Sul tema del piano verde dell’Europa e delle strategie comunitarie al centro del “Green Deal” abbiamo intervistato il professor Roberto Della Casa, docente di marketing e gestione dei prodotti alimentari all’ateneo di Bologna. 

Professore, come valuta la strategia “From farm to fork”?
Gli obiettivi sono condivisibili, così come quelli del “Green Deal” in cui si inserisce. Intendo, avere cibi sani e accessibili a tutti e proteggere l’ambiente preservando la biodiversità, fino a mitigare i cambiamenti climatici. Altrettanto condivisibile, però, sarebbe assicurare un giusto compenso economico lungo tutta la filiera agroalimentare, ma è su questo punto che il progetto comincia a scricchiolare. Raggiungere obiettivi tanto ambiziosi garantendo il giusto compenso alle condizioni attuali, infatti, non è possibile. Già oggi la situazione è questa: il sistema, a partire da Coop, ha lavorato intensamente negli ultimi vent’anni per garantire un maggiore accesso a cibi sani e garantiti, con un tentativo di contenimento del prezzo per il consumatore finale. Ciò è stato possibile grazie al ricorso alle economie di scala e di scopo, ovvero sviluppando tutti i paradigmi dell’economia industriale. Proseguire introducendo forti vincoli, come una netta riduzione di pesticidi, fertilizzanti, antibiotici, raggiungendo inoltre il 25% delle superfici coltivabili da destinare al biologico, rischia di rendere tale disegno utopistico, se non si interviene in maniera intelligente.

L’aumento dei costi a fronte della riduzione delle rese: è questo che teme?
Sì, intendo una riduzione delle rese per ettaro e maggiori costi dovuti a tecniche più costose per quanto più rispettose dell’ambiente. Le faccio un esempio: l’Italia è in gran parte un territorio umido dove proliferano patologie fungine e microbiche. Per aumentare il biologico dimezzando l’uso di pesticidi bisognerà implementare altre tecniche di produzione più costose per unità di prodotto realizzato. Si può fare, ma dobbiamo sapere che non può essere a costo zero o contenendo ulteriormente il prezzo dei prodotti. Dobbiamo cambiare, tutti, ma non è possibile senza una serie di aiuti e di incentivi che diano più valore alla catena di approvvigionamento e, parallelamente, senza diffondere nei consumatori un’adeguata cultura dell’importanza del cibo che acquistano. Il prezzo insomma è il vero grande assente nella strategia “From farm to fork”: a mio avviso, invece, avrebbe meritato un capitolo a sé.

Il documento parla non di prezzi bassi ma “economicamente accessibili”. E giusti, si potrebbe aggiungere.
Non è in realtà ben specificato, ma una tale interpretazione sarebbe corretta e auspicabile. Consentirebbe infatti di procedere nella giusta direzione dello sviluppo. ll prezzo giusto del cibo non è quello più basso, e non sta scritto da nessuna parte che si debba privilegiare un telefonino da 800 euro rispetto a un cibo buono e salutare tutti i giorni. Dobbiamo evitare che le nuove disposizioni siano una bomba a orologeria che generi tensione sociale fra chi produce e chi consuma. E, dall’altra parte, dobbiamo far crescere la cultura alimentare. Va promossa la consapevolezza che cibi più sani e rispettosi dell’ambiente, che garantiscano un reddito giusto a chi lavora, costeranno inevitabilmente di più. Del resto i costi aumentano anche quando riduciamo gli sprechi o facciamo iniziative di valenza etica o sociale. La strada da seguire è quella che porta a un sistema equilibrato.

L’agricoltura di precisione sembra una buona soluzione per tenere tutti i fattori in equilibrio.
È vero, consente di ottimizzare i fattori di produzione con un maggior grado di efficienza e di ridurre gli agrofarmaci chimici. Ma va considerato che la costruzione di un sistema del genere richiede grandi quantità di big data e una loro corretta gestione. E poi ci sono le peculiarità del territorio. Non tutti gli areali si prestano.

Quale degli obiettivi Ue è per l’Italia più difficile da raggiungere?
Il taglio del 50% degli antimicrobici negli animali, ma soprattutto il dimezzamento dei pesticidi. Come dicevo, non abbiamo il clima secco e caldo di altri paesi. Alcune molecole chimiche, che usiamo tra l’altro con grande precisione, sono quasi insostituibili alle attuali conoscenze.

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