Senza insetti impollinatori, e senza api, l’ecosistema e la produzione alimentare è a rischio. Circa un terzo delle nostre riserve di cibo sparirebbe senza il lavoro degli impollinatori. In pratica, non solo niente miele, ma niente frutti, meno verdure, niente fiori.

“Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, affermava Albert Einstein. Le api sono infatti un’enorme risorsa economica della natura. Un alveare contiene fino a 50.000 insetti, in Europa ci sono miliardi di api e ogni volta che un’ape esce dall’alveare, impollina un centinaio di fiori: un vero e proprio lavoro che produce solo nella Ue miliardi di euro. Di primaria importanza è però l’impatto incommensurabile sull’ecosistema: senza api centinaia di piante scomparirebbero.

Immaginiamo dunque l’allarme che si è diffuso quando si è cominciato a capire che le api stavano diminuendo – e non solo le api, anche molte altre specie selvatiche – e si è cercato di capire il perché. Il lavoro è durato anni, sospinto dalla tenacia dei ricercatori – soprattutto italiani – e da un grande movimento di opinione pubblica. Tutto questo ha portato a migliaia di studi  e ad esperimenti scientifici che hanno infine rilevato la nocività di talune sostanze chiamate neonicotinoidi, usate in agricoltura come insetticidi. E finalmente dopo una battaglia anche a livello politico, i paesi membri dell’Ue hanno approvato ad aprile scorso la proposta della Commissione europea che introduce il divieto, in tutti i paesi dell’Unione, di utilizzo di tre neonicotionoidi perché nocivi per le api. Lo stop riguarda imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, che sarà applicabile dalla fine di quest’anno. Bayern e Syngenta, che producono le sostanze messe al bando, hanno denunciato la Commissione europea alla corte di giustizia Ue perché – sostengono – “il divieto ridurrà ulteriormente la capacità degli agricoltori europei di affrontare importanti parassiti molti dei quali non prevedono trattamenti alternativi”. Intanto però la Federazione apicoltori italiani esulta: “I neonicotinoidi hanno falcidiato le popolazioni di api mellifere e altri insetti utili: ora si cambi rotta”.

Proprio per capire meglio se questo divieto potrà consentire all’Italia e all’Europa di proteggere il miele, le api e, in fin dei conti, anche la vita stessa  delle persone, abbiamo fatto qualche domanda a Piotr Medrzycki, ricercatore del Crea (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura) ed esperto di ecotossicologia.

Da quando in agricoltura si usano i neonicotinoidi? I neonicotinoidi sono stati introdotti in agricoltura nei primi anni 90. Inizialmente si pensava che fossero la soluzione a tanti problemi fitosanitari di numerose colture. Infatti il loro spettro d’azione spesso molto ampio (efficaci contro numerosi parassiti appartenenti a diverse famiglie), il loro carattere sistemico (penetrano nella linfa della pianta e la rendono interamente “velenosa” per i parassiti) e l’estrema efficacia (sono sufficienti quantità molto basse per ettaro della coltura), li rendono ottimi insetticidi di “moderna” concezione. Inizialmente le ditte produttrici sostenevano insistentemente che non vi fosse alcun rischio per l’entomofauna utile, inclusi gli insetti impollinatori e quindi anche le api. Le cose hanno cominciato ad andare male quando si sono osservate ingenti morie di interi apiari durante la semina di semi di mais trattati con tre neonicotinoidi: imidacloprid, clothianidin, thiamethoxam. I produttori continuavano a sostenere che non fosse possibile alcun legame causale tra le dette semine e le morie delle api. Sono stati i ricercatori italiani a dimostrare scientificamente che le quantità del principio attivo “scappato” dalla macchina seminatrice sotto forma di polvere si depositavano sulla vegetazione circostante rendendola altamente tossica per le api. Questo a causa dell’estrema tossicità delle sostanze in questione. Ci sono voluti anni perché i neonicotinoidi venissero riconosciuti colpevoli di questi danni anche dai loro produttori.

Le api sono più “sensibili” a queste sostanze rispetto ad altri insetti e animali e perché? Generalmente le api vengono considerate le “sentinelle ambientali”. Questo per la loro estrema sensibilità agli insetticidi. Per questo motivo spesso vengono anche impiegate nei programmi di monitoraggio di inquinamento ambientale. Anche nel caso dei neonicotinoidi, possiamo parlare di una sensibilità veramente alta. Infatti i valori di DL50 si aggirano attorno a 5 nanogrammi per ape. Questo significa che 5 nanogrammi dell’insetticida in questione sono sufficienti per uccidere un’ape con 50% di probabilità. In altre parole, un cucchiaino è sufficiente per sterminare 1.000.000.000 (un miliardo!!!) di api. Inoltre i neonicotinoidi, se non raggiungono dosi letali, sono famosi per indurre gli effetti subletali. Si tratta di effetti sul comportamento, sui parametri fisiologici, sulla capacità di orientarsi nell’ambiente esterno, insomma come un umano ubriaco. Essendo le api insetti sociali, con una rigida divisione di compiti, l’alterazione di comportamento di un gruppo di individui può facilmente portare alla morte della colonia.

Il problema si pone allo stesso modo tra Italia, resto d’Europa e altre parti del mondo? Il problema degli avvelenamenti è apparso in tutto il mondo. Dopo le prime azioni di sospensione d’uso in Italia, anche le istituzioni europee hanno emanato nuove leggi per la registrazione di fitofarmaci, rendendo più restrittivo tutto il processo di registrazione. In altre parole, si valutano diverse categorie di effetti che la sostanza può avere sull’ambiente. Di conseguenza i paesi membri dell’Ue possono dirsi protetti sempre più da una legislazione sempre più rispettosa dell’ambiente. Infine, nell’Ue i neonicotinoidi in questione sono stati recentemente aboliti del tutto. Non si può dire la stessa cosa per le Americhe. Negli Usa non ci sono ancora leggi federali così protettive come le abbiamo in Ue.

Dopo la messa al bando di questi insetticidi da parte della Ue quanto tempo ci vorrà per tornare a una situazione di “fine pericolo” per la sopravvivenza delle api? Il bando è solo il primo grandissimo passo verso un approccio più a salvaguardia dell’ambiente. Ma ciò che conta è il cambiamento della politica di registrazione dei fitofarmaci. Ci aspettiamo quindi che la situazione delle api possa essere in continuo miglioramento. Ricordiamoci che le api da miele sono per noi come bioindicatori. Pertanto i rischi a cui sono esposte sono gli stessi che minacciano gli altri impollinatori. Il miglioramento che auspichiamo sarà quindi a carico non solo del settore apistico ma dell’intero ecosistema.

Ci sono rischi derivanti da altri fattori che comunque pesano sul futuro?  E che considerazioni si possono fare sul rapporto tra modello di sviluppo agricolo e difesa della biodiversità? Oramai da qualche anno la difesa fitosanitaria nei paesi membri dell’Ue deve seguire i principi della lotta integrata. Per fortuna sono finiti i tempi di trattamenti a calendario. Lo sviluppo agricolo comincia ad andare di pari passo con gli sforzi per la difesa della biodiversità. Questo a vantaggio di tutti. In poche parole: siamo su una buona strada.

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