Il Covid-19 è stato un colpo basso per un’economia che, a dodici anni dalla crisi finanziaria, si stava ancora rimettendo in piedi. E ora una nuova mazzata che mette in grande difficoltà tantissime persone. Più di 6 milioni, è stato calcolato, tra cui un milione di nuovi poveri (stime Caritas e Coldiretti). Poi ci sono 700mila irregolari, il milione che usufruisce del Reddito di cittadinanza e un altro milione che avrà il Reddito di emergenza. E in più molti lavoratori autonomi (5 milioni in totale), cassintegrati, piccoli commercianti e operatori dei settori più colpiti dalla crisi, come turismo e cultura, che con le limitazioni post Covid-19 se la passano peggio di altri.

Già dal 2008 il mondo aveva evidenziato tanti problemi, con un lavoro nel frattempo divenuto ancora più precario, instabile, raro: la povertà assoluta nel nostro paese era salita dal 4,3% al 7,8% nel 2019. Ora, di fronte alla nuova impennata, la scommessa è salvare il sistema Italia con tutti i suoi abitanti e, al contempo, cambiare marcia, evitando semplicemente di tornare come si era prima, ma cogliendo l’occasione per fare, attraverso le leve dell’economia, quello che la politica finora non era riuscita a fare. Evitando di gonfiare il debito pubblico che saranno i giovani a pagare. Dunque servono assolutamente i decreti che il governo ha varato e varerà, ma servono strategia e visione del futuro. Siamo sulla carreggiata giusta?

«Mai come in questo momento storico abbiamo l’occasione, anche in termini di risorse economiche a disposizione, di ripensare il sistema e di cambiarlo in un’ottica di resilienza trasformativa», risponde il portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), il professor Enrico Giovannini, economista ed ex ministro, oggi membro della task force guidata da Colao che supporta il governo nella fase della ripartenza.

«Ora più che mai – prosegue – è fondamentale che il paese decida da che parte vuole andare. Sarebbe folle auspicare di tornare alla situazione pre Covid-19, in un’Italia in cui persistono forti disuguaglianze economiche e sociali, dove la biodiversità è minacciata dal problema mai risolto del consumo di suolo e dove il Pil è composto per il 12% da attività irregolari. Dobbiamo invece cogliere l’occasione di guardare avanti e riorganizzare il sistema. Abbiamo una guida nell’Agenda 2030 e dobbiamo seguirla in nome del principio di giustizia intergenerazionale. Sappiamo che serve un cambio di paradigma e dobbiamo approfittare della fase attuale, per quanto difficile, per cambiare i modelli produttivi e sociali guardando sempre di più ai vantaggi dell’economia circolare e della sostenibilità. Un passaggio che richiede la collaborazione di tutti: istituzioni, imprese, società civile. Con l’impegno di non lasciare nessuno indietro. Una crisi come questa ha effetti drammatici sulle vite delle persone e abbiamo il dovere di arginare i rischi aiutando chi è in difficoltà, ma dando una prospettiva di futuro accessibile a tutti».

Una ripresa sostenibile  Una delle tante conferme di questa realtà in stato di sofferenza ci viene dalla classifica dei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, letteralmente stravolta dal coronavirus. Il terzetto delle priorità “no fame”, “no povertà” e “occupiamoci della crescita economica”, infatti, ha guadagnato parecchio terreno, piazzandosi subito dopo “acqua pulita e sanità” e “azioni per il clima”, e fotografando così i timori degli italiani per il lavoro perso e nuove forme di povertà. Cresce – con una flessione del Pil di quasi 10 punti percentuali – la paura di non farcela assieme alla voglia più decisa di sostenibilità e all ‘attenzione all’ambiente, quest’ultimo un trend globale dato che il 72% degli intervistati (dati Ipsos), ritiene che la crisi climatica sia una minaccia pari a quella del coronavirus.

A riportare questi sondaggi e a rifletterci sopra è la stessa ASviS, che nel suo ultimo rapporto, di maggio, intitolato “Politiche per fronteggiare la crisi da Covid-19 e realizzare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, punta decisa, per rianimare il paese, sulla coppia ripresa economica-protezione dell’ambiente: l’una a sostegno dell’altra, non in contrapposizione, con la tecnologia in mezzo a fare da collante. La sostenibilità renderebbe di più in termini economici, sino al 15% nelle grandi imprese ed è una ricetta almeno in parte sposata dal decreto Rilancio del governo. Il quale, dopo aver protetto il paese, ha tentato il rilancio con un minimo di visione d’insieme.

Ma la priorità era e rimane il lavoro, per poter uscire da quella crisi nera che Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, rivista italiana di geopolitica (vedi intervista a seguire), definisce «una mazzata economica di dimensioni mai viste. Le crisi – spiega – segnano strutturalmente i paesi e il nostro non si era ancora completamente ripreso dal quella del 2008-2009, A differenza di economie più robuste, penso alla Germania, da noi l’effetto è di moltiplicatore dei problemi».

Far rimbalzare avanti il paese Il coronavirus ha picchiato duro acuendo la tendenza all’impoverimento perpetuo delle famiglie e accentuando le disuguaglianze ricchi-poveri. Tutt’altro che una livella, per dirla alla Totò. Né si poteva pensare diversamente con una produzione industriale giù del 29% durante il lockdown (dato Istat di marzo), il maggior crollo di sempre.

Va anche detto che, a differenza della crisi finanziaria del 2008, il reddito ha frenato meno del Pil per gli effetti delle politiche fiscali: una quantità straordinaria di risorse per attutire il colpo, stanziate attraverso bonus e ammortizzatori sociali, cui si è aggiunto da ultimo il Reddito di emergenza per le famiglie in stato di particolare bisogno (vedi box). Contenuta nella maxi manovra da 55 miliardi di euro, questa forma di reddito si è aggiunta ad altre misure di rilancio dell’economia per famiglie e imprese, con un occhio agli incentivi “verdi” e l’altro ai sussidi più una sanatoria per gli “invisibili”, colf, badanti e braccianti in nero, e la regolarizzazione dei migranti che molto ha fatto discutere.

Più avanti o più indietro? Anche sul versante dell’Agenda 2030 dell’Onu – cui si accennava– e del Green deal dell’Unione europea, unito alla Digital Trasformation e all’innovazione, c’erano e ci sono grosse partite da giocare. «Come dicevo – sottoloinea Enrico Giovannini –, l’Italia deve decidere che direzione prendere: se proseguire su quella indicata dalla legge di Bilancio per il 2020, molto più orientata alla sostenibilità delle precedenti, e dagli orientamenti strategici dell’Unione europea o se, in nome della crescita del Pil a tutti i costi, sacrificare i progressi fatti o programmati per i prossimi anni, primo fra tutto il processo di decarbonizzazione, la sicurezza dei lavoratori e l’equità sociale».

Grazie alle misure di rilancio fin qui adottate possiamo considerarci più avanti di prima? «Il governo ha il difficile compito di gestire una quantità di risorse il cui costo sarà molto alto. Fondamentale è pensare di riprogettare il paese in un’ottica sistemica. È una occasione straordinaria per innovarlo e renderlo meno vulnerabile a futuri shock, come quello derivante dalla crisi climatica».

Diseguaglianze e ruolo del “pubblico” Si può uscire da una crisi di tali proporzioni in un modo o nell’altro. Ma in questi mesi il ruolo del “pubblico” è stato valorizzato e sarebbe un peccato non mettere a frutto il capitale maturato.

«Abbiamo visto quanto il paese sappia rispondere dal lato delle comunità», è l’analisi che fa Fabrizio Barca su Pandora Rivista. Barca è stato ministro per la coesione territoriale ed è coordinatore e tra i principali promotori del Forum Disuguaglianze Diversità. Si può uscire dalla crisi con una domanda di autoritarismo – riflette– se la si affronta con l’idea che non c’è alternativa e si sente forte il bisogno di sicurezza, ordine e protezione, oppure con una disposizione al cambiamento e alla crescita. «Questa si verifica se nel momento di bisogno esiste un’idea di emancipazione sociale, e allora una parte dei soggetti si sentono investiti di aspettative e gli altri intravedono un’alternativa».

Un approccio all’economia e alla politica che guarda più lontano. Anche Lucio Caracciolo auspica più attenzione ai temi che resteranno sul tappeto anche quando la povere del Covid se ne sarà andata. E nel medio periodo, immagina correzioni all’attuale modello di sviluppo. «Essendo noi un paese a forte declino demografico, è chiaro che dobbiamo poter importare forze fresche con piani di integrazione i cui effetti si avvertiranno fra un paio di generazioni. Aprire la porta a un’immigrazione il più possibile selettiva – propone – e lavorare per una sorta di nazionalizzazione degli stranieri in quote importanti, è qualcosa di più strutturale che non prendere provvedimenti inevitabili, come quelli adottati per avere più manodopera in agricoltura».

Lungo questa strada, la crisi del 2020 innescata dal Covid sarebbe un’opportunità colta e non solo una iattura. Scrive Federico Rampini nel suo ultimissimo libro, “Oriente e Occidente”, edito da Einaudi: «Un virus che viene da lontano è spesso associato a svolte epocali, ascesa e declino di imperi: germi e cannoni insieme hanno segnato la fine di intere civiltà». Nel caso del coronavirus, ci si augura la fine (o la forte riduzione) del lavoro che manca, delle diseguaglianze in aumento, degli squilibri del pianeta e del poco rispetto per gli altri uomini. In una parola: dell’antropocene.

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