Sono settimane nelle quali siamo giustamente molto presi dai nostri tanti problemi italiani. Problemi seri e importanti: le diseguaglianze crescenti, lo spread, l’occupazione giovanile, le pensioni, il debito pubblico, i rapporti con l’Europa. Ma sarebbe errore imperdonabile (certo non solo per l’Italia) se tutto ciò ci facesse dimenticare altre faccende. Faccende sulle quali c’è chi cerca periodicamente di attirare l’attenzione, ma alle quali, invece, pian piano si finisce col non prestare attenzione come se la cosa non ci riguardasse. Parliamo di cambiamento climatico, di temperature del pianeta che aumentano. Su queste pagine ne abbiamo già scritto tante volte, ma non possiamo ignorare il nuovo allarme lanciato pochi giorni fa dall’Ipcc (Intergovernamental panel on climate change, cioè l’organismo promosso dall’Onu di cui fanno parte 91 scienziati di 40 paesi che studia e valuta proprio il fenomeno del cambiamento climatico) che ribadisce come serviranno cambiamenti rapidi e drastici evitare un aumento catastrofico delle temperature globali che renderà invivibili ampie regioni del pianeta.

Con 1,5 gradi in più L’obiettivo concordato in pompa magna alla conferenza di Parigi nel 2015 era quello di contenere l’aumento della temperatura globale a due gradi sopra i livelli precedenti alla rivoluzione industriale entro la fine del secolo. Ma già oggi quell’obiettivo è fortemente a rischio, dal momento che la temperatura media terrestre potrebbe arrivare a crescere di 1,5 gradi già tra il 2030 e il 2052 (a seconda degli scenari considerati dei diversi modelli climatici).
Considerando che gli Usa a guida Trump hanno rinnegato gli accordi già sottoscritti il rischio è che la parola d’ordine della prossima conferenza mondiale (la Cop 24 in programma a dicembre a Katowice in Polonia) non sia “lotta” per contrastare ma “adattamento”.
La situazione è molto seria, ma ci sono possibili vie d’uscita. Il rapporto Ipcc indica infatti come prioritaria la necessità di ridurre drasticamente il consumo di energia da parte dei settori più energivori: industria, trasporti e immobili. L’obiettivo indicato come necessario è infatti una riduzione del 45% delle emissioni globali di anidride carbonica entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010, e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

E certo è abbastanza impressionante leggere che la temperature media del decennio 2006-2015 è cresciuta tra 0,77 e 0,79 gradi rispetto al periodo di riferimento 1850-1900 e che l’effetto dell’azione umana è determinante in questo riscaldamento: le emissioni antropogeniche hanno infatti un impatto pari a 0,2 gradi per ogni decade.

E i mari saliranno Su queste basi l’aumento di 1,5 gradi potrebbe essere raggiunto già nel 2030, vale a dire tra dodici anni. A questo ritmo a fine secolo l’aumento potrebbe raggiungere almeno i tre gradi, se non oltre.  L’aumento delle temperature provocherebbe un’accentuazione dei fenomeni meteorologici estremi, come siccità e allagamenti. Di pari passo l’innalzamento dei mari sarà compreso tra 20 e 77 cm entro fine secolo in caso di aumento contenuto a 1,5 gradi, ma potrebbe raggiungere il metro sulla base di scenari più gravi, arrivando a colpire in primo luogo dieci milioni di abitanti delle isole minori.

Anche il recente rapporto pubblicato sul New York Times conferma fino a che punto sia vero, esteso e intenso il problema. Calure estive senza precedenti in Europa occidentale (più di 45 gradi in Portogallo e Spagna), maggio e luglio i mesi più caldi della storia degli Stati Uniti secondo i dati della Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), poli che grondano acqua – l’estensione massima del ghiaccio Artico tocca il suo livello minimo (su 38 anni di monitoraggio) -, il 2018 sta per allungare la lista degli anni più caldi della storia delle misure climatiche.

Con conseguenze sull’ambiente tutt’altro che inconsistenti: gli incendi distruttivi in California, Portogallo e Svezia, i raccolti di mais e granturco che si prosciugano ovunque sono solo esempi. «Se non viene fatto niente per bloccare questa dinamica le estati canicolari, come quella del 2003, potrebbero diventare la norma in Europa a partire dal 2050 – avverte Jean Jouzel climatologo e direttore di ricerca presso il Cea (Commissariato all’energia atomica francese) -. In questo nuovo contesto surriscaldato le estati avrebbero allora delle temperature medie 6 a 7 gradi sopra quelle attuali con record che potrebbero toccare i 50 gradi. Un enorme salto che aprirebbe all’umanità le porte di un altro mondo». Non è difficile immaginare quanto la salute delle persone e i conti delle famiglie e dei paesi ne risentirebbero. 

Nessun paese è in regola Il recentissimo Climate change performance index 2018, l’indice annuale di performance climatica calcolato dall’Ong Germanwatch e dal Climate action network (Can), dice che nessun paese al mondo ha ancora preso le misure sufficienti per raggiungere gli obiettivi concordati nell’Accordo sul clima di Parigi nel 2015. Sui 56 stati esaminati, che insieme rappresentano il 90% delle emissioni mondiali di CO2, Ue e Italia, compresi, è la Svezia il più virtuoso. Il Belpaese arriva al sedicesimo posto, tra Francia e Danimarca, mentre gli ultimi della classe sono Stati Uniti, Australia, Corea del Sud, Iran e Arabia Saudita, veri e propri buchi neri.

«Anche se non si può fare un calcolo esatto di quanto costi il cambiamento climatico ai singoli paesi, di certo esso cambia le basi dello sviluppo di tutte le nostre attività – spiega Stefano Sanna, docente di politica economica al dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Pisa -. Ed è un costo per i singoli cittadini sul fronte della salute e per migliorare le condizioni di vita». Allora la vita sul pianeta è minacciata sul serio? Sì, rispondono senza mezzi termini gli esperti in un rapporto internazionale pubblicato su The Lancet, rivista di medicina britannica. Perché oltre a questo riscaldamento puramente antropico e artificiale, dobbiamo anche fare i conti con la risposta, piuttosto accaldata, di madre natura.  Scatto degli estremi climatici responsabili dell’aumento del numero e dell’intensificazione delle ondate di calore e contro-scatto dell’acidità degli oceani che assorbono ogni anno dal 25 a 30% della CO2 emessa: ecco tutto questo ci allontana sempre di più dall’attuale equilibrio climatico. Preoccupando non poco la comunità scientifica, visto che le conseguenze per la salute si fanno già sentire e “sono peggiori di quello che si pensava”, scrivono i redattori del rapporto.

Le catastrofi climatiche Tra il 2000 e il 2016 il numero di persone toccate dalle ondate di caldo è aumentato di circa 125 milioni, raggiungendo un record di 175milioni nel 2015; nello stesso periodo il numero delle catastrofi climatiche (uragani, inondazioni, siccità ecc.) è aumentato del 46%; oggi 1 europeo su 20 è ogni anno esposto a un evento climatologico estremo.

«I cambiamenti climatici rischiano di alterare sempre più gli ecosistemi che oggi ospitano la vita dell’uomo sul pianeta – commenta i numeri Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Trasporti di Greenpeace Italia -. Ci sono già impatti diretti sugli equilibri che governano la qualità dell’aria, l’approvvigionamento di acqua potabile e la produzione di cibo; e sulla frequenza e l’intensità di eventi estremi, come ondate di calore o di gelo, tempeste, siccità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i cambiamenti climatici potrebbero provocare circa 250mila morti all’anno in più, rispetto ad oggi, tra il 2030 e il 2050. Sta a noi prevenire questa tragedia», rimarca Boraschi.

Le scelte che toccano alla politica Ma, come dichiara Jim Skea, membro del Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) e professore di scienze naturali all’Imperial College London «le leggi della fisica e della chimica, così come il progresso tecnologico, consentono di limitare l’aumento delle temperature medie a +1,5 gradi centigradi (rispetto all’era preindustriale, ndr). L’unica cosa alla quale gli scienziati non sono in grado di rispondere è se questo sia politicamente fattibile». Un bel problema da risolvere come hanno capito i professori Paul Romer e William Nordhaus, insigniti un mese fa del Nobel per l’economia per i loro studi sull’integrazione del cambiamento climatico e delle innovazioni tecnologie nell’analisi macroeconomica. Forse si comincia a cambiare aria.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *