Auschwitz.jpgI testi che vi proponiamo sono stati scritti da ragazzi e ragazze, studenti delle scuole superiori dopo la visita al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, organizzata dalla Fondazione Fossoli, e partecipando a un laboratorio di scrittura con gli scrittori Paolo Nori e Carlo Lucarelli.

Un silenzio che ti colpisce
Ed è in quel momento che capisco. Birkenau è la vastità, quella vastità in cui ci si perde con i piedi e con la testa; Birkenau è il silenzio, quel silenzio che ti colpisce lo stomaco, il silenzio straziante di vittime innocenti; Birkenau è una macchina di distruzione perfetta elaborata dai tedeschi; Birkenau è il bambino morto troppo presto aggrappato alla madre in una camera a gas; Birkenau è la moglie separata dal proprio marito; Birkenau è l’uomo che uomo non è più.

Ho i brividi e non riesco a esprimere le sensazioni che provo. Sono triste, arrabbiata, incredula, sconvolta al tempo stesso. Immaginatevi tutto questo, perché Birkenau è molto di più. Nicole

Oltre il filo spinato
Mi immaginai, anche, un deportato che guardava oltre il filo spinato, magari proprio nel punto in cui mi trovavo io, e vedeva le stesse betulle che guardavo anche io e in quel momento si attivò il

blocco psicologico che mi accompagnò per l’intera giornata. Spesso per quanto io provassi a immaginare come poteva essere, non ci riuscivo. Luigi

Una foto in bianco e nero
C’è caldo e il vento scompiglia i capelli. Sembra quasi di passeggiare. Nulla di ciò che vedi cerca di adeguarsi alla tua capacità di comprensione, e tutto sembra suggerire che Birkenau è bellissima. Forse è proprio questo il problema. È difficile capire la tragicità di un luogo aspettandotelo in bianco e nero come nelle foto.

Proprio per questo Birkenau è uno schiaffo ad ogni convinzione e ad ogni pretesa di comprensione assoluta, un insieme di elementi che ti devi accontentare di accogliere senza la pretesa di farli tuoi modellandoli in base ai tuoi schemi, alla tua raffigurazione della realtà. Sofia

Ipocriti e indifferenti
Mi sono incazzata perché la gente comune del popolo tedesco (ma non solo) non ha fatto nulla.

Ed ho capito che, purtroppo, le persone sono indifferenti, guardano nel loro piccolo mondo, non alzano lo sguardo, sono ipocrite e badano al loro piccolo mondo cercando di arricchirlo il più possibile senza mai pensare alla gente che calpestano per fare ciò.  Bene, la storia non insegna niente.

Se ogni persona si fosse ribellata non sarebbe successo tutto quello che invece è accaduto. Vero è che molti erano ferventi sostenitori della politica esecutiva nazista, ma tutti i dissidenti? I contrari? Il resto del mondo? Cecilia 

Non è una storia finita
Sono stati giorni intensi, faticosi, ho camminato tanto, ho provato continue fitte allo stomaco alla vista di certi luoghi (…) e ho capito che Auschwitz non è una storia finita. Auschwitz è nell’uomo bianco che si crede superiore a quello nero, Auschwitz è nell’egoismo di certe persone, Auschwitz è nella discriminazione di alcune razze (marocchini, rumeni, albanesi ecc…), Auschwitz è nel ragazzino che si comporta da bullo. Io ho visto Auschwitz, io ho vissuto Auschwitz.

E mi rimane solo una cosa da dire: purtroppo quel che è stato è stato, il passato non si può cancellare. Per questo è necessario non dimenticare. Io, certamente, non dimenticherò. Nicole

Auschwitz nelle nostre menti
Auschwitz nasce tra le mura di casa nostra e le piazze delle nostre città, ogni giorno. Nasce quando non riusciamo a vedere l’uguaglianza tra bianchi e neri, eterosessuali e omosessuali, cibo italiano e cibo cinese, uomo e donna. Nasce quando permettiamo un’ingiustizia e creiamo dolore.

Lo sterminio parte dalle debolezze degli uomini e si alimenta di paura. L’odio si nutre di pregiudizi, idee ed ignoranza. Fa leva sui più insicuri, su coloro che hanno paura di essere sopraffatti o messi da parte. Si insinua nelle nostre menti e come un parassita comincia a crescere. Come un’idea che ci appartiene è difficile da distruggere, così continuamente alimentato dalle voragini dell’ignoranza prende forma. È dalle piccole cose, dai gesti quotidiani che nasce un campo di concentramento. Nasce quando le persone condividono un pensiero malato di insicurezza e danno colpe piuttosto che attribuirsene. Non basta la semplice memoria dei fatti. L’uomo deve capire che finché esiste l’invidia e la competizione l’uguaglianza non può crearsi uno spazio nelle nostre menti. Silvia  

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