La strage senza fine delle donne uccise da chi non accetta un rifiuto o la fine di una relazione, sembra non finire mai. Femminicidio, si chiama, ovvero uccisione di una donna in quanto donna, forma estrema della violenza di genere, punizione contro chi si ribella al volere del maschio.

In Italia, tuttavia, è difficile persino valutare l’entità del fenomeno. Le raccolte dati non sono precise: il Viminale conta gli omicidi volontari e si limita a suddividere le vittime per genere: il numero delle donne uccise da gennaio al momento in cui scriviamo, 84, è pari a quello dello stesso periodo del 2020 quando si erano registrate 84 vittime e 116 in tutto l’anno. Ma il numero delle vittime cresce di settimana in settimana e allora forse è meglio dire che ogni 72 ore, circa, una donna viene ammazzata.

Per comprendere se una donna uccisa è vittima di violenza di genere va considerata la relazione tra gli attori dell’omicidio: delle 111 donne del 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. Quasi metà dal partner, l’11,7%, da un uomo con cui erano state in passato, il 22,5% da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e il 4,5% da un conoscente, un amico o un collega, sempre secondo secondo i dati del Viminale. Se poi consideriamo le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, nel 2020 sono aumentate del 79,5% rispetto all’anno precedente, sia per telefono, sia via chat (+71%). Con un boom da fine marzo, in corrispondenza del lockdown scattato per la pandemia.

L’approccio dei media Ma se i dati non aiutano sempre a capire, sembra tuttavia cambiato l’approccio dei media: «Le cronache – spiega Antonella Veltri, presidente D.i.Re, l’associazione dei centri anti violenza – non si limitano a riportare i casi più estremi, quelli di femminicidio o di violenza sessuale da parte di estranei, ma anche quelli di violenza domestica, maltrattamenti, stalking o altre forme di cui un tempo i media non si sarebbero occupati. D.i.Re lavora fin dalla sua fondazione sulla visibilità della violenza, che molte donne subivano e subiscono in silenzio, e certamente questa maggiore attenzione mediatica è anche un risultato di questo lavoro di lungo periodo. Significa che finalmente la violenza maschile contro le donne comincia a essere percepita socialmente come qualcosa di inaccettabile, come crimine, che viene dunque segnalato dai media. Ma accanto alla percezione aumentata della violenza maschile contro le donne come ‘problema’, non possiamo non tenere conto del fatto che stiamo vivendo il secondo anno di una pandemia che ha stravolto la vita di tutti e tutte. Abbiamo sperimentato per la prima volta il lockdown, quasi tre mesi in cui i centri antiviolenza della rete D.i.Re hanno registrato un aumento delle richieste di supporto di quasi l’80% rispetto a un mese medio dell’anno precedente. Stiamo raccogliendo ora i dati complessivi per l’anno, ma da quanto ci hanno riferito e ci riferiscono i centri, il carico di lavoro non sembra diminuire».

Perché la denuncia non basta? Il numero delle violenze non cala, dunque, e le denunce restano spesso inascoltate. E pensare che il decreto legge del 2013 contro il femminicidio – successivo alla Convenzione di Istanbul, pietra miliare nel contrasto e nella prevenzione della violenza contro le donne – ha inasprito le pene e le misure cautelari, introducendo anche l’arresto in flagranza e l’allontanamento dalla casa familiare, nonché pene maggiori quando la violenza viene commessa contro una persona con la quale si ha una relazione.

E in effetti il più delle volte accade che la donna denunci il suo persecutore, ma che a questa denuncia non faccia poi seguito un intervento mirato a bloccare la mano dell’assassino. «I pregiudizi e gli stereotipi sessisti presenti anche in chi amministra la giustizia – prosegue Veltri – fanno sì che le donne non vengano credute, che siano considerate ‘corresponsabili’ della violenza che hanno subìto, che non si faccia una valutazione del rischio e non vengano disposte misure di sicurezza tempestive, che la violenza venga sottovalutata o considerata conflitto familiare, mettendo sullo stesso piano l’uomo che agisce la violenza e la donna che la subisce».

Dunque le denunce non bastano. Quasi tutte le donne morte assassinate avevano denunciato i loro assassini. «Anche quando le forze di polizia o la magistratura si muovono al meglio – dice Maria Chiara Risoldi, presidente della Casa delle Donne di Bologna – prima che la tragedia si compia c’è come un vuoto. Anche se all’uomo viene impedito di avvicinarsi, anche se la donna è protetta non potrà esserlo mai del tutto. Le donne, anche quelle accolte nei nostri centri, escono per andare a lavorare, per andare a prendere a scuola i figli…». Ed è lì che l’assassino può muoversi indisturbato.

Ma che fare per difendere le donne da questo vuoto che è però colmo di minacce? «Per migliorare il sistema, come diciamo sempre, occorre la formazione di tutti gli attori che a vario titolo si occupano di violenza, coinvolgendo le esperte, operatrici e avvocate dei centri antiviolenza femministi. È in questi spazi, nati in Italia oltre 30 anni fa, che si è consolidata una conoscenza del fenomeno della violenza e del suo funzionamento imprescindibile, perché nutrita dall’esperienza acquisita nel supporto a migliaia di donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza», risponde Veltri.

Il ruolo del patriarcato Ma il lavoro da fare allora è anche e soprattutto nella società, oltre che nelle aule dei tribunali. «La violenza è un’emergenza culturale in tutto il mondo nord-occidentale – spiega la presidente Risoldi – e più le donne sono libere e pretendono di scegliere liberamente più la componente maschilista e arretrata si incattivisce. È uno scontro di potere».

Secondo Patrizia Romito, docente di psicologia sociale a Trieste, «la violenza è più frequente dove le donne hanno meno diritti, c’è insomma continuità tra discriminazione e violenza. Sradicarla comporta un cambiamento culturale radicale, perché è uno dei principali meccanismi per mezzo dei quali le donne vengono mantenute in condizione di inferiorità. Per questo non basta prevenire la violenza: bisogna sradicare la discriminazione, perché pochi uomini sono violenti ma tutti beneficiano di un sistema patriarcale che assicura alla parte maschile della società molti privilegi». Quali? Uno stipendio più alto, ad esempio. Più possibilità di carriera. E poco o nessuno carico di lavoro familiare, quasi sempre tutto sulle spalle delle donne, specie in Italia.Visita il sito

Nel mondo 1 donna su 3 ha subito violenza e secondo uno studio dell’Oms la violenza domestica è la causa principale di morte o di lesioni gravi per le donne tra i 16 e i 44, più del cancro, della malaria e degli incidenti stradali messi assieme. E in Italia? L’indagine Ue Violence against women rivela che il 19% delle donne ha subito violenze fisiche o sessuali, il 38% gravi, ripetuti e multipli abusi psicologici, il 9% stalking.

Intanto, a livello istituzionale, la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026 indica cinque priorità (lavoro, reddito, competenze, tempo, potere) e punta, tra l’altro, alla risalita di cinque punti entro il 2026 nella classifica del Gender Equality Index (attualmente l’Italia è al 14° posto, con un punteggio di 63,5 punti su 100, inferiore di 4,4 punti alla media Ue). E il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza, dedica un’attenzione particolare alle donne e all’esigenza di costruire una strategia per favorire l’occupazione femminile.

«Certamente – spiega la presidente Veltri – superare la condizioni di discriminazione e costruire condizioni per una reale autonomia delle donne è essenziale per spezzare il ciclo della violenza, in particolare la violenza domestica, spesso esacerbato dalla situazione di dipendenza economica in cui si trovano le donne quando sono costrette ad abbandonare il lavoro, oppure chiedere il part-time, per potersi occupare della famiglia, visto che il lavoro di cura ricade ancora prevalentemente sulle loro spalle. Ma il Pnrr, nonostante alcune dichiarazioni di principio sulla necessità di colmare il gender gap e aumentare l’occupazione femminile, non ha previsto vere azioni positive per ottenere questi risultati. Anche i fondi per la misura più sbandierata, ovvero la creazione di asili nido pubblici, sono gravemente sottostimati rispetto al fabbisogno, mentre buona parte degli investimenti in campo infrastrutturale e tecnologico si tradurranno in posti di lavoro prevalentemente destinati a una forza lavoro maschile».

La speranza, dunque, è che il Pnrr non diventi un’altra occasione perduta per colmare il gender gap. «Perché è proprio migliorando la condizione delle donne – conclude Veltri – che migliora la condizione di tutta la società. E questo chi lavora nei centri antiviolenza lo vede accadere ogni volta che una donna riconquista la propria autonomia dopo un percorso di fuoriuscita dalla violenza».

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