Mantenere integro il verde urbano; crearne di nuovo, polmone per città inquinate; rivitalizzare, mettere in sicurezza e trasformare in vere e proprie “unità produttive” gli affollati condomini, con manti vegetali, gradevoli da vedere, ma soprattutto utili; trasformare in parchi e prati le ampie distese di cemento spalmato nei decenni; invaderlo con il verde degli alberi, degli orti e delle serre fotovoltaiche per la produzione di energia alternativa. È così che una città vivibile ed ecosostenibile, può diventare realtà.

La prima cosa da fare si chiama “manutenzione” del verde esistente. Poi la creazione di nuove macchie di verde ovunque sia possibile. Anche sul cemento, dando forma a esperienze che mirano a stravolgere il paesaggio urbano e a rivoluzionare le nostre periferie. Perché le nostre città siano piacevoli, funzionali e vivibili. 

«La manutenzione va fatta assiduamente più di quanto viene fatta nei boschi – raccomanda il professor Francesco Loreto, dirigente di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche –. La cura e l’eventuale sostituzione dell’albero quando diventa un pericolo per i cittadini, oppure non è più in grado di svolgere la funzione per cui è stato piantato, è un argomento delicato che richiede tante competenze perché la pianta si trova a dover vivere in un ambiente ampiamente antropizzato. E questo significa che la pianta va curata molto di più. Sapendo che i servizi ecosistemici (cioè i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano, ndr)” che ci restituisce sono enormi». 

Solo adesso si comincia a misurare il benessere che deriva alla salute dei cittadini e dell’ambiente dalla cura e dall’incremento degli spazi verdi nelle nostre città. «Gli americani sono specialisti nel “monetizzare” i servizi ecosistemici – spiega il Giacomo Lorenzini, docente di patologia vegetale presso il Dipartimento di scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali dell’Università di Pisa –. In rete si trovano programmi anche semplici che sviluppano dati economici a partire da parametri misurabili (si chiamano tree benefit calculator), come la quantità di biossido di carbonio assorbita e stoccata da un albero, il vantaggio economico in termini di risparmio energetico legato alla presenza di alberi (ad esempio, minore condizionamento estivo), la riduzione delle spese mediche e l’allungamento dell’aspettativa di vita attribuibile alla riduzione dell’inquinamento. Ma ci sono anche risvolti non monetizzabili, come quelli legati al benessere psicofisico. Certo, se chi decide per i cittadini, sempre attento ai costi di impianto e gestione degli spazi verdi, si chiarisse le idee sui benefici del verde, molti atteggiamenti politici potrebbero cambiare». 

L’informazione statistica e i dati non mancano. Uno per tutti il documento Istat Rilevazione dati ambientali nelle città che raccoglie informazioni relative ai comuni capoluogo di provincia con l’obiettivo di fornire un quadro a supporto del monitoraggio dello stato dell’ambiente urbano e delle attività delle amministrazioni per assicurarne la buona qualità. 

È da qui che si parte per gestire e sviluppare anche il verde urbano a gestione pubblica mettendo in campo le competenze giuste. «Innanzitutto la sostenibilità deve essere alla base delle scelte in fase progettuale – puntualizza Lorenzini –. Un impianto mal progettato diventerà un problema per il gestore e sarà inevitabilmente destinato al fallimento. Quindi occorre avere competenze di ordine agronomico-biologico, per scegliere le piante giuste e collocarle nel modo corretto. Poi sono utili anche idee chiare in merito alle aspettative dei fruitori del verde. E soprattutto un aggiornamento costante attraverso il confronto periodico con specialisti del settore e la comunità scientifica». 

Questo perché, diciamolo con uno slogan facile, il verde non è solo un colore. Infatti la sua presenza nel contesto urbano assume oggi nuove funzioni, non solo quella estetico-decorativa ma anche quella ecologica e sociale con l’assorbimento degli inquinanti atmosferici, la riduzione dei livelli di rumore, la stabilizzazione del suolo, la ricostituzione di habitat adatti alla vita di molte specie animali e vegetali. «Gli alberi sono nostri amici e quindi dobbiamo volere loro bene, proteggerli e curarli. Il verde non è solo bellezza, il verde è salute, è ambiente. Il verde è necessario», aggiunge Loreto. Ma come fare a trasformare le immense distese di cemento spalmato nei decenni nelle anonime periferie urbane in parchi, giardini, prati e, volendo, anche orti? «Aggiungerei risparmio energetico e gestione dei rifiuti», commenta Stefano Panunzi, docente di progettazione architettonica e urbana all’Università del Molise. È dagli anni Ottanta che Panunzi studia quale possa essere lo spazio fisico libero per poter mettere mano agli edifici che deturpano le periferie delle nostre città, piccole e grandi, senza doverli demolire o evacuare in un paese come il nostro dove quasi il 90% delle persone è proprietario di case. Ma i nostri condomini sono il patrimonio immobiliare più inadeguato che ci sia per durare ed aumentare di valore, in un presente che richiede standard di sicurezza e di risparmio energetico sempre più alti.

La sfida è ambiziosa, ma, a quanto pare, possibile e necessaria, anche perché i costi di manutenzione, fiscali, energetici, i terremoti, le frane e gli allagamenti, per non parlare dell’incremento di malattie legate all’inquinamento, stanno rendendo inevitabile una bonifica di quella che gli addetti ai lavori chiamano “crosta urbana” sfruttando lo spazio operativo che avvolge ogni edificio, quello che viene solitamente occupato dai ponteggi per rifare le facciate. 

«Ebbene quello stesso spazio può essere occupato in modo permanente da una soluzione rivoluzionaria che in sede tecnica viene chiamato “esoscheletro multifunzionale e autoportante”. Una seconda pelle dell’edificio basata su una intelaiatura aperta, praticabile come lo sono i balconi, che circonda tutti i piani dell’edificio e la sua copertura. «Fantascienza? Assolutamente no – assicura Panunzi –: ingegneri e architetti stanno studiando da anni nei laboratori universitari di tutto il mondo, e in Italia in particolare, per mettere in sicurezza e adeguare un patrimonio edilizio tanto sconfinato, quanto in caduta libera come valore economico e affidabilità sul mercato globale». E come al solito i casi sono due. Aspettare una multinazionale cinese o americana, che non ci avviserà premurosamente per tempo, anzi guarderà bene dall’interrompere il nostro sdegnoso torpore. Oppure possiamo sperare di risvegliare il nostro antico spirito cooperativo per un mercato che ne avrà per tutti e forse anche di più. 

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