Il 52% è più attento di 5 anni fa ai temi dell’alimentazione e dei prodotti alimentari che acquista, un 54% legge sempre le etichette, un 55,5% ha modificato le proprie scelte alimentari per motivazioni legate alla tutela dell’ambiente, un 48,5% segue la dieta mediterranea, un 60% ha ridotto il consumo di piatti ricchi di zucchero, un 58% ha ridotto i piatti ricchi di sale, un 53% ha ridotto le bevande gassate e un 36% consuma meno carne.

Anche nelle difficili e drammatiche settimane del coronavirus gli italiani confermano che il loro rapporto col cibo sta cambiando, che l’attenzione alla salute e all’ambiente incide sui comportamenti concreti e che il bisogno condiviso è quello di avere un’informazione più completa e consapevole. Si tratta di un percorso ancora decisamente lacunoso e frammentario, che ha bisogno di essere sostenuto e ampliato. In molti casi il campione è spaccato quasi a metà, diviso tra chi ha iniziato un percorso di cambiamento (decisamente più marcato tra le donne) e chi invece pigramente si accontenta di tirare avanti come se niente fosse.

È questo quanto emerge da un’indagine che la società Metrica Ricerche ha condotto in esclusiva per la nostra rivista su un campione di 1.007 persone rappresentativo dell’intero paese di cui qui vi presentiamo una prima parte.

«Dal lavoro che abbiamo fatto – spiega il direttore di ricerca, Marco Simoncini – emerge sicuramente un quadro in movimento, con un’attenzione in crescita verso queste tematiche, ma con quote di “fai da te” ancora ampie. Emerge poi, in modo trasversale, una grande attenzione al legame col territorio, per i valori di tipicità, genuinità e quindi di italianità».

Più attenti e informati (ma non tutti) Ma vediamo più analiticamente quel che la ricerca racconta. Come accennato l’attenzione sul fronte cibo e alimentazione è aumentata per il 52% (55% tra le donne), contro un 47% per il quale negli ultimi cinque anni non è cambiato nulla.

A ritenere di avere un’informazione molto adeguata sulla materia è un 13%, cui segue un 45% che giudica la sua informazione parzialmente adeguata. Dall’altra parte c’è 42% che si definisce non adeguatamente informato. Dunque, come in molte altre situazioni che vedremo, a voler essere ottimisti, si può vedere il bicchiere mezzo pieno, ma sempre mezzo bicchiere resta.

A prevalere tra le fonti d’informazione su cibo e alimentazione è la Tv, col 33%, seguita non troppo lontano da Web e social, col 27%, e poi da amici e familiari col 25,5%. Giornali e riviste valgono un 14%, mentre è da segnalare che medici ed esperti stanno in fondo all’elenco con l’11%.

Sempre a proposito di livelli di informazione si scopre che un 54% legge sempre le etichette e un 40% le legge solo a volte. Le donne fanno molto più e meglio degli uomini (il 63% le legge sempre), mentre la cosa cui si presta maggiore attenzione è la data di scadenza (76%), seguita dal controllo sulla provenienza territoriale (49%). Ancora dietro la lettura di calorie e valori nutritivi (19%).

In un’epoca in cui le notizie di frodi e scandali alimentari sono purtroppo frequenti,  quali sono i temi che maggiormente preoccupano gli italiani? In una scala da 1 a 10 prevalgono la paura per i pesticidi in frutta e verdura (8,13), per i residui di antibiotici nelle carni (8,12),  per i possibili contaminanti nei pesci (8,01) e per additivi e coloranti (7,94). Più lontani i timori per Ogm (7,59) e materiali d’imballaggio (7,15). Anche su tutte queste opzioni ad esprimere un livello di preoccupazione più alto sono le donne.

Piacciono tradizione e italianità Passando da quelle che sono le potenziali fonti di preoccupazione ai contenuti positivi che inducono all’acquisto (sempre in una scala da 1 a 10), a prevalere è la provenienza (con 8,29) a conferma che l’italianità e quindi la difesa della nostra economia è un valore tra i più forti che definiscono le scelte dei consumatori. Di seguito nella graduatoria troviamo le offerte (8,16) e il prezzo (8,05), segno che, in un paese che non è mai uscito del tutto dalla crisi e ora si trova davanti anche l’emergenza coronavirus, la preoccupazione per far quadrare il bilancio familiare resta molto alta. Subito a seguire vengono il tema della stagionalità (7,86) e i prodotti tipici (7,82).

Nel solco di questi risultati è anche il forte apprezzamento per i prodotti del proprio territorio o quelli a Km 0 che sono stati acquistati da un 72% degli intervistati. La motivazione principale d’acquisto è la tutela delle tradizioni e la maggiore genuinità (44,4%), seguite dal tutelare l’economia e le produzioni italiane (29%), staccando nettamente la ricerca di un minor impatto ambientale (19,5%).

Meno bene dalla nostra indagine escono i prodotti del commercio equo e solidale che vengono acquistati solo da un 33,6% di intervistati. E anche qui la prima motivazione di chi non li acquista è quella di preferire prodotti italiani (37,8%). Poi c’è un 33,9% che non conosce questo tipo di prodotti e un 12% che invece non li sceglie perché più costosi degli altri.

Scelte pensando all’ambiente Altro capitolo chiave nel rapporto tra italiani e scelte alimentari è quello che passa attraverso l’ambiente. Infatti un 75%  del campione si dice ben consapevole del fatto che le proprie scelte di acquisto e consumo hanno un impatto sull’ambiente e un 55,5% dice di essere passato dalle parole ai fatti, cioè di aver modificato le proprie scelte alimentari pensando alla tutela dell’ambiente (una percentuale che tra le donne arriva al 58,2% e al 66,8% tra i laureati). Sicuramente una buona notizia, che induce, anche in questo caso, a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Un 73% di intervistati giudica adeguata l’offerta di cibi oggi disponibile in negozi e supermercati per chi vuole alimentarsi in modo sano e un 70,5% si dice addirittura pronto a spendere di più per avere prodotti più salutari. Dati significativi e confermati anche dall’andamento di linee di prodotto come Bene.sì o vivi verde che Coop propone già da diversi anni.

La dieta mediterranea vince Un altro dei punti chiave della nostra indagine mirava a capire il tipo di dieta seguito dagli italiani e che grado di consapevolezza avessero sul loro regime alimentare. Tra le varie opzioni proposte prevale, come prevedibile, la tanto decantata dieta mediterranea, punto di forza del nostro paese come riconosciuto da dietisti e medici: a seguire la dieta mediterranea è il 48,4% del campione (tra i laureati siamo al 62%). Dalle risposte escono decisamente ridimensionate le diete vegetariane (0,8%) e vegane (0,1%), mentre una dieta che non esclude il resto, ma comunque privilegia i vegetali arriva al 3,6% (che è un 5,6% tra le donne). Un 36% invece, sfuggendo alle tante soluzioni proposte, dice salomonicamente di seguire una dieta varia, come volesse lasciarsi il campo libero a ogni esperimento gastronomico.

Se come regime alimentare complessivo la dieta mediterranea prevale, c’è un 30% degli italiani (37,5% tra le donne) che dice di essersi sottoposto a una dieta per perdere peso negli ultimi 5 anni. Dunque, più o meno, 1 italiano su 3 ha vissuto questa esperienza, dato comprensibile se pensiamo che tra gli adulti italiani un 32% è in sovrappeso e un 10% obeso.

Ma molto interessante è scoprire come è stata decisa questa dieta. Un 40% si è affidato a un esperto (dietologo o nutrizionista) e un 21% ha chiesto al medico di famiglia. Se sin qui siamo in un campo di affidabilità e correttezza, si apre poi un mondo di chi invece ha deciso su basi molto più fragili e incerte: un 23% dice di aver eliminato da solo alcuni alimenti (che tra i maschi è un 28,6%), un 9% (13,2% tra i maschi) si è invece documentato su internet e un 4% ha seguito i consigli di amiche o amici.

Un altro capitolo rispetto al quale c’è invece un bicchiere mezzo vuoto è quello dell’attività fisica. Un 21,5% (che è 25,9% tra le donne) dice di non fare attività fisica e un altro 19% dice di farne meno di 5 anni fa. Sommando, siamo dunque a un 40% che non ha ancora ben presente l’importanza dello stare in movimento per vivere in salute e prevenire malanni e acciacchi. Solo un 10,5% dice di fare più attività che in passato.

Cambiare si può: uso ridotto per sale, zuccheri e carne Altri segni inequivocabili di un cambiamento in corso vengono invece dalla batteria di domande che chiedeva se negli ultimi anni si fosse ridotto il consumo di alcuni prodotti. E qui si scopre che un 60% consuma meno piatti ricchi di zucchero, un 58% ha ridotto il sale, un 54% le bevande gassate e/o zuccherate, un 49% i fritti, un 45% i dolci, un 37% la carne e salumi, un 27% i latticini e un 21% i prodotti con glutine. Sono cifre tutte significative, considerando anche che tra le donne la percentuale è sistematicamente più alta (sulla carne si arriva al 44%).

Dunque qui siamo davanti a una realtà già cambiata e lo confermano anche gli andamenti nei consumi. C’è una consapevolezza che cresce, consumare meno zuccheri e meno sale è esattamente quanto consigliano medici e dietisti.

Ma è anche bene evitare di inseguire “mode”, come potrebbe far pensare la riduzione nel consumo di latte o di prodotti con glutine (i celiaci accertati sono sotto l’1% della popolazione mentre abbiamo un 21% che evita i prodotti con glutine).

Per ora ci fermiamo qui. Sul prossimo numero di Consumatori vi proporremo l’ultima parte della nostra indagine che sarà centrata sui comportamenti alimentari, sulla conoscenza delle porzioni e delle indicazioni contenute nelle Linee guida presentate pochi mesi fa dal Crea, l’ente pubblico che ha il compito di promuovere una corretta alimentazione.

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