libro_I_signori_del_cibo.jpgDopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 gran parte degli investitori finanziari, dai grandi fondi alle banche d’affari, quelli che cioè spostando miliardi di dollari con un click, ha deciso di puntare una fetta molto più ampia dei propri soldi sugli alimenti e sul cibo: dal grano alla soia, dal caffè allo zucchero. Questa scelta non è certo dovuta a buoni sentimenti o al volersi far carico di garantire nutrimento a chi ne ha più bisogno, ma semplicemente dalla volontà di massimizzare i profitti, di guadagnare soldi speculando su queste materie prime.

A parlare di questo di tanti altri drammatici aspetti, forse poco noti all’opinione pubblica, è un interessante libro scritto da Stefano Liberti che si chiama “I signori del cibo” (Minimum Fax Editore). Un libro che con una ricerca svolta a livello mondiale ricostruisce come poche potenti mani determinino i destini alimentari di miliardi di persone. “Il lavoro che ho fatto – spiega Liberti – è stato quello di ricostruire il funzionamento di filiere globali, spaziando tra Cina, Sud America, Europa e Africa, su prodotti che usiamo tutti i giorni, come carne di maiale, soia, tonno e pomodoro concentrato”.

E la caratteristica comune a queste filiere è la presenza di quelle che Liberti chiama le “aziende locusta”, cioè grandi gruppi multinazionali che agiscono in regime di oligopolio e che verso “l’ambiente, le risorse naturali e il tessuto sociale hanno un rapporto estrattivo. Cioè prendono tutto quel che possono e poi, una volta spolpata una realtà se ne vanno altrove”. Dunque il contrario di quei concetti come sostenibilità e responsabilità di cui tanto si parla.

Come si combatte questo sistema? “Il ruolo del consumatore è fondamentale – prosegue Liberti -: un consumatore che deve avere contezza di ciò che mangia. Deve informarsi e ha diritto ad avere trasparenza nelle informazioni. Catene come Coop sono impegnate in questo senso, ma occorre allargare l’attenzione e far sì che chi fa acquisti scelga con consapevolezza”, senza basarsi solo sul prezzo più basso. Poi anche la politica deve metterci del suo: “L’Europa deve spingere di più sulla strada della trasparenza e delle indicazioni fornite in etichetta. La pressione dell’opinione pubblica, come avvenuto per la pesca sostenibile, può produrre risultati e indurre i governi a fissare limiti e regole”. E proprio regolamentare e razionalizzare queste filiere è la chiave indicata da Liberti, che, ricordando come il cibo abbia sempre viaggiato nel corso della storia umana, spiega che sarebbe sbagliato, di fronte a questi problemi, rinchiudersi in antistoriche forme di autarchia, per cui si deve mangiare solo ciò che un territorio produce. La risposta è invece in un governo pubblico dei processi economici, cioè da parte di comunità in grado di orientare verso l’interesse collettivo scelte oggi solo animate dalla ricerca del profitto.

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