi ha una sua storia, nasce in contesti diversi, ma ci sono buone idee che è bene siano conosciute per far crescere la battaglia contro il caporalato e l’illegalità. I progetti che abbiamo selezionato sono assai diversi, alcuni di ambito più locale, mirati a intervenire in situazioni specifiche, altri come quello di Coop, sono invece in una logica più ampia e di intervento su tutta la filiera produttiva. La cosa che credo sia comunque importante è che l’attenzione dell’opinione pubblica non venga meno. I consumatori devono chiedere di poter sapere se i prodotti che acquistano vengono da una filiera controllata e senza sfruttamento. In Italia c’è ancora tanto da fare, ma il lavoro fatto negli ultimi anni da tanti soggetti mette a disposizione strumenti importanti che vanno sostenuti, implementati e portati avanti».

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