Internet è generosa sul fracking ma niente supera, per interesse, quanto ci regala Josh Fox col suo giornalismo investigativo reso disponibile per tutti su Youtube sottotitolato in italiano. La sua stessa vicenda è una denuncia della disinformazione alimentata ad arte.
Nel suo docu-film “Gasland” (premio della giuria al Sundance 2010) Fox racconta fatti e misfatti di una corsa all’acquisto di terre a prezzi fuori mercato, dove i danni a persone e cose (emicranie croniche, dolori alle ossa, intossicazioni: basti dire che l’acqua che esce dai rubinetti s’incendia) e agli animali (che perdono il pelo e muoiono) sono colpevolmente negati o minimizzati dall’industria. 
Uno dei punti più critici è la tenuta delle “camicie” di cemento che rivestono i pozzi. Lo stesso Fox nel suo nuovo video del 2012, “The Sky is pink“, riporta studi nascosti nei cassetti su quanto in fretta un pozzo possa perdere l’impermeabilità e inquinare le falde idriche, nonché sulle campagne di disinformazione commissionate dall’Industria americana del gas naturale (ANGA) alle stesse agenzie che provarono, 50 anni fa, a convincerci che le sigarette non sono cancerogene adottando la “strategia del dibattito”.  Una strategia basata sul principio – spiega Naomi Oreskes, autrice del libro I mercanti del dubbio –  che “mentre è in corso un dibattito ci sono buoni argomenti per evitare una regolamentazione”. 
E così è successo nei confronti di Fox mettendo in circolazione un controfilmato (“Truthland”), nel quale si contestavano le sue ricerche e si definiva “fasulla” la scena in cui l’acqua dei rubinetti si incendia. In realtà non solo è tutto vero, ma come conseguenza di “errori” di questo tipo gli stati americani più densamente popolati hanno detto stop ai permessi. New York si è mobilitata contro il fracking e in tutto il mondo, intanto, così come si voleva (e come sta accadendo col clima), si è acceso un ampio dibattito… di comodo.

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