Unione_europea.jpgMancano due mesi all’appuntamento col voto europeo, con 400 milioni di persone chiamate alle urne in 28 paesi per scegliere i propri rappresentanti nel parlamento di Strasburgo. E mai come questa volta il clima che si respira intorno all’Europa è carico di diffidenze, timori se non di ostilità. Colpa della crisi economica di questi ultimi anni, ma soprattutto colpa delle scelte che l’Europa ha imposto e che hanno portato tante persone a vederla non come la soluzione ma come il problema. Le scene di ciò che è avvenuto in Grecia sul piano dei brutali tagli di bilancio e alla spesa pubblica è forse l’esempio più eclatante, ma anche la rigorosa austerity italiana (come in Spagna o in Portogallo) per rispettare i rigidi limiti di bilancio e non aumentare il deficit, è nella memoria di tutti. Ma questa linea ha mostrato la corda e così la disoccupazione crescente, specie tra i giovani, non è problema solo dei paesi più deboli.

La rigida austerità imposta soprattutto dalla Germania, ossessionata dall’idea di non pagare come paese per i debiti altrui, la stanno soffrendo in tanti. E questo rende il quadro decisamente problematico perché i movimenti politici, pur molto diversi tra loro, che in qualche modo si ispirano a un populismo nazionalistico in chiave anti Ue e in alcuni casi arrivano a prospettare l’uscita da questo schema e dall’Euro, sono presenti in quasi tutti i paesi.

EUROSCETTICI E C.
Cosa succederà dunque? L’Europa saprà cambiare ed eliminare i difetti che l’hanno portata a questa complicata situazione o il rischio è davvero che il sogno, nato da figure come Altiero Spinelli, di veder nascere un giorno gli Stati uniti d’Europa è destinato a naufragare?
“I rischi ci sono – spiega Virgilio Dastoli, presidente del Movimento federalista europeo, che proprio della lezione di Spinelli è l’erede – Per questo occorre che le forze politiche ed i governi usino bene questa campagna elettorale, per far capire che si intende sì rafforzare l’Europa, ma anche aggiornarla, partendo dal riconoscere le cose che non funzionano. I movimenti antieuropei ci sono sempre stati e l’incapacità di dare risposte aumenta il rischio che a prevalere siano le spinte demagogiche e populiste”.

L’ALLARME DI NAPOLITANO
Del resto se il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sentito il bisogno di intervenire al Parlamento europeo con un appello accorato e fuori da ogni diplomazia per dire che se da un lato “nulla può far tornare indietro l’Italia dalla scelta europea” è anche vero che però “non regge più una politica di austerità ad ogni costo”. Napolitano ha parlato di “una crisi strutturale dell’Europa, a partire dal 2008, nella capacità di crescita economica e sociale, nel funzionamento delle istituzioni, nelle basi di consenso tra i cittadini”.
Una fotografia chiara e netta, fatta da un convinto sostenitore dell’Europa, ma che però vede l’urgenza del cambiamento. Cambiamento più volte chiesto anche da figure come Romano Prodi, per cinque anni alla guida della Commissione europea, che ha esplicitamente criticato “una Germania che la fa da padrone” e l’incapacità di altri paesi come Italia, Spagna e Francia di sviluppare una azione comune che porti a ridiscutere l’impostazione attuale.

“L’Europa si porta dietro alcuni vizi di fondo – spiega ancora Dastoli – il più importante dei quali è quello di esser partiti da un’unione economica pensando che l’unione politica potesse venire dopo. Oggi la realtà ci dice che invece bisogna partire dalla politica per dare all’Europa una dimensione pienamente democratica e vicina ai cittadini. Oggi il meccanismo decisionale, concentrato sul Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato e di governo ndr), fa sì che siamo davanti a una partita a dadi truccati. Lì parlano i governi nazionali e vince il più forte che è la Merkel, ma manca la voce e l’interesse dell’Europa come insieme. Vede, negli Usa, che sono uno Stato federale, non è che le decisioni vengono prese dai governatori dei singoli stati. No, lì c’è un presidente e c’è una visione politica d’insieme che si afferma”.

NON DECIDANO I GOVERNI
L’auspicio degli europeisti convinti è che si rafforzi il ruolo di Commissione e Parlamento, superando il sistema intergovernativo ancora imperante: “Bisogna decidere anche chi fa cosa. Oggi sia l’Unione che i singoli Stati sono tutti concentrati sulle politiche di rigore. Ma di sviluppo e crescita non si occupa nessuno. Invece questo deve essere un ruolo proprio dell’Unione, sostenere crescita e innovazione”.
Dastoli, rispetto a quanto accaduto in questi anni e al ruolo dell’Euro, sottolinea come comunque sia stato, per l’Italia in particolare, un argine importante: “Se non ci fosse stato l’Euro il nostro debito oggi sarebbe ben superiore al 120%. Si tratta di uno scudo che ha contribuito ad uscire da una situazione drammatica”. Del resto, a proposito del destino delle singole monete, gli attacchi speculativi di inizio 2014 contro le monete di paesi come Turchia, Sudafrica, Brasile e Argentina (che sul piano dell’andamento dell’economia stanno molto meglio dell’Italia), la dice lunga su quello che sarebbe successo se fossimo ancora legati alla vecchia Lira.

SOVRANITA’ DA RITROVARE
Ma il punto forse più di sostanza nel ragionamento sul ruolo e i destini dell’Europa è quello sulla cessione di sovranità, sul fatto che molti malumori verso l’Europa sono proprio legati all’idea di un qualcuno che sembra venirti a dire cosa devi fare in casa tua. Di fronte a queste osservazioni, in un mondo in rapido cambiamento, che sta spostando i suoi equilibri lontano dal vecchio continente, Dastoli ribalta il ragionamento, partendo da esempi come l’immigrazione o le politiche industriali (con le recenti polemiche sulle imprese che minacciano di lasciare l’Italia per andare in  Polonia o in  Serbia): “Detto che l’Europa deve cambiare e deve farlo presto e bene, è però fondamentale che i cittadini si rendano conto che qui non si rinuncia a nessuna sovranità. Ma anzi che l’Europa è una occasione per ritrovare la sovranità su temi che ci coinvolgono, ma rispetto ai quali vediamo ogni giorno che il governo nazionale non ha strumenti adeguati per intervenire. Dall’immigrazione alle politiche industriali, dallo sviluppo alla difesa dell’ambiente è evidente che solo in una dimensione condivisa a livello europeo anche noi ridiventeremo protagonisti e promotori delle scelte, che devono essere scelte fatte nel nome di un interesse collettivo. Quello dell’Europa e non di singoli pezzi”.

marzo 2014

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