Prodotti_Solidal.jpgSi sente parlare spesso di commercio equo solidale, ma non sempre si ha una chiara idea di cosa significhi davvero. Più o meno tutti sanno che è un mercato cosiddetto alternativo, che c’entra con la trasparenza, con il non-sfruttamento e con la valorizzazione dei mercati del Sud del Mondo.

Andiamo insieme un po’ più in profondità. Fair Trade, il termine inglese usato per definire il commercio equo solidale, esprime meglio dell’equivalente italiano il superamento della contraddizione esistente tra le idee di commercio e di equità. Contraddizione perché siamo abituati a pensare che, nel mercato, il guadagno delle varie parti coinvolte nel percorso di una merce, dal produttore allo scaffale, sia costellato di piccoli grandi soprusi, in cui ognuno accresce la propria fetta a spese di qualcun altro.  Sono le “leggi del mercato” che alle nostre orecchie suonano un po’ come le “leggi della giungla”, prendere o lasciare. In inglese il termine “fair” non significa invece solamente “giusto/equo”, ma viene usato anche per descrivere chi nella competizione gioca pulito. E il commercio equo solidale in effetti fa proprio questo: gioca pulito con tutti i soggetti coinvolti. Resta però un commercio vero e proprio, non è beneficienza, né un circuito elitario per pochi: punta alla massimizzazione del profitto e a trovare il suo spazio nella grande distribuzione, solo che lo fa lottando contro lo sfruttamento e la povertà legate a cause economiche, politiche o sociali.

Il commercio equo solidale, quindi, altro non è che una forma di commercio internazionale che punta a far crescere e sviluppare aziende e attività produttive nei paesi in via di sviluppo, offrendo loro un canale commerciale alternativo a quello dominante. Il tutto nel rispetto di un comune codice di comportamento, di condizioni sostenibili e di accordi sicuri che esulano dai rapporti di forza, dalle fluttuazioni dei mercati, delle monete, del marketing.

I VINCOLI DA OSSERVARE: I vincoli da osservare per entrare nella rete del commercio equo solidale riguardano entrambe le parti in causa. Alcuni esempi dei vincoli che hanno i produttori sono: il divieto del lavoro minorile, l’impiego di materie prime rinnovabili, l’investimento sul territorio in formazione/scuola, la cooperazione tra produttori, il sostegno alla propria comunità, la creazione dove possibile di un mercato anche interno.

Mentre gli acquirenti si impegnano ad assicurare sbocchi commerciali e prezzi minimi sempre certi, che garantiscano ai produttori una vita dignitosa e un margine di investimento nel sociale locale, contratti di lunga durata abbinati se necessario a prefinanziamenti e consulenze sui prodotti e sulle tecniche di produzione. Il quadro delineato è quello di un reciproco impegno, che innesca una spirale virtuosa di crescita.

Il mercato alternativo riguarda prodotti di tipo diverso contestuali alle tipicità e alle disponibilità dei paesi e delle aree coinvolte (per il momento soprattutto Africa Centrale e America Latina); tra i prodotti alimentari vanno per la maggiore tè e caffè, cacao, zucchero di canna, cereali, frutta secca, frutta esotica e spezie, anche nelle loro rispettive trasformazioni in creme, bibite, farine, succhi, marmellate e così via.

In Italia il documento-manifesto è la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale. Tra i soggetti principali c’è sicuramente Fairtrade Italia, un consorzio senza scopo di lucro che certifica e coordina tutti i prodotti commercializzati a marchio Fairtrade, li diffonde anche nella grande distribuzione e ne garantisce con il suo simbolo origine e caratteristiche. Poi Ctm Altromercato, la più grande organizzazione di commercio equo solidale italiana, che comprende 130 associazioni e cooperative, e gestisce oltre 350 Botteghe del Mondo, ovvero i negozi al dettaglio che distribuiscono i prodotti del commercio equo solidale nelle nostre città.

COSCIENZA CRITICA: Lo sviluppo del commercio equo solidale va di pari passo con la crescita della coscienza critica del consumatore e con l’aumentata sensibilità ai temi del biologico e della sostenibilità ambientale. Facendo la spesa ci si interroga di più sul peso delle nostre scelte, sui risvolti sociali ed economici che si nascondono dietro a un’etichetta, sull’impatto che il consumo ha nei confronti dell’ambiente che ci circonda. Così come dopo il consumo ci si preoccupa di riciclare e smaltire i rifiuti, cercando ad esempio di scegliere prodotti con imballaggi biodegradabili, aumentano le preoccupazioni anche sul prima, sulla storia del prodotto e sul percorso che l’ha portato fino al nostro carrello. Il marchio Fairtrade da solo riassume e palesa questo percorso, garantendo che non è inciampato in nessuno dei suoi passaggi, in forme di sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Tendenzialmente il prezzo finale al consumo dei prodotti equo solidali è un po’ più alto, ma ci può stare viste le premesse e rispetto alla qualità. 

Dal Natale 1995, nella grande distribuzione italiana, Coop metteva in commercio il primo prodotto equo-solidale a marchio Coop: il caffè “per la solidarietà”. Fino alla recente nuova linea di tè Solidal Coop: 7 tipologie di tè, tutte certificate Fairtrade biologiche, provenienti dalla zona montuosa delle Nilgiri nell’India del sud. A beneficiarne sono circa 1.200 dipendenti, in gran parte donne. Acquistando il Tè Solidal, infatti, si contribuisce a sostenere e promuovere lo sviluppo economico e sociale delle comunità in cui operano le cooperative o i produttori che forniscono la materia prima utilizzata: The United Nilgiri Tea Estates. Oggi i prodotti Coop che rispondono ai criteri del Fairtrade sono riconoscibili grazie al marchio Solidal.

marzo 2014

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