La necessità non solo acuisce l’ingegno, ma accelera cambiamenti profondi. È sotto gli occhi di tutti quanto è successo in questi mesi di coronavirus. Limitandoci al solo digitale, un’impennata senza precedenti, con punte del 300% di aumento del traffico sulla fibra ottica in fase di caricamento (dati Open Fiber), per videoconferenze, giochi, ecc., e stesse percentuali per lo scaricamento, in ore serali, di film e videogame. Sulla rete Tim il traffico è raddoppiato rispetto al periodo pre-crisi. Tempo di organizzarsi e il «contagio del cambiamento» – come lo chiama lo scrittore e fisico Paolo Giordano – almeno per quanto riguarda l’uso della tecnologia, ha fatto registrare curve inarrestabili, dando il via a una grande e imprevedibile, quanto forzata digitalizzazione di massa.

Il sottile equilibrio tra realtà fisica e online (chiamarla “virtuale” ormai non ha più senso) è saltato di colpo come un tappo di spumante. La strada maestra, a volte a senso unico, è diventata – tra difficoltà e fatiche, linee che cadevano e dispositivi inadeguati – quella lastricata di videolezioni (nella scuola), smart working (nel lavoro), e-commerce e delivery food (nei consumi) e una serie di altri inglesismi duri da digerire: e-book e book delivery (nel campo della lettura e dell’informazione), gaming e streaming da casa (intrattenimento), call (chiamate), conference call (riunioni) fino alle videochat che sono risultate più efficaci e dirette dei social network per consentire, dalla clausura, un minimo di socialità ancora basata sul faccia a faccia.

Lo stesso linguaggio, infarcito di parole composte, rispecchia questo balzo, ostico e insieme affascinante, nell’ecosistema digitale, per fronteggiare, da casa, la drammatica emergenza sanitaria: dall’uomo analogico, che faticava a trovare un equilibrio tra classicità e modernità, siamo passati di colpo alle prove generali dell’uomo digitale che prova a fare le stesse cose (almeno per ora) ma a distanza, in remoto, con un dispositivo sempre acceso davanti agli occhi.

«Quando però usiamo tanti termini inglesi – mette in guardia Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica che al mondo digitale ha dedicato diversi libri, anche lui costretto a lavorare via Skype da casa – c’è sempre qualche pillola da indorare». Accanto ai nuovi orizzonti, ecco allora i rischi di questo grosso cambiamento in atto di cui siamo soltanto agli inizi. Perché il dopo coronavirus, come tutti dicono, non sarà lo stesso del prima. Quali vantaggi e quali svantaggi ci lascerà in eredità il Covid-19? Quanto rimarrà di questa un po’ folle accelerazione tecnologica, che sembra essere il frutto di un gigantesco esperimento di massa, e chi ne uscirà rafforzato o escluso?

Prendiamo in considerazione tre aspetti: l’economia, il lavoro e la scuola.

Shock coronavirus Nella storia le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie. È il parere dell’economista Jeremny Rifkin, che dà per morta e sepolta la globalizzazione e scommmette piuttosto sulle realtà locali e sulle bioregioni per un futuro più sostenibile anche sotto il profilo ambientale.

Siamo di fronte alla cosiddetta “pandemia della globalizzazione”, nella quale «i flussi del virus seguono il denaro», come osserva un altro economista, Andrea Gandini, che fornisce così una chiave interpretativa in più per inquadrare le differenze regionali nella diffusione del Covid-19 e guardare in prospettiva.

Ma l’uso del digitale che peso avrà in un auspicabile nuovo modello di sviluppo?
La domanda resta in sospeso e intanto si capisce una volta di più, grazie alla crisi, quanto la finanza sia totalmente sganciata dall’economia reale, invece di rispecchiarla. «In queste settimane di tregenda – sottolinea Staglianò – con contrazioni del Pil stimate, negli Usa, in un 10% ma forse di più, e crescite spaventose della disoccupazione, nonostante tutte le previsioni siano catastrofiche vanno benissimo in Borsa in particolare le società ad alto quoziente tecnologico. Mi viene in mente Zoom o anche Skype, posseduta da Microsoft, il cui utilizzo è cresciuto del 70% in poche settimane».

L’incubo di una recessione economica come quella de 1929 nel frattempo avanza. «Il punto di partenza per ogni ragionamento – sottolinea un altro giornalista economico, anche lui esperto del digitale, Luca De Biase – è chiaro: ci sarà una forte recessione, un calo del Pil generalizzato». In Europa il tracollo stimato per quest’anno è del 4,7% (McKinsey). E intanto il potere d’acquisto si riduce. Ritornando all’Italia, il reddito disponibile delle famiglie è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,4% in termini reali per effetto dell’inflazione. Lo attesta l’Istat, evidenziando che il calo del reddito disponibile interrompe «la crescita dei primi nove mesi dell’anno».

Anche mettendola sul piano dei diritti e delle diseguaglianze, il digitale, che dovrebbe e potrebbe rilanciare l’econ0mia, se da una parte velocizza e snellisce i processi, dall’altra tende ad escludere chi non resta al passo e approfondire il solco delle disuguaglianze. «Purtroppo non penso che una volta usciti dalla pandemia saremo più uguali di prima, se è questa la domanda”, dice Staglianò. «E nemmeno possiamo affermare che il virus sia veramente democratico. Per fare un esempio, pubblicato anche sul mio blog, nell’area di Roma 2, che è più povera, c’è stata una quantità di contagi decisamente maggiore che a Roma 1, l’area più ricca. Chi è più suscettibile al ricatto del lavoro, pensiamo a corrieri e rider, o chi vive in case con tre persone per stanza è più esposto ai rischi, non c’è dubbio».

Inoltre è risaputo che l’economia digitale non farà crescere i posti di lavoro: servono meno addetti. Prendiamo l’e-commerce. «C’è un bellissimo studio fatto negli Usa ma valido in tutto il mondo, che dimostra che per generare un milione di dollari servono 15 addetti nel commercio online contro i 47 di un negozio della grande distribuzione, cioè due terzi di meno. E se pensiamo ad Amazon, il rischio di una contrazione dei diritti dei lavoratori c’è, anche se al mondo c’è molto di peggio di Amazon, che ha un’immagine da difendere e assume rispettando contratti nazionali e, almeno qui in Italia, consente la sindacalizzazione dei suoi lavoratori».

Fin qui più ombre che luci. Tuttavia rispetto ad altre volte, in cui è stato più netto sui rischi delle nuove tecnologie, Staglianò vede prevalere le opportunità. Crede, cioè, che potremo portare a casa del buono da questa situazione e «aggiornare il sistema operativo sociale». Per farlo dovremo, però, essere bravi a evitare le trappole della “shock economy“, per citare l’omonimo saggio della giornalista e attivista canadese Naomi Klein.

La dottrina dello shock è la strategia politica dell’usare crisi su larga scala per far passare politiche che sistematicamente aumentano le disuguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro. Nei momenti di crisi, le persone tendono a concentrarsi sull’emergenza quotidiana, riponendo eccessiva fiducia nel gruppo al potere.
Un pericolo da cui l’Italia saprà difendersi?

Il lavoro agile Lo smart working, cioè il lavoro fatto da casa – che è la forma più evoluta del televoro – è stato introdotto in Italia dalla legge 81 del 2017. Da fenomeno di nicchia qual era, è esploso in questi giorni difficili diventando, almeno per ora, di massa. È chiamato anche lavoro agile e il suo rapido sviluppo apre le porte a una rivoluzione. Rispetto al telelavoro, oltre a non avere vincoli di orario o di luogo è anche “senza una postazione fissa”. Né serve un accordo sindacale per attuarlo: è sufficiente un accordo individuale in cui devono essere indicati i riposi e i tempi di disconnessione, con un sistema di valutazione che non è più basato sul tempo ma sui risultati della prestazione.

I benefici attribuiti allo smart working sono di ordine economico e ambientale: una grande sforbiciata ad esempio sugli spostamenti, con qualche riserva sul tema della produttività e della dispersività del lavoro, per sorvolare sul valore aggiunto delle relazioni umane che inevitabilmente si allentano. Cresceranno però, secondo altri, spazi di co-working e nuove aggregazioni tra persone.

In Italia il 58% delle grandi aziende aveva già avviato iniziative di lavoro agile prima che scoppiasse l’emergenza, una percentuale ridotta al 12% nelle piccole e medie industrie (dati Politecnico di Milano). Erano 570mila gli smart worker nel 2019 (+20%). Adesso, usciti dalla crisi, saranno molti di più, anche per via dei dati incoraggianti sulla copertura della fibra ottica che quest’anno servirà un terzo delle abitazioni in Italia. Nonostante tutti i ritardi, in particolare nelle aree rurali, siamo la terza rete in fibra in Europa a detta di Open Fiber.

Staglianò riconosce che «la pandemia può essere un’occasione traumatica per capire che il lavoro a distanza si può fare, o almeno chi svolge mansioni di ufficio, intellettuali o creative è agevolato a farlo. Più difficile ovviamente per chi fa l’operaio. Si può realizzare così il sogno di un bilanciamento tra la vita privata, penso in primis alle giovani madri, e il lavoro». Poi gli viene da aggiungere un pensiero di cautela: «A patto, ovviamente, che i datori di lavoro non sfruttino questa possibilità come argomento per tagliare la forza lavoro. Perché la qualità dei prodotti, quali essi siano, richiede competenza, tempo e cura, sia live che in remoto, senza distinzioni. Se il fenomeno verrà mal gestito, il rischio è che si sfondino le opportune barriere tra vita reale e lavoro». Insomma, quel caos documentato dai tanti video buffi ma non troppo rilanciati in rete in queste settimane, spia di disagio e possibile schiavitù.

La scuola a distanza Un po’ più complesso è il discorso sulla scuola a distanza. Di certo è stata una grande esperienza per i genitori, sempreché avessero la possibilità di seguire i ragazzi da casa “entrando” per la prima volta nelle classi attraverso Meet, Classroom e altre piattaforme online faticosamente apprese da un giorno all’altro. Ed è stata una prova brillantemente superata dai ragazzi, come hanno sottolineato Roberto Saviano e tanti altri. L’alternativa per loro sarebbe stata perdere i contatti con gli insegnanti, i compagni e i programmi di studio. Resteranno tracce importanti di questa modalità di apprendimento, ma da qui a dire che le videolezioni siano preferibili alle lezioni in presenza, di acqua ne passa sotto i ponti.

Staglianò, che è anche docente, racconta la propria esperienza: «Tanto tempo fa mi sono occupato di pedagogia online, un’idea di moda in anni nei quali si pensava che le piattaforme a distanza avrebbero sostituito le università tradizionali. Ebbene, dopo un’ubriacatura iniziale questa idea non è decollata. L’esperienza di apprendimento dal vivo non è ancora riproducibile online, e credo che ciò sia ancora più vero per i ragazzi più piccoli».

C’è poi un problema non di poco conto, documentato dall’Istat: un terzo delle famiglie italiane (il 41,6%al Sud) non possiede un computer o un tablet su cui studiare. Va comunque dato merito alla classe docente italiana, tra le peggio pagate in Europa, che si è trovata da un giorno all’altro a fare corsi di aggiornamento informatici, di aver affrontato questo e altri problemi per portare a compimento l’anno scolastico. È stata una prova generale anche questa, che prelude probabilmente non tanto a una svolta quanto a una decisa presa di coscienza del digitale.

E anche per l’ambiente può valere un simile discorso. Per dirla con Alessandro Baricco,«è stata una prova generale per la salvezza del pianeta». E sul fatto che sia Internet la grande piattaforma che non solo ci aiuterà a superare il periodo del distanziamento sociale, ma sulla quale si deciderà la nostra vita, ora non ci sono più dubbi. Nel bene e nel male siamo entrati, con uno shock, nell’era della digitalizzazione di massa.

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