Povero latte, quello delle mucche intendiamo. Da un po’ di anni, infatti, quella che è una delle bevande naturali più legate all’idea stessa di vita e di crescita non se la passa bene. I consumi di latte in Italia (come in altri paesi occidentali) sono in costante calo da diversi anni: nel 2018 -3,5% per il latte fresco e -3,9% per quello a lunga conservazione. Nel 2017 il calo era stato del 3,9% (per il fresco) e del 2,5% (per l’Uht). Rispetto al 2014 la diminuzione sfiora il 20%.

Travolti dalla meritoria ansia di difendere la propria salute e ricercare il benessere attraverso ciò che mangiano e bevono gli italiani si sono fatti prendere un po’ la mano, dando spazio a timori e pregiudizi per lo meno un po’ eccessivi rispetto alla realtà dei fatti.

Fatto sta che per molti il latte è finito sul banco degli imputati ed è uscito dalla lista della spesa. Questo per svariati motivi: colpa del lattosio per alcuni, colpa dei grassi per altri, colpa di entrambe le cose per altri ancora.

Anche partendo da alcune recenti ricerche e lavori scientifici (tra cui uno uscito sulla prestigiosa rivista The Lancet su un campione di 130 mila persone in 21 paesi) che hanno “riabilitato”, almeno di fronte all’opinione pubblica più distratta, il latte come alimento, è forse utile un riepilogo che provi almeno a evitare gli equivoci più grossolani.

«Bisogna partire da una premessa importante – spiega il dottor Andrea Ghiselli, presidente della Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione e dirigente di ricerca del Centro di Ricerca Crea – Alimenti e nutrizione – e cioè che per il latte/yogurt, le linee guida per una sana alimentazione indicano che il consumo appropriato è di tre porzioni al giorno (una porzione sono 125 gr ndr), che possono ad esempio essere una bella tazza al mattino e uno yogurt come spuntino nell’arco della giornata. In Italia siamo ancora ben al di sotto di questa indicazione (mentre per i formaggi la situazione è inversa e quindi gli italiani dovrebbero ridurli) e dunque c’è lavoro da fare per migliorare la dieta complessiva del nostro paese».

Premesso quindi che il riferimento va sempre ricondotto alle corrette quantità, il latte, prosegue Ghiselli,«è molto importante da un punto di vista nutrizionale. In primo luogo perché è ricco di calcio, ma anche perché corredato di proteine di alta qualità. I grassi che ci sono, che per altro possono essere evitati acquistando latte scremato, sono prevalentemente quelli buoni e interessanti da un punto di vista nutrizionale. L’apporto energetico è poi scarso, cioè 64 chilo/calorie per 100 grammi, che diventano 46 per il parzialmente scremato. In più il latte contiene fosforo e vitamine di pregio come la B12. Per questo il consumo di latte può far bene a tutte le età e non solo negli anni della crescita».

Gli studi scientifici hanno poi evidenziato come ci siano diversi vantaggi che possono derivare dal consumo costante di questo alimento. Il latte riduce infatti il rischio sanitario su diversi fronti: dal diabete all’aumento di peso, dal tumore al colon all’ipertensione. E dunque, come emerge dallo studio di The Lancet già citato, è indicato come un fattore che migliora la protezione cardiovascolare.

In particolare sul contrasto all’obesità è importante sottolineare come, essendo questo uno dei problemi più rilevanti da affrontare a livello di sanità pubblica, il senso di sazietà che deriva dal consumo di prodotti lattiero caseari può essere un fattore di prevenzione importante e da non trascurare.

Ma come, diranno in molti, e col lattosio come la mettiamo? Il numero di persone intolleranti a questa sostanza sembra in costante crescita. «Anche su questo bisogna basarsi su dati certi e diagnosi corrette – spiega Ghiselli -, altrimenti si finisce col fare una criminalizzazione generalizzata, come avvenuto in parte anche col glutine, per cui tanti che non hanno problemi di intolleranza, comunque preferiscono escludere prodotti con questi ingredienti. Per questo serve basarsi su test di intolleranza veri e attendibili, consultandosi con un medico, e non su analisi un tanto al braccio purtroppo piuttosto diffuse. Chiarito questo e ricordato che sul mercato sono presenti diversi tipi di latte delattosato, va detto che in tanti casi l’intolleranza al lattosio può essere senza alcun sintomo. In più l’Efsa (cioè l’Autorità europea per la sicurezza alimentare), ha esplicitato che la maggioranza delle persone che non digeriscono il lattosio possono tollerarne 12 grammi in unica soluzione (vale a dire una tazza di latte). La minoranza che dovesse riscontrare sintomi con 12 grammi, può invece frazionare la quantità in due porzioni da 6 grammi per raggiungere la tollerabilità. Aggiungo infine che meno beviamo latte e meno il nostro intestino sarà abituato a digerirlo».

Chiarite tutte queste cose, la palla ritorna a ognuno di noi e alle sue legittime scelte di consumo che possono essere anche fondate su motivazioni di principio (pensiamo ai vegani).

L’importante però è che le informazioni alla base delle scelte siano corrette e non frutto di “mode” o di prevenzioni non supportate dai fatti. Poi certo, per il latte come per ogni altro tipo di alimento che acquistiamo, vale il tema della qualità del prodotto, delle garanzie sulla salubrità, delle informazioni sulla filiera e sul tipo di lavorazioni.

E qui, giustamente, l’attenzione dei consumatori (come già richiamato all’inizio) per il proprio benessere e più in generale per la sostenibilità ambientale sta crescendo. Così si spiega anche come nel trend generale di calo, i latti biologici, pur rappresentando una quota molto ridotta, segnino crescite importanti: nel 2018 +6% per quelli freschi e + 21,7% per quelli Uht. Vanno bene nelle vendite anche prodotti di alta qualità come il latte Fior fiore Coop.

1 Commento

  1. Sono anni che leggo fake sul latte, senza contare quelli che dicono che bere il latte è fare violenza sui poveri vitellini… che dovrebbero bene latte in polvere… di solito provengono da attivisti vegani estremi che fanno della loro scelta di vita un credo universale a cui tutti dovremo attenerci…

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