Volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita. La donazione del sangue umano e dei suoi componenti in Italia non può e non vuole prescindere da queste fondamentali caratteristiche (fissate nel 2005 con la “Nuova disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati”). Una normativa che ha ridisegnato il sistema nazionale delle attività trasfusionali sia in termini di obiettivi che di strumenti organizzativi. «Il nostro è un sistema quasi unico al mondo e con questa ultima legge si è riconosciuto un ruolo chiave anche alle maggiori associazioni di volontariato che da decenni operano in questo ambito», conferma Alberto Argentoni, presidente nazionale Avis (Associazione Volontari Italiani del Sangue).

Analisi dei numeri Con circa 1.300.000 associati, 3.400 sedi territoriali  e una raccolta annua di oltre 2.000.000 di unità di sangue e suoi derivati, Avis garantisce circa l’80% del fabbisogno nazionale. Insieme a Fratres, Croce Rossa Italiana e Fidas, le altre associazioni citate nella legge, il Centro nazionale sangue (organismo del Ministero della Salute che opera presso l’Istituto superiore di sanità) ha creato una rete organizzativa su base territoriale che punta a non far mancare mai il sangue in nessuna regione. «A livello nazionale – prosegue Argentoni – c’è autosufficienza sui globuli rossi in tutte le regioni ad eccezione della Sardegna per l’elevato tasso di talassemici e del Lazio che soffre, invece, per un sistema di raccolta e distribuzione non ancora ben funzionante, soprattutto a Roma e provincia. Nel caso del plasma l’autosufficienza riguarda più della metà delle regioni ma non tutte». Una carenza che si è leggermente ampliata nel corso degli ultimi anni.

«Il calo ha riguardato un po’ tutti i territori. Tuttavia nel 2017 c’è stata una sostanziale tenuta che fa sperare in un’inversione di tendenza», sottolinea Christian Basagni, funzionario della Consociazione nazionale Fratres. Una risalita tanto più necessaria  con l’avvento della stagione estiva che fa sempre registrare un’impennata nella richiesta di sangue. 

Chiamare a raccolta  «Nonostante le scorte, può capitare che non ci sia sangue “fresco” per quei pazienti affetti da malattie che richiedono trasfusioni periodiche», interviene Valentino Orlandi, presidente di United Onlus che rappresenta circa 4.000 pazienti affetti da talassemia, drepanocitosi e anemie rare. Patologie croniche per le quali sono necessarie da 1 a 3 sacche di sangue ogni 15/20 giorni. «I circa 7.000 pazienti talassemici rappresentano tra il 10 e il 15% del consumo nazionale di sangue – continua Orlandi – e anche se il sistema trasfusionale italiano è già molto avanzato, per evitare che ci siano dei vuoti è fondamentale lavorare sulla programmazione e sulla sensibilizzazione dei più giovani».

Per incrementare la raccolta di plasma il Cns ha predisposto il Piano Nazionale Plasma 2016-2020: componente preziosissima perché da essa si ricavano farmaci (plasmaderivati appunto) necessari per molte patologie. Un iter i cui costi di lavorazione sono completamente a carico dello Stato. «Per aumentare la quantità di plasma raccolto – riprende Argentoni – si sta cercando di incentivare la donazione via aferesi che, attraverso macchinari specifici, consente di prelevare dal sangue gli emocomponenti desiderati come il plasma e le piastrine restituendo al donatore i globuli rossi». Il vantaggio è doppio: il donatore non viene impoverito del ferro e la donazione è ripetibile con più frequenza perché plasma e piastrine si rigenerano ogni 14 giorni. Notevoli passi avanti nell’ottimizzazione dell’utilizzo del sangue raccolto si sono fatti grazie al Patient Blood Management (PBM), modello di gestione del sangue per trasfusione per cui l’Italia, capofila in Europa, è stata premiata lo scorso aprile come il paese in cui questo protocollo è stato recepito, integrato e sviluppato meglio. «Grazie al PBM – sottolinea Basagni – oggi si danno al paziente solo gli emocomponenti di cui necessita e una sacca di sangue è utile a più persone. Un risultato importante ma che non basta se non si può contare su un consistente ricambio generazionale tra i donatori».

A fin di bene Una chiamata a raccolta che si alza univoca da tutte le associazioni: «L’età media dei donatori storici si sta alzando e bisogna lavorare sui più giovani affinché capiscano l’importanza di andare a donare in maniera regolare». Le prime spinte in tal senso le danno la famiglia donatrice e il contesto culturale nel quale si cresce. «Il retroscena etico-culturale italiano è fortemente impregnato di spirito di solidarietà e la donazione di sangue ne è un punto fermo», afferma lo psicologo Paolo Guiddi, autore del libro “Quando due vale uno“, testo nato dalla pluridecennale collaborazione con diverse sezioni Avis. 

Ma è determinante combattere il luogo comune che si dona solo quando c’è un bisogno specifico, e occorre illustrare i molteplici usi del sangue e chi sono i pazienti che ne beneficiano, spiegare che donare significa anche prendersi cura della propria salute grazie ai controlli preventivi fatti sui donatori.  Elementi determinanti per il passaggio psicologico da “Ho fatto una donazione” a “Sono un donatore”. Un processo non facile, ma da molte parti si segnala un forte incremento di presenza e attività dei giovani sui territori. Non solo come donatori ma, soprattutto, come giovani dirigenti, con presidenti under 35 alla guida di numerose sezioni. Perché, per chiudere con le parole del filosofo Seneca (De vita beata): «Sbaglia chi pensa che donare sia facile: tutt’altro, presenta grandi difficoltà se lo si fa in modo sensato e non a caso o per istinto. Non posso dare con leggerezza perché quando dono faccio il mio migliore investimento».

Saperne di più Informazioni utili su:
www.centronazionalesangue.it
www.avis.it
www.fratres.it
www.cri.it
fidas.it
donatorih24.it
www.buonsangue.net

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