La pandemia si è abbattuta anche sul settore dei rifiuti, che non è andato in crisi, ma ha ballato. Lo dice un’indagine condotta, tra settembre e ottobre 2020, dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Fise Unicircular, l’Unione delle imprese dell’economia circolare. La tanta richiesta di confezionato sicuro, lo sviluppo del delivery e la febbre per lo shopping online scatenata dal Covid-19 hanno fatto aumentare la produzione domestica di imballaggi, con punte di crescita del 14% per l’acciaio, del 10% per carta e cartone e un + 4% per la plastica (dati da confrontare col primo semestre 2019, quando non si sapeva che cosa fosse il coronavirus). Questo super utilizzo di imballaggi sta ponendo un problema di quantità e qualità del recupero che, sulla spinta del commercio a distanza, rischia di esplodere.

Ma se passiamo al rifiuto organico, quello che notiamo è che è diminuito di circa il 15% durante il lockdown (cresce nelle case, ma cala per la chiusura di mense, ristoranti e pubblici esercizi). In generale, va detto che confinandoci tra le quattro mura domestiche il risultato è che la raccolta differenziata si riduce di oltre il 10%, mentre brusche frenate si hanno per le consegne alle isole ecologiche dei Raee, cioè dei rifiuti elettrici ed elettronici e di alcuni imballaggi. Se è vero, poi, che non abbiamo visto rifiuti (o più rifiuti di prima) abbandonati per strada, è altrettanto vero che sono aumentate le difficoltà nel riciclo e nella collocazione. «I magazzini sono pieni – è l’allarme lanciato da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – a causa dei problemi di prezzo e di sbocco sui mercati delle materie prodotte dal riciclo».

Quante attese per il 2021! Ora questo importante pilastro dell’economia verde che è l’Italia del riciclo (ancora più importante dopo che il recente accordo sul clima ha alzato dal 40% al 55%, entro il 2030, il  taglio delle emissioni nocive), guarda con fiducia a un 2021 decisivo: «Sarà l’anno – dicono gli addetti ai lavori – della transizione dall’economia lineare a quella circolare», con l’adozione di criteri di produzione e consumo finalmente più sostenibili voluti fortemente dall’Europa.

Sono stati stabiliti, dal network europeo di agenzie per l’ambiente, i principi omogenei per calcolare gli indicatori dell’economia circolare e c’è, a tutti livelli, un grande fermento per sfruttare le ingenti risorse di lungo periodo (Recovery Fund 2011-27), unite al pacchetto Next generation Eu di stimolo alla ripresa. Sono i famosi 1.800 miliardi di euro per avere un Europa più ecologica, digitale e resiliente, di cui 209 destinati all’Italia. Una bella fetta di queste risorse sono per la sostenibilità e l’ambiente, ma con tempi ridotti per utilizzarle. «Siamo alla vigilia di un grande programma di investimenti per il nostro paese – riassume Paolo Barberi, presidente Fise Unicircular – e in un fase di recepimento delle direttive europee».

Il 2021 sarà dunque l’anno della svolta, sempre al netto delle criticità che poi vedremo e che vanno dalla qualità della raccolta differenziata all’impiantistica che accusa deficit soprattutto al Sud per la frazione organica, fino alle plastiche miste difficili da trattare. Il 2021 sarà l’anno della nuova Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, da approvare entro maggio, che dovrebbe permetterci di raggiungere gli obiettivi Onu al 2030, e ancora prima dell’esordio del Cipess, che coordinerà gli interventi pubblici sostenibili. Lo stesso ministero dello Sviluppo ha creato al proprio interno una divisione dedicata a economia circolare e sviluppo e, a breve, vedremo l’emissione dei primi “italian green bond“, i titoli di Stato verdi a sostegno di molti investimenti. Intanto, sul lato dei consorzi, si aspettano le linee guida del Conai sull’obbligo di etichettatura degli imballaggi e altri soggetti si muovono sul versante dei consumi (come Coop).

Insomma, è tanta la carne al fuoco con il rischio che, come spesso accade in Italia, manchi alla fine il necessario coordinamento fra ministeri, agenzie per l’ambiente, industria, mondo della produzione e del consumo, e si perda un treno che passa una sola volta. Lo sottolinea l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per bocca del suo direttore generale, Alessandro Bratti, intervenuto alla presentazione del rapporto “L’Italia del riciclo 2020”, fiore all’occhiello di Fondazione per lo sviluppo sostenibile e imprese del settore: «Abbiamo superato il 60% di raccolta (al Sud oltre il 50%), secondo i calcoli con i nuovi metodi imposti a livello comunitario. In altre parole vantiamo numeri di eccellenza, ma dopo aver visto il piano tedesco e quello francese, invidio a questi altri grandi paesi la capacità di fare squadra».

Plastiche e altre filiere I numeri più freschi di cui disponiamo sul riciclo sono quelli ante-Covid, ma i trend di fondo, una volta passata la bufera, presumibilmente riprenderenno. Vediamoli. Continua la crescita positiva del riciclo che è giunto a un totale del 66% nel 2018 (valore che è più alto adottando i calcoli di Eurostat), mentre la percentuale dei rifiuti urbani si attesta al 58%, superiore al target europeo del 55% al 2025 e vicina al 60% per il 2030.

Il dato più lusinghiero è che siamo leader in Europa per tasso totale di riciclo (79% contro una media Eu che è del 27% a dati omogeni), cioè per la capacità di riciclare sul totale dei rifiuti prodotti, ma scendiamo al quarto posto se guardiamo all’utilizzo circolare di materia (19,3% contro 11,9% della media Ue). Tradotto, significa che siamo meno forti nel riutilizzo delle materie prime seconde che risultano a fine processo. Questo soprattutto perché impieghiamo molti dei rifiuti inerti (in assenza di regolamentazione) – che costituiscono da soli quasi la metà degli scarti delle attività produttive –, nel riempimento di discariche e sottofondi stradali, meno negli aggregati come gessi e calcestruzzi.

Ottime sono le performance sul recupero degli imballaggi, dove ci collochiamo ai primi posti in Europa con il 70%, che significa che il traguardo europeo del 2030 è già stato già raggiunto. Con la progressione dello shopping online, tuttavia, la montagna come si diceva cresce e bisogna pensare sia alla prevenzione sia al riutilizzo.

In tutte le filiere ci attestiamo oltre gli obiettivi europei ad eccezione, come negli scorsi anni, delle plastiche, dove siamo sotto il 50% entro il 2025 (siamo al 46%) a causa della nota difficoltà di riciclo di una parte delle platiche miste (quelle composte da più polimeri, utilizzate in modo crescente negli imballaggi). «Qui c’è un problema di tecnologie – spiega Edo Ronchi – ce ne sono diverse e va premiata la soluzione migliore, avvalendosi del supporto pubblico alla ricerca». Oggi è troppo alta la quota avviata o a incenerimento o nei cementifici o in discarica.

Buoni i risultati per le filiere del vetro, del legno, dell’alluminio e dell’acciaio, mentre per i Raee, nonostante i miglioramenti, siamo al 38%, molto al di sotto del 65% dell’immesso nel mercato nel triennio precedente: qui paghiamo lo scotto della poca tracciabilità dei rifiuti elettrici ed elettronici che, tra l’altro, sono in continuo aumento e rappresentano un problema irrisolto, nonché la poca responsabilità dei produttori  come succede per le pile. La frazione organica è la porzione principale dei rifiuti urbani recuperata. In questa casellina figura un +7,5% rispetto al 2018. Ma per centrare il 65% di riciclo al 2035, voluto dal pacchetto Ue sull’economia circolare, servono oltre 30 impianti per il trattamento e per il recupero energetico delle frazioni non riciclabili. Lo ha calcolato uno studio di Utilitalia. Al momento i camion corrono lungo lo stivale e nelle discariche va il 20,2% dei rifiuti urbani trattati, mentre l’Europa ci impone di scendere sotto il 10% nei prossimi 15 anni.

Decreti di “fine vita” A 22 anni dal decreto Ronchi, l’attenzione di chi opera in questo campo si è spostata dalla raccola differenziata al riciclo dei rifiuti, «e l’obiettivo è il riuso dei materiali – rilancia Paolo Barberi – per il quale sono importantissimi i decreti “end of waste”». Sono i decreti che stabiliscono quando un rifiuto cessa di essere tale e diventa una materia prima seconda, e sono visti come una spada di Damocle dall’industria che non investe in nuove linee, frenata dal criterio della doppia autorizzazione (da parte delle Regioni) che può portare al ritiro di permessi già dati. «Siamo l’unico paese in Europa – lamenta Edo Ronchi – che ha appesantito questa procedura, una sorta di zaino che rallenta un settore delicato come il riciclo».

Alcuni regolamenti “end of waste” sono stati emanati, altri, come quello atteso da 4 anni sui materiali di recupero dell’edilizia, sono impantanati per la complessità dell’iter di approvazione. «E sono anelli importantissimi di collegamento – come li definisce Roberto Morassut, sottosegretario al ministero dell’Ambiente – con le politiche di rigenerazione urbana che avranno sviluppo dopo la crisi pandemica». Assieme ai decreti fantasma, c’è poi il grande tema degli impianti che, specie al Sud, sono insufficienti e delle tecnologie che oggi consentirebbero di uscire dal dibattito inceneritori sì o inceneritori no, e «di poter scegliere tra sistemi con impatti zero o limitatissimi». Poi c’è il nodo dello sbocco di mercato – anche questo aggravato dalla pandemia che non ha risparmiato niente e  nessuno– perché i beni riciclati, per carenze di sistema e culturali, restano troppo tempo nei magazzini.

Sul piano, infine, degli investimenti, è efficace la sintesi di Luca Ruini, presidente Conai. Tre le direzioni da lui individuate: una maggiore qualità nella raccolta differenziata, imballaggi riciclabili ed ecodesign, ovvero come si progettano e costruiscono i prodotti . «Quanti rifiuti avremo in futuro – ricorda la presidente della commissione Ambiente della Camera, Alessia Rotta– dipenderà per l’80% proprio dall’ecodesign, oltre che dal ciclo dei consumi». 

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