Cooperazione.jpgEconomia sociale? Terzo settore? Non profit? Cooperazione? Società civile organizzata? No, una definizione chiara e omnicomprensiva non c’è, anche perché i confini di questo mondo sono mobili e in costante evoluzione. Ci sono le cooperative, quelle grandi e quelle piccole, quelle di consumatori, quelle sociali, quelle che costruiscono case e via in un lungo elenco (e in tutto sono 77 mila imprese).
Ci sono le associazioni della più diversa natura e che si possono occupare di sport, di assistenza o di cultura (e sono quasi 270 mila). Ci sono le Fondazioni (che sono 6.200), ma ci sono anche enti morali, istituti religiosi, mutue. E volendo ci sono da aggiungere anche le banche popolari e quelle di credito cooperativo.

Mondi anche molto diversi tra loro. Che però in questo nostro racconto vorremmo provare a proporre non tanto dal punto di vista della loro pur rilevantissima valenza sociale e culturale (secondo i dati del censimento Istat 2011 i volontari in Italia sono 4 milioni e 758 mila), ma per la loro valenza economica. Cioè tutte queste sigle che abbiamo raccontato, in modi diversi e articolati, sono comunque un pezzo, molto più rilevante di quanto spesso si pensi, del “mitico” Pil e di quell’economia che invece sembra sempre più esaurirsi nella dimensione finanziaria, che misura profitti, ma dimentica le persone.

Stando sempre ai dati del censimento Istat, le 301 mila istituzioni non profit presenti occupano direttamente 680 mila addetti e coinvolgono direttamente altre 280 mila risorse umane (senza contare i citati volontari che si integrano con i dipendenti nella gestione delle attività). Ma dati altrettanto significativi, che si aggiungono a questi vengono dall’indagine fatta da Unioncamere che, partendo dagli elenchi delle Camere di Commercio di tutta Italia, ha analizzato i mondi della cooperazione e del non profit.

“Solo la cooperazione, nel 2012, valeva 66 miliardi di valore aggiunto, pari al 4,7% del reddito complessivo del paese. – spiega il responsabile del centro studi di Unioncamere, Domenico Mauriello – Parliamo di 77 mila imprese con oltre 1 milione e 200 mila occupati e che nel 2013 avevano programmato altre 73.500 nuove assunzioni. Guardando al capitolo più specifico delle imprese sociali, che non sono solo cooperative, nei nostri registri ne abbiamo trovate 14.190, di cui 7.120 operano nel campo della sanità e dell’assistenza e 2.490 nel campo della formazione e dell’istruzione. E qui parliamo di quasi 435 mila dipendenti”.

Dunque numeri enormi, in mondi dove le figure dei dipendenti, dei soci e dei volontari si mescolano, si scambiano e si sovrappongono virtuosamente (anche nelle Coop di consumatori c’è una presenza significativa di soci volontari). Ma con un comune denominatore, produrre attività e servizi che pur avendo una valenza economica (spesso sottovalutata), spiega ancora Mauriello “propongono un modello di sviluppo sociale sostenibile che fa leva su valori e cultura che sono diffusi nel nostro paese. Sono cioè realtà che propongono un modo diverso di fare impresa, che punta sul capitale umano, sulle relazioni e sui rapporti col territorio. In sostanza è un modello che riesce ad abbinare la crescita con la coesione sociale”.

In tempi di crisi, con un paese provato e diviso e con una politica debolissima, parlare di realtà che difendono e promuovono la coesione sociale è parlare di una risorsa preziosa. Che può essere una leva strategica per favorire l’uscita da questa difficile fase.
Anche perché, come l’indagine di Unioncamere certifica, nel decennio 2001-2011, quindi in un periodo segnato in larga parte dalla crisi, l’occupazione in questo mondo è cresciuta di oltre 220 mila unità. Il numero di cooperative registra un saldo positivo del 2% anche nel 2013, contro un saldo quasi a zero del totale delle imprese.
“Guardando dentro ai dati della nostra indagine – prosegue Mauriello – si scoprono tanti altri elementi molto significativi. Pensando al sociale, certo il tema dell’assistenza agli anziani resta centrale, ma intanto c’è una capacità di questi mondi di adattarsi rapidamente a una domanda di erogazione di servizi che cambia. In più molte imprese, cooperative e non, si stanno affrancando dal legame col pubblico, si punta ad esempio su forme di servizio erogate nella residenza delle persone. Stanno poi nascendo esperienze in campo agroalimentare che non riguardano solo la produzione, ma anche la trasformazione e commercializzazione dei prodotti. Ci sono esperienze nella gestione di beni comuni come l’acqua. Insomma c’è stata una capacità delle imprese sociali di dare risposte anche negli anni più duri della crisi. Certo, servono sempre più capacità manageriali, anche in realtà che a volte sono di piccole dimensioni. Ma è innegabile che questo sia un pezzo della nostra economia che in questi anni ha retto bene ed ha continuato a crescere”.

Pochi giorni prima di diventare Ministro del lavoro, e quindi ancora nei panni di presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane, Giuliano Poletti, aveva proprio ribadito come le cooperative, partendo dalla loro identità, si sentano “parte essenziale dell’economia sociale, un mondo cui, soprattutto in tempi di difficoltà, viene ampiamente riconosciuto un valore positivo da parte dell’economia e della politica, anche se poi sin qui non c’è stata una traduzione pratica nei comportamenti e nelle scelte che la politica compie. L’obiettivo, quindi, è che tutti i soggetti che fanno parte del mondo dell’economia sociale si attivino per formare una “comunità”, per far sì che quei valori comuni, che vedono le persone protagoniste, trovino diffusione ed applicazione concreta, sviluppando un confronto che parta dalla Costituzione. Dobbiamo affermare il “protagonismo sociale” dei cittadini, la partecipazione attiva e responsabile alla vita delle comunità, alla gestione dei beni comuni”.

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