Le catastrofi ambientali legate al fracking e alle potenti “iniezioni” nel cuore della terra, possono avere dimensioni bibliche. La più nota è la “marea nera” di petrolio fuoriuscita nel 2010 nel Golfo del Messico, con milioni di barili di petrolio ancora oggi galleggianti di fronte a Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre ai depositi sui fondali. Danni all’ambiente sono documentati nelle praterie americane dove sono in corso le trivellazioni. Anche volendo sorvolare sui casi più eclatanti e su contaminazioni ed erosioni selvagge, la produzione di shale gas e shale oil mostra un’impronta ambientale, in termini di emissioni “globali”,  paragonabile a quella dei combustibili fossili peggiori, liberando nell’aria metano (che se incombusto è un gas serra più potente della CO2) in quantità doppie a confronto del gas convenzionale. Rispetto a questo i ricercatori della Cornell University americana hanno calcolato che in un arco di vent’anni, lo shale gas risulta più inquinante dal 22 al 43%; mentre rispetto al petrolio lo è tra il 50 e il 250% e del carbone dal 20 al 100%. Enormi i consumi di acqua, fino a 1.000 volte quelli necessari per i giacimenti convenzionali: non certo una buona notizia in epoca di siccità e di calo delle riserve idriche mondiali.

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