WBO_Art_lining_Big.jpgDal 2008 a oggi sono 48 storie, 48 bellissime storie di aziende, tutte  imprese di capitali, in crisi e sull’orlo del fallimento, che vengono salvate e rinascono sotto forma di cooperativa. Spesso sono realtà medio-piccole (solo in 13 casi i soci sono più di 30), che operano prevalentemente nel settore manifatturiero, dalla metalmeccanica all’arredamento, a volte con lavorazioni di grande qualità, ma ci sono anche un supermercato di Palermo e una cooperativa che a Castelvetrano commercializza prodotti del territorio: aziende sequestrate alla mafia che sono rinate con la gestione diretta da parte dei dipendenti.

Per questo i primi protagonisti di tutte queste storie sono i lavoratori, cioè persone che hanno il coraggio e la convinzione di investire proprie risorse (spesso il Tfr oppure i fondi per la mobilità) per far ripartire la realtà in cui hanno magari lavorato per tanti anni.

Ma ovviamente fare una cooperativa vuol dire trasformarsi da dipendenti a soci e quindi diventando di fatto proprietari che si assumono la responsabilità sul destino della loro avventura. Queste 48 cooperative che sono nate hanno consentito di salvare/costruire 1.257 posti di lavoro (di cui 1.081 sono di soci).

Il termine tecnico che si utilizza per catalogare questi processi è Workers buy out (cioè più o meno riacquisto da parte dei lavoratori), ma sono parole inglesi che rischiano di allontanare dal senso e dal valore vero che queste situazioni rappresentano, specie perché sono tutte storie nate durante gli anni di drammatica crisi che l’economia italiana ha vissuto (e ancora non si può certo dire che la ripresa sia cosa acquisita).

“È sempre straordinariamente bello quando si riescono a salvare posti di lavoro facendo nascere una cooperativa – spiega Aldo Soldi, direttore generale di Coopfond, la struttura finanziaria di Legacoop che ha aiutato tutte queste storie a diventare realtà – Tutti devono capire che si parte sempre da situazioni di profonda difficoltà che magari si trascinavano già da lungo tempo in cui i lavoratori e quindi le loro famiglie avevano dovuto subire mancati pagamenti o riduzioni consistenti del salario. Eppure questi lavoratori dimostrano la loro determinazione e convinzione accettando di investire nella loro azienda e di assumersi il rischio imprenditoriale diventando soci di una cooperativa. Ricordo sempre il racconto di una di queste persone che da direttore di uno stabilimento, quindi già con un ruolo di responsabilità, è diventato presidente della cooperativa. E mi spiegava come questo passaggio gli avesse cambiato la vita, proprio per la maggiore responsabilità che si sentiva addosso”.

Ovviamente, e qui sta il ruolo di Coopfond e delle strutture di Legacoop, soprattutto delle Leghe territoriali, è fondamentale dare assistenza e aiuto ai lavoratori nel delicato compito di valutare la sostenibilità economica e finanziaria della loro impresa. “Non si tratta solo di garantire finanziamenti, ma di analizzare tutte le problematiche, di fornire consulenze e competenze – spiega ancora Soldi -. Fino al 2008 le esperienze di Workers buy out erano poche eccezioni. Invece in questi anni, non solo per colpa della crisi, abbiamo accompagnato con successo decine di casi e diversi altri sono in corso di valutazione. Certo a volte non ci sono state le condizioni per partire, ma, ripeto, sono storie che ci dimostrano come il concetto di mutualità, che è alla base della vita della cooperazione, sia più che mai attuale e risulti decisiva proprio di fronte a situazioni così difficili. A Coopfond ogni cooperativa aderente a Legacoop destina il 3% dei propri utili e il Fondo utilizza questi fondi a favore di altre cooperative, garantendo importi che, tra finanziamenti e quote di capitale, non sono mai superiori a quelli investiti dai soci, proprio per rimarcare la loro centralità”.

Così in 7 anni Coopfond ha messo a disposizione quasi 14 milioni di euro complessivi che hanno contribuito ad attivare un complesso di investimenti di 57 milioni di euro. Le nuove cooperative nate, anche se certo c’è una prevalenza territoriale di regioni in cui la presenza cooperativa è più forte (Emilia 17 progetti, Toscana 12, Veneto 5), stanno via via incontrando una crescita anche nelle regioni del sud, dalla Sicilia alla Campania e alla Sardegna.

Oltre alle già citate esperienze siciliane (Centro Olimpo di Palermo e Terramia nel trapanese), nate da aziende sequestrate alla mafia, vale la pena ricordare un caso diverso, quello della officina Arbizzi di Reggio dove la nascita di una cooperativa ha consentito di risolvere un problema di passaggio generazionale, con i lavoratori che hanno rilevato l’impresa quando il titolare senza eredi ha deciso di abbandonare per limiti di età.

aprile 2016

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