Mobilita.jpgUna nuova mobilità si sta facendo strada in Italia. Una mobilità che cerca soluzioni alternative all’uso dell’auto privata e che fa ritenere giusto, alla maggioranza degli italiani, investire nei mezzi pubblici e nella mobilità in bicicletta.

Finalmente anche nel nostro paese, che in Europa è secondo solo al Lussemburgo per numero di auto in rapporto agli abitanti, cominciano a cambiare alcune convinzioni radicate e quindi di conseguenza alcune azioni quotidiane. A favorire il cambiamento c’è sicuramente una crescente consapevolezza ambientale, ma soprattutto c’è stanchezza: gli italiani sono stanchi della “dipendenza dall’automobile”, dello stress da traffico, stanchi di incidenti e di congestione costata al nostro paese 142 miliardi negli ultimi 10 anni, secondo quanto riporta Confcommercio nel Libro Bianco sui trasporti in Italia.

Eccoli quindi pronti a modificare i loro comportamenti e cominciare a muoversi a piedi e in bicicletta, con il trasporto pubblico e con i servizi di mobilità condivisa, dal bike sharing al car sharing, che si sta ritagliando in poco tempo un posto d’onore nella mobilità del nostro paese. Tanto che l’Istat ha deciso di inserirlo nel paniere dei prodotti, con il quale l’istituto rileva i prezzi al consumo e misura la relativa inflazione.

Il cambiamento in alcune città del nord del paese si vede anche a occhio nudo. Qui tre soggetti sembrano guidare il cambiamento: pedoni, pedalatori e pendolari.

Conferma l’impressione l’ultimo Rapporto sulla domanda di mobilità degli italiani redatto dall’Isfort dove emerge chiaramente questa nuova attitudine degli italiani. Per la prima volta in 15 anni di indagini, si legge nel documento, “gli spostamenti a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico fanno registrare contemporaneamente un consistente segno positivo rispetto all’anno precedente con un incremento complessivo del 3,4% sottratto esclusivamente all’uso dell’auto privata”.

Si rallegra Giulietta Pagliaccio presidente di Fiab, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta che fa notare come nella vita degli italiani stia crescendo la mobilità di prossimità: “oltre il 53% dei nostri spostamenti si svolge in un raggio inferiore ai 5 km, distanza dove la bicicletta è ormai percepita come il mezzo di trasporto ideale”.

Tutto merito della crisi economica che induce a risparmiare anche in mobilità?
Sembrerebbe di no visto che la tendenza al cambiamento ha cominciato a intensificarsi nella seconda parte del 2014, proprio mentre il prezzo della benzina scendeva costantemente.

Intanto proliferano gli spazi di riflessione: dagli Stati generali della mobilità nuova di Bologna, alla prima Conferenza nazionale sulla mobilità sostenibile di Catania ormai è un susseguirsi di sollecitazione alla politica affinché crei le condizioni per rendere più vivibile la mobilità urbana.

Mobilità, la ricetta europea E poi c’è l’Europa, che quest’anno propone nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità, in corso dal 16 al 22 settembre, la sua ricetta che riassume in tre parole: Choose, Change, Combine ovvero Scegli Cambia e Combina, in sostanza un invito a pensare in modo consapevole alle nostre scelte di mobilità, cercando ogni giorno il giusto mix tra le differenti modalità di trasporto a nostra disposizione.

Perciò avanti tutta: a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico locale (Tpl) che purtroppo negli ultimi anni ha visto diminuire gli stanziamenti in modo significativo passando da 6,1 miliardi del 2009 ai 4.8 del 2014 stando ai dati forniti dal Rapporto Pendolaria 2014 di Legambiente. Tpl che può comunque vantare il pesante sostegno di Papa Francesco che nell’enciclica Laudato sii, chiede a gran voce comportamenti rispettosi dell’ambiente e, per la mobilità, di dare priorità al trasporto pubblico.

Ma forse i cambiamenti più grandi e le ricadute immediate sulle abitudini li sta imprimendo la tecnologia al servizio della mobilità, concentrata perlopiù nello smartphone, che nel nostro Paese è usato dalla maggioranza degli italiani.

L’informazione digitale è ormai il vero combustile della mobilità e sono innumerevoli le applicazioni che ci aiutano a ridurre code, tempi di viaggio, consumi e in alcuni casi anche a fare buoni affari come avviene con ViviBici la app gratuita di Coop Voce che consente di convertire ogni km fatto in bici, in un minuto di conversazione. O come fa Wecity un’altra app nata per favorire qualunque tipo di spostamento urbano a basso impatto ambientale e che ricompensa la tua sostenibilità traducendo in buoni sconto la CO2 non emessa.

Se si è interessati a risparmiare viaggiando in compagnia, il car pooling è la soluzione. Per le lunghe percorrenze Bla Bla Car è il punto di riferimento, mentre per le città un’ottima suite di car pooling è quella offerta da Flootta che ha pensato a uno specifico servizio per gli spostamenti casa-scuola, basato su una sorta di “social network” di genitori disponibili a condividere necessità e disponibilità di trasporto dei bambini. Secondo Euromobility sono almeno 10 milioni le persone che scelgono di effettuare il tragitto casa-scuola in automobile nonostante l’86% delle famiglie abiti a meno di un quarto d’ora dalla scuola di destinazione.

Mobility manager cercansi È evidente che ci sono ampi margini di miglioramento e tutti guardano alla tanto sospirata istituzione per legge del Mobility Manager scolastico. Nel frattempo le scuole di Reggio Emilia, da sempre all’avanguardia, in fatto di bambini, il mobility manager lo istituiscono in anticipo e le famiglie di mezza Italia si organizzano promuovendo in numerose città Bicibus e Pedibus, ovvero spostamenti casa-scuola, di bambini accompagnati da genitori o nonni

Oltre alla scuola l’altro generatore di traffico è il lavoro dove ancora non sfonda l’azione dei Mobility Manager aziendali (obbligatori per imprese con oltre 300 dipendenti) costretti a muoversi in contesti molto diversi da quelli olandesi o danesi. “In molte città europee gli spostamenti sistematici come quelli casa-lavoro o casa-scuola si aggirano attorno al 50% del totale mentre in Italia mancano addirittura i dati” – dice Giulia Cortesi – che per Fiab segue un progetto europeo di bike to work che vede coinvolte 12 nazioni impegnate nel promuovere il cambio di abitudini, attraverso una serie di azioni, inclusa una competizione tra sedi di lavoro, che avrà luogo a Milano e Rimini in settembre.

La dittatura dell’abitudine centrata sull’uso dell’auto è difficile da scalfire – sostiene Luca Pietrantoni – professore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, che da qualche settimana sta guidando con un pool di partner europei, il progetto Xcycle che ha come obiettivo la sicurezza stradale dei ciclisti. “Per cambiare un’abitudine in tema di mobilità – prosegue Pietrantoni, dobbiamo aiutare le persone a ripristinare un ragionamento di analisi dei pro e contro (in bici faccio prima, risparmio e mi tengo in salute), un’attenzione a nuove consuetudini sociali (sempre più persone si muovono in bici) e puntare sulla facilità del cambiamento (che a volte può essere semplice come andare in bicicletta)”.

Al di là delle tanto enfatizzate “grandi opere”, la partita vera del cambiamento passa attraverso le tante “piccole opere” di cui hanno bisogno le città. Qui la politica ha oggi l’occasione storica per ripensare la forma dell’urbano e risolvere, in un sol colpo, una serie di problemi intimamente connessi: l’inquinamento, la sicurezza stradale e frammentazione sociale e lo sviluppo dell’economia locale.

Mobilità condivisa “Perché la mobilità sostenibile dice – Raimondo Orsini direttore della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – è anche una grande occasione di sviluppo economico per il nostro Paese, che deve cogliere pienamente le opportunità di questo settore a partire dalla sharing mobility, la mobilità condivisa” che sta ridisegnando la geografia affettiva dell’auto.

Tramonta l’era del possesso e inizia quella dell’accesso. Oggi l’auto non si desidera più come una volta: a essa si preferisce l’ultimo modello di telefono. Basta chiederlo a un ventenne. Oggi l’auto si trova, si affitta, si usa, si paga e si lascia dove ci pare. Ecco che diventa poco più di un accessorio dello smartphone e infatti, alle nuove forme di car sharing, vi si accede con il telefono.

A proposito di mobilità condivisa, Milano guarda tutti dall’alto con numeri che nessun’altra città del Bel Paese può permettersi: 4.600 bici di cui un migliaio elettriche, 270 postazioni e oltre 30.000 abbonati annuali, ma soprattutto ben 7 operatori di car sharing che fanno del capoluogo lombardo la capitale europea dell’auto condivisa. Dopo le più note Car2go e Enjoy, ultima arrivata sotto la madonnina è Share’Ngo nuovo servizio di auto elettriche a flusso libero ovvero senza la necessità di ricaricarle o di parcheggiarle in apposite piazzole e a “’prezzo profilato’’, cioè con tariffe personalizzate che le hanno valso l’appellativo di car sharing di sinistra: sei uno studente fuori sede? Paghi di meno; sei un nonno che fa volontariato? Idem; vivi lontano dalle fermate dei mezzi pubblici? Paghi meno anche tu e se sei una donna? Non paghi affatto, ma solo se usi l’auto dall’una di notte alle sei di mattina.

Quella del car sharing sembrerebbe un esempio in cui tutti ci guadagnano: i comuni che vendono agli operatori il posto auto, i cittadini che possono avvalersi di un servizio ritagliato su misura, le case automobilistiche che possono sperimentare quella che sembra essere l’ultima frontiera del marketing automobilistico, una sorta di test drive reiterato dove i clienti provano la macchina, per poi magari decidere in futuro di comprarla.

Ecco che, da potenziale nemico, il car sharing per FCA, Mercedes e Bmw diventa una delle risposte alla crisi del mercato dell’auto tanto da far sospettare sulla reale portata ecologica dell’operazione.
“Fino a quando non vedrò i dati di confronto tra il prima e dopo l’introduzione di auto condivise – dice Lorenzo Bertuccio direttore scientifico di Euromobility – l’ipotesi che il car sharing riduca il numero di auto in strada rimane tutta da verificare”.

Obiettivo ridurre le auto Eccolo quindi l’obiettivo vero per il nostro Paese: ridurre innanzitutto il numero di auto in circolazione a prescindere dal tipo di alimentazione. “È vero che le auto elettriche migliorano la qualità dell’aria, ma sono pur sempre auto e, se rimango 40 minuti imbottigliato nel traffico, sapere di essere su un’auto elettrica, non migliora certo la qualità della mia vita” precisa Orsini.

In un contesto così articolato e a tratti confuso la parola chiave emergente è sharing, condivisione, non solo dei veicoli, ma anche degli spazi, delle informazioni e delle decisioni alle quali i cittadini pretendono di partecipare.

Accanto alla riscoperta di vecchie pratiche di vicinato cresce il desiderio di riprendersi le strade da usare per quello che dovrebbero essere: non più arterie di traffico motorizzato, ma cuore di socialità nuova, di convivialità lenta. Ecco perché oggi la riflessione sulla mobilità non può che diventare triplice riflessione.

Riflessione civica e che riguarda l’architettura economica, sociale e ambientale delle città. Riflessione sull’inclusione intesa come diritto alla mobilità per tutti: utenti a ridotta mobilità, disabili, anziani, bambini e abitanti di periferie e zone marginali.
Riflessione sulla democrazia e sulla necessaria redistribuzione dello spazio pubblico per favorire rigenerazione urbana e bellezza.

Non ci sono scorciatoie: se vogliamo favorire la mobilità sostenibile servono nuove aree pedonali, nuovi spazi verdi, piste ciclabili, corsie preferenziali per bus e filovie e per ottenere tutto ciò serve sottrarre un po’ di spazio pubblico alle auto e condividerlo con coloro che si muovono con la minore impronta ecologica sul nostro pianeta: pedoni, ciclisti e utenti del trasporto pubblico.

E quando il “ritorno al futuro” sarà compiuto, se avremo fatto un buon lavoro, ci accorgeremo che le città di domani somiglieranno più a quelle di ieri che a quelle di oggi. Città più dense e compatte, con più convivialità e con tutto il necessario per il lavoro e il tempo libero, a portata di mano. Pardon di smartphone.

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