Che il settore italiano della pesca viva una prolungata fase di difficoltà è cosa nota a tutti. I volumi del pescato si sono dimezzati negli ultimi anni e le limitazioni che ci sono, come i fermi pesca in diversi periodi dell’anno, non fanno intravvedere un punto di arrivo. Capiamo bene che ci sia un tema di salvaguardia delle risorse, ma i problemi che hanno i nostri mari non dipendono solo da quanto si pesca, anche dall’inquinamento o dai cambiamenti climatici». A parlare è Sergio Caselli, presidente di Legacoop Agroalimentare dipartimento pesca Emilia Romagna, che rappresenta tante imprese attive nel mare Adriatico, ma con difficoltà e problemi comuni anche a chi opera in altre regioni.

«Come categoria siamo pronti a fare la nostra parte, ma chiediamo che, soprattutto da parte dell’Unione Europea, ci sia un atteggiamento meno bruocratico e non punitivo. Il rischio altrimenti è solo quello di veder saltare altre imprese. Il sistema sanzionatorio ad esempio è molto rigido, È chiaro che chi sbaglia o non rispetta le regole va punito, ma sanzioni da decine di migliaia di euro, come spesso sono previste, sono pesantissime. Tra l’altro siamo un settore che comunque, pur essendo faticoso e impegnativo, attira molti giovani. Ad esempio c’è interesse per l’acquacoltura. Come pescatori siamo i primi a voler combattere l’inquinamento e forse si potrebbero pensare sistemi di incentivi per chi contribuisce in questo senso. Ma il cuore del problema è legato anche al peso politico che l’Italia deve esercitare. I paesi del Mediterraneo sono sempre stati penalizzati rispetto a quelli del nord Europa, un po’ come successo con le quote latte. Ad esempio ora nell’Adriatico il tonno rosso ha ripreso a essere presente in quantità molto importanti, se non eccessive ma nessuno può pescarlo».

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