Al primo posto rimane sempre lei, la mitica Tv che si conferma il medium per eccellenza degli italiani, sia per frequenza di accessi (raggiunge nel giorno medio il 91,3% della popolazione!) sia per attendibilità percepita (i Tg restano il mezzo d’informazione più usato, dal 60% delle persone). Ma per chi non se ne fosse accorto, è la rete il nuovo mezzo di comunicazione e sono i motori di ricerca e i social network, in particolare, ad essersi presa l’informazione rilanciando notizie vere e false.

Internet ha spodestato la radio dal secondo posto tra i mass media più frequentati dagli italiani, che – è sotto gli occhi di tutti – si informano sempre più navigando su Google (33 milioni di navigatori mensili) e chattando su Facebook (27,7 milioni di utenti unici). Li chiamano “grandi aggregatori digitali”. Sono servizi come Google News e Flipboard, e piattaforme come Facebook e YouTube, cannibali di testi e video, attorno ai quali è in atto la battaglia del copyright, perché alle multinazionali digitali non va proprio giù la remunerazione richiesta per postare articoli e notizie prodotti da altri.

Lo scontro procede per vie legali, anche dopo l’approvazione della direttiva da parte dell’Europarlamento (vedi box) che afferma il principio “paga per il lavoro giornalistico altrui”, dato che il piatto è ricco. I giganti del web non vorrebbero pagare un centesimo agli editori tradizionali a cui fanno da traino online in nome della libertà della rete che – suggerisce il sociologo dei media Massimiliano Panarari (vedi intervista) – «andrebbe piuttosto chiamata col suo vero nome, far west digitale, in cui a prevalere sono i più forti».

Carta stracciata Intanto le fonti algoritmiche (ricondivisioni e interazioni) hanno superato sia le fonti editoriali (siti e app di quotidiani) sia le testate esclusivamente online e i blog. La fotografia, scattata a tutto il 2017, si trova nell’ultima relazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) da cui spicca la crescente penetrazione di Internet. Il 41,8% già vi accede tutti i giorni con finalità informative, su una metà circa della popolazione che naviga rimanendo connessa per più di due ore mediamente al giorno. E la pubblicità se n’è accorta: mentre la raccolta pubblicitaria nel 2017 si è ridotta in tutti i mezzi tradizionali, nell’online è cresciuta di oltre il 46%! Google incamera circa il 32% dei ricavi pubblicitari, seguita da Facebook con il 17%.

E la carta stampata? Per lei si può tranquillamente parlare di un lungo declino. Meno del 20%, infatti, si informa tutti i giorni da un quotidiano che – va sottolineato – è però l’unico mezzo interamente dedicato all’informazione e in grado di sfamare il desiderio di riflessione e di approfondimento.

È un declino strutturale, tuttavia, quello del settore dell’inchiostro che vede dimezzarsi le copie cartacee vendute negli ultimi quindici anni (da 6 milioni a 3 milioni, dati Censis 2017) non compensate dalle versioni digitali delle testate che, anzi, si sono ulteriormente ridotte nell’ultimo anno (-5%). Una leggera boccata di ossigeno, tra l’ 1 e il 2%, rianima soltanto i periodici, settimanali e mensili.

La babele dei media  Cambiano dunque i consumi degli italiani e non solo a tavola. La “dieta informativa” – come la chiamano gli esperti – è sempre più digitale alla stregua di quanto accade negli altri paesi economicamente più sviluppati. Ma tipico da noi è piuttosto un altro elemento, una spiccata “cross-medialità“, ovvero la tendenza ad attingere alle notizie da più parti. Che si tratti, poi, spesso, delle stesse news prese e rimpastate è un altro paio di maniche…

Tre quarti della popolazione si forma un’opinione pescando da più pozzi informativi. Solo la Tv mantiene un proprio bacino esclusivo di utenza (8% della popolazione). Il resto fluttua, in una specie di babele dei media che ha sostituito la babele delle lingue, con la Tv che raggiunge i suoi picchi negli orari dei pasti, e la radio e Internet che hanno ascolti più “spalmati” nell’arco della giornata.

Vediamo adesso i pro e i contro di questo spezzatino informativo.
Positivo è il fatto che oggi sono maggiori le probabilità di essere informati, e di esserlo attivamente e non solo passivamente, secondo punti di vista e orientamenti diversi, sempre che lo consentano i recinti tracciati dagli algoritmi digitali e la tendenza umana a volersi rinchiudere nella propria community. L’aumentato potere di risonanza dei media ha comunque, più in generale, una grande valenza democratica intesa come salvaguardia delle libertà e dei diritti. Va ricordato che nei paesi cosiddetti sovranisti (gruppo di Visegrád in testa, cioè Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) la tendenza è invece alla riduzione dei media e al controllo della politica sull’informazione.

Quello della «tutela dell’informazione come un bene pubblico di rilevanza costituzionale, della sua pluralità, trasparenza, verificabilità delle fonti», ma anche «autorevolezza e credibilità», è uno dei punti cardine su cui batte maggiormente Angelo Marcello Cardani, presidente dell’AgCom.

Distrazione e fake news Ma il boom dell’informazione digitale ha un grosso risvolto della medaglia. Il consumo di notizie è divenuto sì più plurale e attivo, ma anche più distratto e compulsivo, confuso tra mille attività, con bassi livelli di attenzione («si fa fatica a far leggere più di una pagina online di contenuti», dicono gli esperti citando l’eye tracking) e alti sono i rischi di diffusione delle fake news, cioè le notizie false che circolano nel web e alle quali – dice il 51° rapporto del Censis – più della metà di noi ha dato credito (52,7%). E non è un problema di poco conto alla luce dei recenti scandali Russiagate e Cambridge Analytica.

Le persone più istruite, non a caso, ritengono che le bugie sul web siano create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74%) e favorire il populismo (69%), e quello che fanno non è altro che continuare a portare acqua al mulino della politica, proprio come un certo criticato giornalismo. Dietro c’è la tendenza alla polarizzazione ideologica che è forte in chi frequenta la rete e stride non poco se pensiamo alla vastità dei contenuti a disposizione.

La nuova sfida è proprio questa secondo l’AgCom. A partire dal 2017 – considerato l’anno zero da questo punto di vista – trasferire sul web le funzioni di regolazione e controllo che le sono proprie. Di pari passo, è partita la lotta alla disinformazione online con l’istituzione, tra le altre cose, di un “Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali”, che vede il coinvolgimento dei soggetti interessati ed è un caso unico al mondo.

Lunga vita alla Tv e alla radio Sulla lunga vita della televisione è giusto soffermarsi di più. La Tv rimane il mezzo più diffuso in Italia e il più utilizzato. I dati parlano chiaro: quattro ore al giorno in media seduti davanti al teleschermo, con una curva di esposizione superiore a quelle di Internet e radio durante quasi tutte le fasce orarie. Per la metà circa degli italiani (48,2%), i canali Tv sono la fonte più rilevante e sicura da cui attingere notizie.

Parlando di assetti, i primi tre operatori con in mano il 90% delle risorse complessive e quote non dissimili tra loro sono 21 st Century Fx/Sky Italia, con il 33% delle risorse, gruppo Rai con oltre il 28% e gruppo Fininvest/Mediaset con il 28%. Tra le novità del 2017 c’è stato lo sbarco di operatori come Amazon e Netflix che forniscono prodotti a pagamento di un certo pregio (il recente film leone d’oro a Venezia è stato prodotto da Netflix) in streaming o download. Il 2017 è stato proprio l’anno della definitiva consacrazione della “Tv liquida“: sono in 3 milioni a guardarla online. L’incremento di utenti dei servizi video digitali è uno dei cambiamenti più rilevanti anche del 2018, come dice il 15° Rapporto Censis sulla comunicazione: in un solo anno gli italiani che guardano i programmi delle piattaforme di tv on demand sono aumentati dall’11,1% al 17,9%.
In questo panorama c’è bisogno di massima attenzione – raccomanda l’Autorità – per il rischio di una posizione dominante in particolare di Sky, che ha stretto accordi (di portata internazionale) con Netflix e (di portata nazionale) con Mediaset. Sky è sotto osservazione con Dazn anche per gli abbonamenti del calcio su cui l’Antitrust ha aperto due istruttorie.

L’innovazione tecnologica riguarda anche la radio, che ha ampliato la sua offerta sul web. Ora grazie alle app è sempre più facile personalizzare la fruizione sulla scia di servizi di streaming come Spotify, Deezer e Tidal. La radio, in sostanza, tende a migrare sui dispositivi mobili sotto forma di grande discoteca. Anche in questo caso, si ampliano le possibilità di intervento dell’utente ma cresce il rischio di compulsività e… di distrazione alla guida.

Tv, radio, giornali, Internet: chi vincerà in futuro nella diffusione delle notizie? Ci vuole un filosofo per rispondere. «Dipende molto dai fruitori e dalla loro fascia di età», dice Adriano Fabris, docente di Filosofia morale e etica della comunicazione all’Università di Pisa (vedi intervista). «È ormai chiaro che le giovani generazioni s’informano sul web, mentre le persone più anziane usano la Tv e i giornali. In una società abbastanza vecchia com’è quella italiana non dobbiamo stupirci che le campagne promozionali e le battaglie politiche si svolgano, perciò, soprattutto in Tv».

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