Un ingrediente amaro, che non si legge nelle etichette. Lo sfruttamento e il suo volto peggiore, il caporalato, toccano almeno 180 mila lavoratori e lavoratrici sottopagati e senza tutele del settore agroalimentare: uomini e donne che arrivano a lavorare più di 12 ore al giorno sui campi, senza ferie né giornate di riposo, sottopagati, in condizioni di vita degradanti. Un lato oscuro del piatto di cui ci accorgiamo quando finiscono in cronaca indicibili storie di diritti negati, se non veri e propri casi di schiavitù. Come quelle di Paola Clemente, la bracciante di 49 anni morta di fatica al lavoro nel luglio del 2015 in un vigneto di Andria, e di Camara Fantamadi, il bracciante del Mali di 27 anni ucciso lo scorso giugno dal caldo sui terreni del Brindisino. 

Lo sfruttamento sui campi e nei magazzini è alla base di un sistema che punta al profitto a tutti i costi, ingrassa la criminalità organizzata e le mafie in tutto il Paese, finendo per alterare il mercato e mettere a repentaglio la qualità e la sicurezza del cibo. Il rischio da fronteggiare è che l’impresa “cattiva” scacci quella buona e che la ricerca del prezzo più basso possibile, oltre a negare diritti e umanità al lavoro, prenda la scorciatoia dell’illegalità.  Allora, come possiamo assaporare il gusto dell’etica e scegliere prodotti davvero buoni e giusti?

Illegalità da Nord a Sud Non è un problema solo del Sud, come ha mostrato  da ultima la vicenda della cartiera veneta balzata sui giornali a luglio. Caporalato e sfruttamento sono trasversali a tutte le regioni e le province italiane, e colpiscono soprattutto chi è più ricattabile e in condizioni di bisogno, come le donne e gli immigrati.

A fotografare in cifre il tema è il quinto rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto e Flai-Cgil, che ha analizzato anche i procedimenti penali scattati in base alla legge 199/2016 per il contrasto al caporalato. Dall’ottobre 2018 all’ottobre 2020 “su 260 procedimenti monitorati più della metà e, per l’esattezza, 143, non riguardano il Sud Italia. (…) Tra i procedimenti esaminati l’agricoltura è il settore maggiormente rappresentato, con ben 163 procedimenti”.  Un comparto in cui anche l’irregolarità trionfa: secondo l’Istat, il tasso di lavoro non regolare tra gli addetti all’agricoltura è il più elevato tra tutti i settori economici (il 24,2 per cento nel 2018, e addirittura il 34,9 per cento tra i lavoratori dipendenti: più di uno su tre).

La pandemia ha ulteriormente deteriorato la situazione, conferma l’indagine conoscitiva sul caporalato in agricoltura chiusa nel maggio scorso dalla Camera dei Deputati.  Si è assistito a un incremento esponenziale delle ore lavorate, del tasso di irregolarità, del rischio di incidenti anche gravi:  “Il lockdown, inoltre, ha comportato una maggiore emarginazione sociale dei lavoratori agricoli irregolari, con aumento dei casi di violenza intraziendale, che, sovente, non sono stati denunciati, così come un sensibile peggioramento della condizione delle lavoratrici immigrate, spesso vittime di violenze e abusi, per le quali la differenza di genere ha ulteriormente giocato un ruolo di grave svantaggio”.

Dalla parte della trasparenza Contro questa piaga, anche i consumatori e la distribuzione possono fare la propria parte e Coop è impegnata da 40 anni a presidiare le filiere dei propri prodotti. Questa estate ha voluto riaprire il dibattito con una nuova edizione dello streameeting “Cosa sarà”. Un appuntamento per riflettere sul tema delle filiere fragili, trasmesso in diretta online dalla masseria di Turi di Nicola Giuliano, storico fornitore Coop con la sua PugliaFruit, dalla filiera etica certificata, che dà lavoro a mille dipendenti di cui il 70% donne. 

«Lavoriamo perché nella nostra filiera di approvvigionamento non ci siano caporalato, discriminazioni di genere, infiltrazioni mafiose, sfruttamento dei migranti e dell’ambiente – spiega Marco Pedroni, presidente di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) e di Coop Italia – E perché questa cultura della legalità nell’agroalimentare cresca a beneficio dell’intero settore, alzando per tutti l’asticella dell’attenzione e delle garanzie per i consumatori». L’obiettivo non è allontanare le imprese che non aderiscono ai requisiti richiesti e che vengono colte in situazioni di irregolarità: «Non sarebbe una vittoria, chi viene allontanato troverà magari altri sbocchi».

Occorre invece accompagnare e far crescere una filiera agroalimentare più etica, conferma Maura Latini, amministratrice delegata di Coop Italia, in un meccanismo virtuoso: «Bisogna lavorare insieme, in modo trasparente e rispettoso, per recuperare tutta l’efficienza possibile e metterla a disposizione della remunerazione delle persone che lavorano e di chi produce, e anche del prezzo di vendita. È quello che facciamo continuamente con i nostri produttori e le aziende agricole, perché la possibilità di acquistare un prodotto eticamente sicuro non può essere riservata a chi ha più possibilità economiche: la sostenibilità, sia ambientale che sociale, deve diventare uno standard accessibile per tutti i consumatori».

Esemplificative le scelte sulla filiera del pomodoro: Coop non utilizza aste a doppio ribasso, procede con una selezione rigorosa dei fornitori, pianifica le quantità che verranno ritirate, mantiene rapporti contrattuali di medio-lungo termine e offre un prezzo equo agli agricoltori.

Close the gap: coltivare la parità Nel produrre frutta e ortaggi, sono spesso le donne l’anello più debole della catena, rese ricattabili anche dal bisogno, se straniere, di mandare a casa i soldi per la famiglia. Dunque, proprio il lavoro agricolo femminile è al centro della nuova tappa di “Close the gap”, la campagna promossa da Coop per l’inclusione di genere. A luglio è arrivata sui campi, per coinvolgere circa 150 donne, protagoniste del primo progetto di formazione su parità e diritti nelle filiere agricole con occupazione femminile da cui nasce il prodotto a marchio Coop.

Realizzato con il sostegno e la partecipazione di alcune delle organizzazioni della società civile attive sul tema, come Oxfam Italia, Caritas (con la diocesi di Teggiano Policastro) e Differenza Donna, il percorso di formazione ha preso il via grazie al coinvolgimento e alla disponibilità di alcune imprese fornitrici e delle aziende agricole collegate: in Campania la Grimaldi, attiva nel settore delle conserve di pomodoro nell’Agro Sarnese-Nocerino; in Puglia proprio la Giuliano, che produce per Coop uva; nella piana di Sibari, in Calabria, la Minisci, dalla quale arrivano le clementine.

Il cibo che ingrassa le mafie Sradicare discriminazioni e illegalità è possibile: «Serve però anche un forte impegno da parte degli organi ispettivi e di controllo – aggiunge Maura Latini -, del governo, del legislatore nella lotta all’illegalità, al lavoro nero, al caporalato e alle truffe alimentari, per contrastare un’economia che altrimenti è rapace e rappresenta un fallimento per l’intera società».

Il volume d’affari complessivo annuale delle agromafie, afferma il sesto Rapporto Agromafie elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, è salito a 24,5 miliardi di euro con un balzo del 12,4% nel 2019 rispetto all’anno precedente. Le mafie riescono ad insinuarsi perfettamente nella filiera del cibo, dalla sua produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. È un «problema enorme che nasce dalla convergenza in molti punti tra le logiche del potere finanziario e quelle delle mafie» ha sottolineato il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, nell’apertura di “Cosa sarà” Coop. Un problema che tocca la cultura stessa del lavoro e del rispetto per l’uomo e la natura: «Nella società del profitto e della disuguaglianza economica – secondo don Ciotti – il lavoro non è più solo un diritto ma sempre più una concessione, un’elemosina che costringe tante, troppe persone a fare genuflessione. Una prestazione che non rispetta la dignità della persona, ridotta a strumento di ricchezza. Se c’è una cosa che ci chiede la crisi generata dalla pandemia, figlia di mali sociali preesistenti, è un cambiamento radicale del sistema del lavoro. Il lavoro non è né un accessorio né una prestazione occasionale e malpagata, ma un elemento fondamentale di un’esistenza degna di questo nome». E anche la base di un’economia sana e di una spesa sicura, che porti nel nostro piatto il gusto dell’etica.

Frutta e verdura “Buoni e giusti” Con la campagna “Buoni e giusti”, Coop promuove l’eticità delle filiere produttive, soprattutto quelle a rischio dell’ortofrutta fresca, coinvolgendo oltre 800 fornitori di frutta e verdura. All’inizio del progetto, nel 2016, ha individuate 13 filiere (clementine, arance Navel, arance rosse, uva, anguria, melone, finocchi, cavolfiore, cavoli, pomodoro, fragole, patate novelle, zucchine) più esposte a rischi di illegalità. Sono partiti dunque controlli ancora più approfonditi sulle produzioni critiche e poi su molte altre, come quelle del pomodoro da trasformazione, olio, vino, caffè, succhi di frutta.
Dal 2018 è stato rafforzato il presidio soprattutto sulla linea Origine dell’ortofrutta e nel 2020, malgrado le difficoltà causate dalla pandemia, le attività di audit sono proseguite su ulteriori filiere di frutta e verdura e sui vini Fior fiore e Assieme.
Dal 2015 ad oggi sono state sospese per gravi problematiche rilevate quattro aziende e, per le non conformità meno critiche, è stato richiesto un piano di miglioramento che è stato seguito nel tempo.

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