Provate a chiederlo a uno di quegli anziani contadini, il viso solcato dalle rughe, esperto di vita e di vite, se il tempo non è cambiato. Quest’anno ha iniziato a raccogliere l’uva a ferragosto, maglietta a mezze maniche e berretto sulla testa per difendersi da un sole cocente. Nei suoi ricordi, invece, del sole si andava a cercare un timido raggio, quando la vendemmia si faceva in autunno, quando l’autunno c’era. Il clima è cambiato, eccome. Non fatti episodici o contingenti, ma un mutamento profondo legato a doppio filo con un’azione quotidiana che diamo, almeno da questa parte del mondo, per scontata: mangiare.

Se l’aumento supererà 1,5°… «L’agricoltura è una delle cause, ma anche una vittima dei cambiamenti climatici. Se l’aumento medio delle temperature non si manterrà al di sotto dei 1,5°C al 2050, assisteremo al moltiplicarsi di fenomeni estremi come ondate di calore, siccità e desertificazione, variazioni imprevedibili del regime delle precipitazioni, riduzione delle riserve d’acqua in certi luoghi, inondazioni in altri, sviluppo di nuovi parassiti e malattie. Fenomeni questi che andranno a colpire moltissime colture», disegna lo scenario futuro  Federica Ferrario, responsabile Campagna agricoltura sostenibile e progetti speciali di Greenpeace Italia. Che tra agricoltura, produzione alimentare e clima che cambia ci sia un legame sono i numeri a dirlo come conferma Jacopo Ghione, coordinatore  del gruppo sul cambiamento climatico di Slow Food: «1° C d’aumento della temperatura media equivale a uno spostamento delle colture di 150 km più a nord, come latitudine, e 150 m di altitudine e le prime 3 produzioni alimentari, riso, mais e grano, che forniscono il 60% delle calorie consumate a livello globale, sono destinate a calare. Le colture potrebbero dover cambiare le aree di produzione a causa del caldo. Pensiamo un po’ a che cosa significherebbe questo per l’Italia, dove ogni valle, comune, regione ha i suoi prodotti tipici, le sue ricette?».

Un circolo vizioso che si autoalimenta: il cambiamento di un fattore (la temperatura) porta a uno squilibrio totale degli ecosistemi e dei cicli naturali come li conosciamo, e ci vorranno decenni prima che si ristabilisca un altro equilibrio. E senza andare troppo lontano, già ora si vedono gli effetti: «L’aumento delle temperature e dei fenomeni climatici estremi stanno mettendo a dura prova le produzioni, con cali notevoli, costi maggiorati per le irrigazioni di soccorso, problemi fitosanitari in aumento. Scarseggiano le colture per gli allevamenti, aumentano patogeni e parassiti non endogeni, come la vespa asiatica che caccia api e altri insetti impollinatori», tratteggia lo scenario attuale Donato Rotundo, direttore area sviluppo sostenibile ed innovazione di Confagricoltura.

In 10 anni danni per 14 miliardi Una precisione è d’obbligo: «I paesi più colpiti sono quelli della fascia tropicale, che si basano maggiormente su coltivazioni annuali e che hanno minore accesso a informazioni per arginare i danni e pianificare i tempi per la coltivazione. Mentre nelle zone temperate i primi danni rilevanti si vedranno, secondo i modelli previsionali, dopo il 2030», puntualizza Andrea Cattaneo, economista della Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). Comunque sia, gli ultimi dati del Crea – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria e di Coldiretti dicono che negli ultimi 10 anni i danni alla produzione agricola nazionale, a strutture e infrastrutture, ammonta a circa 14 miliardi di euro per maltempo, gelate, siccità, incendi, così la vendemmia arriva in anticipo, i raccolti sono  in forte calo, prolifera la mosca bianca sugli olivi e precipita la produzione di miele di circa il 70%; e Confagricoltura prevede un calo del 50-60% della produzione d’olio.

«Questi fenomeni vanno a incidere anche sul prezzo dei prodotti finali, oltre che su tutta la filiera: basti ricordare gli aumenti a inizio anno della verdura a causa delle gelate improvvise. Ed è ipotizzabile un aumento del prezzo di uva, vino o miele, a causa della siccità di quest’annata», avverte Ferrario. A cambiare, però, è  anche la geografia produttiva secondo Rotundo che fa l’esempio del grano: «rispetto alla fine degli anni Ottanta le temperature nelle aree della Russia coltivate a cereali cresceranno di 1,8 gradi entro il 2020. Ciò sta già comportando un aumento progressivo della produzione di grano russo: quest’anno il raccolto è giunto a quota 80 milioni di tonnellate, un altro passo avanti rispetto ai 73 milioni dello scorso anno». Aria di forti cambiamenti che arrivano fin dentro il piatto. E chi sostiene che basterà spostare le aree di produzione per risolvere il problema la fa un po’ semplice.

Ascoltare la scienza per cambiare «L’agro-ecosistema si è evoluto nei secoli – conferma Raffaella Ponzio, responsabile dei progetti di Slow Food sulla biodiversità – e quindi non basta spostare le colture più a nord per risolvere il problema perché queste si troverebbero in habitat completamente sconosciuti, e abituati ad altre colture, con effetti difficili da immaginare. Com’è difficile dire se ci saranno colture colpite in modo particolare, ma gli effetti dell’aumento della temperatura riguarderanno un po’ tutte».  Limitiamoci a quelle del Belpaese e dintorni, olivi e vitigni, ad esempio.

«Sono piantagioni forti, sensibili solo alle pesti. Negli ultimi anni hanno subito delle leggere flessioni di produzione, ma è presto per affermare che dipenda dal cambiamento climatico.  Essendo poi coltivazioni tipiche delle zone temperate e protagoniste di un florido mercato globale ricevono maggiori attenzioni e controlli», dicono dalla Fao invitando ad aspettare l’evolversi dei modelli di previsione per avere la prova che il colpevole sia il riscaldamento globale, anche per i prezzi ballerini dei prodotti. Nell’attesa, anziché prendere a prestito dalle circostanze qualche scappatoia ingegnosa, è il caso di fare qualcosa, se è vero che l’agricoltura, con il suo 10-15% di emissioni globali di gas serra, è tra le cause del clima che cambia e insieme ne subisce pesantemente le conseguenze.

«Un’agricoltura che unisca scienza e innovazione, rispettando natura e biodiversità, che garantisca la salute di chi produce e la salubrità del cibo prodotto. In una parola agroecologica», ecco che l’agricoltura può offrire anche una soluzione ai suoi stessi problemi e a quelli del pianeta secondo Ferrario. Rispetto a quella industriale, che si basa sulle monocolture, l’agroecologia è molto diversificata e per questo meglio si adatta alle mutazioni climatiche in atto. «Permette la riduzione dell’emissione dei gas serra, non usando trattori e pesticidi, oltreché un aumento della produzione e della qualità dei prodotti. Tuttavia l’agroecologia resta ancora una metodologia di nicchia che difficilmente potrà sostituire quella intensiva», avverte Cattaneo.

Terreno d’intesa Dunque da un lato il sistema industriale di produzione del cibo che alimenta il circolo vizioso del cambiamento climatico ed è meno attrezzato per affrontarlo; dall’altro il sistema agroecologico che questo circolo lo smorza, perché non contamina l’ambiente, e meglio gli sa fare fronte.

«Occorre adattarsi ai cambiamenti climatici (con protezione delle coltivazioni, creazione di riserve d’acqua ecc.), ma nel contempo passare da un modello agricolo che consuma troppa energia a uno più sostenibile. Per questo Coop è impegnata, non da ora, nella tutela ambientale a cominciare dai prodotti a marchio, che rispondono, qualora possibile, a criteri di eco-compatibilità», Chiara Faenza, responsabile sostenibilità e innovazione valori di Coop Italia, riassume il punto di vista di Coop e il suo impegno nella lotta al cambiamento climatico: «diffusione di sistemi biologici, tutela della biodiversità, benessere animale, interventi per il risparmio energetico, certificazioni ambientali e già nel 2006, come  prima insegna della Grande Distribuzione, Coop iniziò a collaborare con i fornitori del prodotto a marchio per ridurre in modo volontario le emissioni di gas serra nell’ambito di Coop for Kyoto, un programma che si è ampliato diventando Coop e la sostenibilità: verso COP21».

Ma anche il mondo agricolo non sta a guardare «cercando di adattarsi ai mutamenti climatici. Le fonti rinnovabili contribuiscono a un minore consumo di carburante e combustibili fossili, diminuendo l’emissione di inquinanti. Inoltre gli agricoltori hanno ripristinato la sostanza organica dei suoli, contribuendo all’assorbimento della CO2. Il sistema agricolo deve, però, essere messo in condizione di produrre in uno scenario climatico diverso – rilancia Rotundo – e servono interventi strutturali come  il rinnovamento degli impianti idrici, vecchi di 30 anni, e strumenti idonei per fronteggiare gli effetti di mercati sempre più volatili. Prendendo finalmente coscienza che il clima ci riguarda tutti da vicino».

Per dirla con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food «occorre promuovere un cibo buono, pulito e giusto per tutti, salvare la biodiversità in ogni angolo del pianeta». Ecco spiegato il sottotitolo della prima campagna internazionale sul legame tra riscaldamento globale e produzione e consumo di cibo, Menu for Change (dona.slowfood.it ; #MenuForChange #SlowFood #EatLocal ): metti in tavola un futuro migliore. 

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